Home arrow Giustizia arrow La giustizia civile sbattuta in prima pagina
La giustizia civile sbattuta in prima pagina E-mail
di Massimo Fabiani
20 aprile 2015

La strage accaduta al Palazzo di giustizia di Milano con il barbaro assassinio di tre persone impone alcune riflessioni in gran parte indotte da come la vicenda è stata poi vissuta, tanto per il risalto giornalistico, quanto per le reazioni che ha suscitato. 

Sebbene alcuni dati siano oggettivi si è voluto enfatizzare che il giudice ucciso fosse un giudice della sezione fallimentare. In verità il dott. Ciampi da qualche tempo si era trasferito presso altra sezione. Questa precisazione, lungi dal voler essere un'inutile appunto alla stampa, non è irrilevante. 


Il dott. Ciampi si era trasferito dalla sezione fallimentare e ciò significa che l'omicida doveva avere fatto in precedenza dei sopralluoghi per verificare ove svolgesse, ora, la sua attività. Tutto ciò sembra dimostrare, senza invasione di campo degli inquirenti, quanto lucida sia stata la pianificazione dell'omicida della strage. Ci troviamo di fronte ad un delitto organizzato dal suo autore nei minimi particolari. L'assassino aveva deciso di vendicarsi, anche se di preciso non possiamo sapere di cosa. Ha ritenuto che le sue vittime lo avessero danneggiato o, secondo la sua percezione, rovinato. Una società a lui riconducibile era stata dichiarata fallita dal Tribunale di Milano e l'omicida riteneva, così dobbiamo pensare, di avere subito una ingiustizia.

È un episodio tragico - e il pensiero non può che essere rivolto ai familiari delle vittime colpite da un dolore violento - che va però inserito in un contesto corretto onde evitare che da questo ne sortiscano strumentalizzazioni che aggraverebbero ulteriormente l'impressività del fatto.

Nelle reazioni anche di personaggi delle istituzioni si è parlato di effetto riflesso della delegittimazione della magistratura. Questi fatti prima e queste affermazioni poi, mi hanno profondamente turbato; un turbamento che gemma sicuramente dal fatto che, qualche anno fa avrei potuto essere anche io la vittima (per la mia esperienza di oltre dieci anni proprio in quei corridoi ora insanguinati) come un qualunque altro giudice delegato ai fallimenti, ma non sarei stato una vittima per causa di fattori mediatici, come, penso, non lo siano le vittime attuali.

Ho sempre pensato che la magistratura non deve preoccuparsi di quella che spesso con forme un poco stereotipate viene dipinta come delegittimazione. La magistratura nel suo complesso deve, invece, preoccuparsi della propria capacità di legittimarsi, quotidianamente, giorno per giorno, processo per processo, giudice per giudice. E, nel caso che ha scatenato la furia omicida dobbiamo, proprio, pensare che i giudici (il tribunale che ha dichiarato il fallimento) si siano da soli legittimati pronunciando una sentenza giusta, come dovremmo desumere dal fatto che non si è data notizia di una impugnazione di quella sentenza. 

La sentenza di fallimento doveva essere pronunciata perché ne sussistevano i presupposti (così dobbiamo presumere) e tuttavia è stata vissuta come una ingiustizia, così grande da scatenare a distanza di anni una furia omicida.

In passato molti magistrati sono stati trucidati per ciò che rappresentavano come istituzione; doveva essere colpito un uomo/simbolo. Qui è accaduto qualcosa di diverso: un giudice è stato ucciso perché aveva fatto il suo dovere; un avvocato perché poteva essere un pericolo nella ricostruzione processuale della verità e un coimputato solo per vendetta. 

Potrà forse apparire paradossale ma un fatto di questo tenore è ancor più grave dell'omicidio-simbolo. 

Di fronte all'omicidio-simbolo lo Stato può reagire. In passato lo ha fatto e spesso anche con incoraggianti successi. La reazione militare dello Stato e l'isolamento culturale dei terroristi e della criminalità organizzata hanno consentito di superare il buio della nostra Repubblica, ma con la ferma attenzione che quel pericolo non potrà mai essere oscurato.

Assai più difficile è prendere le misure e reagire ad un fatto come quello accaduto a Milano. 

L'impulso diffuso è stato quello di porre al centro del dibattito e delle polemiche la sicurezza e quello di andare alla ricerca di responsabilità collaterali che ben poco potranno ristorare il dolore delle famiglie. 

Saranno le indagini a stabilire se vi siano state falle nel sistema di sicurezza, ma se non si vuole far velo con l'ipocrisia è necessario confrontarsi con la realtà di tanti luoghi che per definizione sono considerati "obiettivi sensibili". 

Nella maggior parte dei tribunali per chi ha occasione di averne una mappa diffusa, si può riscontrare che i controlli di sicurezza hanno uno standard ben lontano da quello che siamo abituati a conoscere negli aeroporti (o meglio, in taluni aeroporti). Ma quanti Uffici pubblici sono ancor meno protetti? Una infinità.

È giusto rincorrere la politica della sicurezza? A me pare francamente velleitario e, forse, controproducente. Se l'omicida aveva deciso di vendicarsi avrebbe potuto con meno clamore uccidere le sue vittime sotto casa, ma la tragedia sarebbe stata la stessa. Il dolore dei familiari non meno acuto.

Di fronte ad ogni tragedia che provoca delle vittime siamo abituati a reagire e ad invocare maggiore sicurezza; maggiore sicurezza stradale, maggiore sicurezza dalla criminalità comune, maggiore sicurezza dal terrorismo, maggiore sicurezza dai malati pericolosi come nel recente incidente aereo dove il carnefice era, solo, un malato. Possiamo, forse, "comprare" la sicurezza di tutti dotando ogni cittadino di un giubbotto antiproiettile, di un paracadute, di una autovettura che resista al più impetuoso dei crash test? Ci piace davvero, passeggiare per le città e vedere l'esercito che ci protegge? Credo si debba prendere atto che la sicurezza non può che essere un valore relativo, che i pericoli sono nella natura del mondo; forse ci manca la percezione che nessuno di noi è immortale e che non nasciamo con una garanzia di durata della vita. Non possiamo pretendere la felicità come se fosse un prodotto da acquistare al supermercato.

Una soluzione, certo, può essere quella di edificare sistemi di sicurezza "al quadrato" meno permeabili e quando non funzionano reagire andando alla ricerca del colpevole. È questa una soluzione che mi convince assai poco. La perfezione di un sistema di sicurezza non è mai esistita e rincorrerla significa porre nell'oblio che la violenza si isola e si combatte con un diverso approccio culturale. 

Se ciascuno di noi non possiede e non infonde la cultura della legalità e della convivenza civile è anche egli colpevole e responsabile. Il terreno delle liti civili è proprio una cartina di tornasole del disagio culturale e non solo economico del nostro Paese. 

Nelle liti civili a parti contrapposte è fisiologico che qualcuno soccomba, perché la logica "win-win" della soluzione alternativa del conflitto è ancora troppo lontana per essere competitiva con la lite dentro il processo. 

Chi soccombe deve poter contare su dei rimedi efficaci che non possono, però essere infiniti od essere strumentalizzati per il solo scopo di pregiudicare il diritto di chi ha avuto ragione. 

Ma una volta che quella lite è conclusa bisogna prendere atto che non sempre ragione torto si dividono come una torta e che per una questione di convivenza sociale dobbiamo accettare una decisione.

Nelle liti civili che sappiamo essere alcuni milioni, purtroppo, il giudice deve necessariamente scontentare qualcuno, ma si deve diffondere la cultura per cui va rispettato anche ciò che non si condivide. 

È difficile che questo possa accadere ma il sedime sul quale edificare un diverso approccio può essere selettivamente individuato in due macro-temi.

In primo luogo chi esercita "un" potere non deve esercitare "il" potere. Indossare una toga, una divisa o semplicemente stare dietro un banco che ti respinge, deve essere riconosciuto dai consociati come un segno di chi svolge un servizio. Un servizio che ti potrà anche essere negato, perché occorre avere consapevolezza che i nostri diritti non sono privi di confini. È chi esercita il potere giorno per giorno che deve continuamente legittimarsi attraverso un uso corretto e sapiente del potere. Si deve percepire dall'esterno che quel potere è solo strumentale per fornire un servizio necessario per una convivenza sociale. Il diritto civile è il terreno elettivo dei conflitti perché il diritto di uno limita per la naturale limitazione delle risorse, il diritto degli altri.

In secondo luogo è importante non perdere di vista che la cultura della legalità va esponenzialmente diffusa nelle situazioni di crisi. Subire un (giusto) sfratto o un (giusto) pignoramento in una cornice di crisi può tradursi in una irreversibilità del disagio sociale. La perdita del posto di lavoro può essere esiziale in un contesto di crisi occupazionale.

Tutto ciò, però, non può riflettersi sulla negazione del diritto del locatore o del creditore, o sulla necessità di salvare alcuni posti di lavoro a costo del sacrificio ai altri.

La mediazione del conflitto va collocata ad un livello più alto. Nella crisi esistono e si esaltano delle diseguaglianze che appaiono ai più e giustamente intollerabili e che rendono difficile una convivenza civile. Rimuovere le diseguaglianze può essere un modo per riportare al centro del villaggio l'idea di legalità. Forse potrà apparire provocatorio di fronte ad una strage che ha soffocato tre vite inermi, ma perché non destinare una quota di risorse economiche che un Paese può investire nella sicurezza per rimuovere le diseguaglianze? Perché non destinare risorse in seri programmi di formazione educativa dei più giovani sui valori della legalità? Perché non far conoscere più da vicino, prima che venga sbattuta in prima pagina, la giustizia quotidiana delle liti civili e ciò per comprendere che non sempre abbiamo ragione.

Il giudice ha perso la vita per avere esercitato la funzione giurisdizionale; l'avvocato per avere svolto con professionalità il suo patrocinio. Per questo forse pagherà uno sfortunato addetto alla sicurezza che per favorire un ordinato afflusso di pubblico al Palazzo non avrà magari minuziosamente controllato un tesserino. 

Ma se ci rifletto, e penso al giudice Ciampi con cui ho condiviso tanti momenti di vita privata e professionale, mi sento colpevole di non averlo difeso infondendo nelle parti e nei professionisti la convinzione che si trovassero di fronte a chi tutelava i loro diritti, ed ora di non fare abbastanza per far comprendere ai giovani studenti la decisività dell'idea di legalità e il valore della giurisdizione quale luogo di tutela dei diritti.

 

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
Pros. >