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Su rinnovi e contrattazione collettiva ad inizio 2015 E-mail
di Achille Paliotta
20 aprile 2015

A poco più di un anno dalla firma del Testo unico sulla Rappresentanza (10 gennaio 2014), siglato da Cgil-Cisl-Uil d'intesa con Confindustria, si registra una forte fibrillazione e un’intensificazione del dibattito, all'interno delle principali organizzazioni sindacali e datoriali, non solo sull'annoso tema della rappresentanza e su quello, più recente, del ruolo da assegnare alla contrattazione di secondo livello, quanto piuttosto sullo stesso ruolo della contrattazione collettiva in Italia. L'ultima occasione è stata il seminario organizzato dalla Filctem-Cgil, qualche settimana fa a Roma (3-4 marzo), per un’iniziale riflessione, ad ampio raggio, e in questa fase necessariamente a livello inter-categoriale ed unitario, sulla nuova stagione, che si è appena aperta, dei rinnovi contrattuali.


Vi hanno partecipato i segretari generali delle principali categorie dell'industria, non solo del sindacato di Corso d’Italia promotore dell’incontro, vale a dire elettrici, chimici e tessili, ma anche edili, metalmeccanici e agroalimentari. I temi affrontati dai relatori sono stati diversi ma il leitmotiv comune a tutti verteva sul ruolo delle richieste salariali e della contrattazione collettiva.

Da parte della Cgil, si è messo l’accento, in primo luogo, sulla “scadenza” dell’accordo “separato” del 22 gennaio 2009 (il quale prevedeva una sperimentazione di 4 anni) nonché l’individuazione di un nuovo indice, a cui legare gli aumenti retributivi. Tale indicatore dovrebbe sostituire quello che venne adottato nel 2009, l’Ipca, ovvero l’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo, depurato dagli effetti della spesa energetica importata. Oggi come oggi, difatti, il contesto economico generale è profondamente mutato poiché si è ancora in una fase recessiva, lunga oramai ben sette anni, la quale ha profondamente segnato anche il settore manifatturiero, e che ha portato, addirittura, ad una situazione di progressiva deflazione. Ciò spinge le imprese a proporre una moratoria sui rinnovi contrattuali, un azzeramento di fatto del contratto nazionale, o addirittura a proporre, alla controparte sindacale, la restituzione del salario sin qui contrattato.

Per quel che riguarda i modelli contrattuali alcune ipotesi di massima sono aleggiate nel corso dell’incontro. Confindustria, ad esempio, sembra puntare su un contratto nazionale a spiccato contenuto normativo e a una contrattazione di secondo livello legata ai risultati aziendali con una previsione economica, a livello nazionale, valevole solo nei casi di assenza di contrattazione aziendale. La Cisl ha, oramai da tempo, messo a punto un doppio livello contrattuale che prevede, a livello settoriale ed aziendale, una contrattazione integrativa di quella nazionale legata alla produttività. Le posizioni di Cgil e Uil sono ancora da definire, in maniera puntuale, e forse anche a questo è servito il seminario dei giorni scorsi.

Altro obiettivo esplicito dell’incontro è stato quello di voler affrontare, in maniera unitaria, lo snodo dei, non facili, rinnovi contrattuali e, a questo riguardo, il contratto del chimico-farmaceutico potrebbe fare da “apripista” a tutti gli altri poiché la sua negoziazione non ha finora mai dato luogo a un duro confronto tra le parti. Il 12 gennaio scorso i sindacati si erano pure incontrati con Federchimica e Farmindustria per verificare gli scostamenti tra inflazione programmata e reale e, nello stesso tempo, provare anche ad anticipare l’apertura della trattativa senza trovare, però, da parte datoriale, una disponibilità in tal senso. Da qui la decisione delle organizzazioni sindacali di accelerare la messa a punto della piattaforma negoziale e di provare anche a riflettere, nel seminario anzidetto, non solo sulla tematica della contrattazione collettiva, in epoca di deflazione, ma anche di come limitare gli interventi legislativi sgraditi, quali quelli contenuti nel Jobs Act. Aver riscontrato una relativa chiusura sul contratto chimico-farmaceutico è stato, però, rivelatore del momento presente. E sì che di rinnovi difficili, nel corso dell’anno, ve ne sono, a partire da quello “politico” dei metalmeccanici.

Nel 2015 scadranno, difatti, diversi contratti tra i quali i più rilevanti, per numero di addetti interessati, qui considerati quelli al di sopra dei centomila, sono i seguenti: Alimentari, bevande e tabacco (scadenza 30 novembre) che riguarda circa 253.000 dipendenti; Chimica-farmaceutica (31 dicembre) con quasi 205.000 addetti; Metalmeccanica (31 dicembre) con quasi 2.200.000 lavoratori; Trasporto merci su strada e Servizi di magazzinaggio (31 dicembre) con 370.000 addetti. I lavoratori interessati da questi contratti sono 3.028.000.

Se a ciò aggiungiamo che alcuni contratti, scaduti in precedenza, non sono stati ancora rinnovati e che alcuni di questi sono assai significativi, quali quelli del commercio e del pubblico impiego, si vede quanto sia importante lo snodo dei prossimi rinnovi contrattuali.  Solo per completezza di quadro generale si riportano qui i più rilevanti: Bancari (scaduto il 30 giugno 2014 con quasi 349.000 addetti); Telecomunicazioni (31 dicembre 2014 e quasi 105.000 dipendenti); Commercio (31 dicembre 2013 e quasi 2.000.000 addetti). Ancora più datata la scadenza dei seguenti contratti: Pubblici esercizi (30 aprile 2013 e quasi 490.000 lavoratori); Pulizia locali (30 aprile 2013 e più di 265.000 addetti); Studi professionali (30 settembre 2013 e più di 190.000 dipendenti); Poste (31 dicembre 2012 e più di 145.000 lavoratori); Servizi socio assistenziali (31 dicembre 2009 e più di 234.000 dipendenti); Case di cura e istituti privati (31 dicembre 2007 e più di 158.000 addetti); Autoferrotranvieri (31 dicembre 2007 e quasi 121.000 dipendenti). I lavoratori interessati da questi ultimi contratti sono 4.057.000.

Una menzione a parte merita, poi, il Pubblico impiego con più di 2.900.000 dipendenti e 15 Ccnl non rinnovati in ottemperanza alla Legge n. 122/2010, al DPR n. 122/2013 e, in ultimo, alla Legge di stabilità 2015 n. 190/2014  le quali hanno esteso il blocco contrattuale fino al 2015. Se si somma questo dato con quello precedente si ottiene la considerevole somma di 6.957.000 addetti con il Ccnl già scaduto.

Il problema dell’ora presente, per le parti sociali, non è, dunque, per nulla semplice e forse non è stato mai così difficile in Italia. Anche la recente vicenda del rinnovo del contratto dei bancari sembra dimostrarlo. In quest’ultimo caso, solo dopo lo sciopero nazionale del 30 gennaio scorso, l’Abi ha ritirato le pregiudiziali su Tfr e scatti di anzianità e si è resa disponibile ad un confronto che non sarà comunque facile anche perché l’obiettivo dichiarato della Cgil è quello di mitigare, attraverso la contrattazione, le misure contenute nel Jobs Act, che essa considera le più negative (contratto a tutele crescenti, demansionamento, clausole sociali negli appalti, ecc..). Detto in altri termini, e con le parole di Emilio Miceli, segretario generale, della Filctem, il sindacato si propone di “supplire, con gli strumenti della contrattazione, al venir meno di pezzi importanti dello Statuto dei lavoratori e con esso al disagio ed alla disperazione di tanti lavoratori. Non sarà una passeggiata per nessuno ma soprattutto per noi. Per questo motivo tanta parte della contrattazione d’impresa ruoterà attorno al Jobs Act”.

In conclusione, dunque, il Testo unico sulla Rappresentanza che sembrava costituire il momento culmine di quel complesso processo di istituzionalizazzione dell’ordinamento intersindacale, per far uso di una felice espressione di Gino Giugni, sembra esserne oggi, invece, l’epitaffio.  La crisi delle parti sociali pare essere davvero a tutto tondo e dire relazione non solo al venir meno della centralità politico-economica delle stesse, quali attori collettivi dell’arena pubblica, ma anche alla crisi del cosiddetto dialogo sociale. Tale crisi è arrivata a lambire, sempre più, la stessa contrattazione di cui, in più luoghi e a più riprese, si preconizza pure non solo un drastico ridimensionamento se non addirittura la sola relegazione a un ruolo decentrato, in azienda e nei contratti di secondo livello.

 

 

 


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