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“We cannot win the future with the tax rules of the past” E-mail
di Giuseppe Marino, Daniele Russetti
20 marzo 2015
In data 2 febbraio 2015, la Casa Bianca ha pubblicato il c.d. Budget Document – Fiscal Year 2016, documento di natura programmatica ove sono elencati e spiegati, punto per punto, tutti gli obiettivi che il Governo degli Stati Uniti d’America cercherà di realizzare nel prossimo decennio. Si tratta di un atto estremamente interessante in quanto non è il solito paper infarcito di parole roboanti con l’intento ultimo di creare belle ma inutili speranze ma, anzi, si presenta come analisi dettagliata, soprattutto in termini economici, della situazione attuale e di quella che dovrebbe caratterizzare il Paese a stelle e strisce al termine del 2025. 

I settori presi in esame sono i più svariati passando dai trasporti alle politiche scolastiche, dalle problematiche legate alle infrastrutture alla sicurezza sociale, nonché dalla riforma del sistema militare alla corretta gestione delle risorse naturali. Ma il minimo comune denominatore di tutto ciò è rappresentato dal complesso sistema di norme fiscali, nazionali ed internazionali, che caratterizza gli U.S., elevato a motore del cambiamento tanto auspicato e cercato, quale fuoco vivo della ripresa economica del Paese più influente del mondo.

In tale ottica, particolarmente rilevanti sono le proposte di modifica del corpus normativo tributario americano le quali sono improntate a due linee guida fondamentali: la semplificazione della disciplina nazionale e il contrasto all’evasione fiscale.

Il raggiungimento del primo obiettivo è ancorato, in primis, alla necessità di snellire una struttura piramidale caratterizzata da tre livelli di tassazione che rendono la gestione della componente fiscale particolarmente ardua tanto per le imprese (nazionali e non) quanto per i singoli contribuenti persone fisiche; in secundis, all’esigenza di assicurare maggior incentivi fiscali ed esenzioni d’imposta nei settori considerati centrali per l’economia statunitense - quali la pubblica istruzione, il welfare e il sistema bancario - in un’ottica di equa distribuzione della ricchezza e di contrasto alla piaga della povertà sociale.

Relativamente al secondo, il Governo sottolinea la necessità di rivedere le norme che compongono il diritto tributario internazionale americano secondo la logica “del bastone e della carota”. Difatti, rientrerebbero nella prima gli interventi volti ad inasprire, anzitutto, la c.d. Controlled Foreign Companies Legislation introdotta negli U.S.A. a partire dal 1962 per impedire, in particolare alle aziende locali, il differimento artificiale delle imposte attraverso il controllo e/o il collegamento, ai fini civilistici, di entità definite off-shore, ossia situate in Paesi a bassa fiscalità. A ciò si lega la proposta di introdurre nuove regole (e sanzioni!) contro i fenomeni di c.d. “inversione fiscale” ovvero “inversione societaria” che si verificano ogni qualvolta un’azienda americana si fonde con una rivale estera e trasferisce la propria sede in terra straniera per versare meno tasse. In particolare, le nuove misure - contenute in cinque sezioni del codice tributario - punterebbero a rendere più difficile e meno redditizio per la “corporate americana” lo sfruttamento dei benefici sul trasferimento all’estero, così come il rimpatrio di liquidità guadagnata oltre confine senza versare alcun contributo fiscale a Washington DC, il cosiddetto “hopscotching”. In pratica, le controllate estere di aziende che hanno fatto ricorso all’inversione non potranno più fornire prestiti alla casa madre per evitare di pagare le tasse. Il Tesoro americano prevede che l’inasprimento delle descritte norme garantirà un introito per le Casse erariali, a chiusura anno 2025, pari a circa 9 miliardi di dollari. E non finisce qui dal momento che la ripresa di un Paese dipende anche da misure ad hoc finalizzate ad incentivare gli investimenti c.d. in house. Il Governo Obama ha messo in agenda la definizione di una flat tax - da collegare alla nuova disciplina della CFC - nella misura del 19% da applicare su tutti i redditi maturati all’estero dalle aziende nel momento in cui quest’ultime garantiscono l’investimento della quota parte detassata negli U.S.A., porzione che una volta investita non sarà oggetto di ulteriore assoggettamento a potestà impositiva. La realizzazione di tale idea, secondo le stime pubblicate nel citato documento programmatico, dovrebbe avere un impatto estremamente positivo soprattutto in un’ottica di creazione di nuovi posti di lavoro e di una grande iniezione di liquidità nel mercato interno, con conseguente decremento del deficit pubblico pari a – 205 miliardi di dollari nel 2025.

Se tali proposte non possono che essere viste con estremo favore, è opportuno non trascurare il capitolo dedicato agli investimenti a favore dell’Agenzia delle Entrate statunitense, la c.d. IRS, non solo con riguardo alle dotazioni e alle infrastrutture di quest’ultima ma soprattutto in termini di formazione e di competenza professionale dei relativi funzionari. In particolare, proprio quest’ultimo aspetto si pone alla base di tutte le riforme fiscali poc’anzi descritte. L’idea è quella di creare una nuova classe amministrativa non solo - utilizzando un’espressione del documento in oggetto - «capable of going toe to toe with high paid tax lawyers and accountans», ma anche in grado di applicare correttamente i diversi istituti normativi e le norme fiscali tipici del diritto tributario nazionale ed internazionale così da addivenire a soluzioni conciliative e soddisfacenti per tutti, evitando l’instaurazione di conteziosi dispendiosi che molto spesso si traducono in un nulla di fatto. Stiamo parlando di circa 12,9 miliardi di dollari di investimento che se effettivamente impiegati dovrebbero dar vita ad un apparato statale di assoluto valore, quale modello a cui l’Autorità fiscale italiana potrebbe – dovrebbe ispirarsi.

Sulla base di quanto fin ora descritto soprattutto in ordine alle nuove linee guida U.S. sulla fiscalità - che, nel bene o nel male, rappresenta l’asse portante dell’economia di uno Stato e lo specchio della società - è di tutta evidenza la differenza che caratterizza la mentalità americana da quella italiana: la programmazione. Non è demagogia ma solo la pura e semplice verità. Programmare significa individuare le priorità da realizzare, ragionare su come agire ma soprattutto su come poter massimizzare e razionalizzare, nel tempo, gli sforzi e le energie profuse per raggiungere quanto ci si è prefissati. Il Budget Document – Fiscal Year 2016 rappresenta tutto ciò, ossia la ferma volontà di creare nuove condizioni di solidità economico – finanziaria che, a prescindere dalle diatribe politiche che possono caratterizzare un Paese, risultano effettive e concrete. In Italia si riescono a programmare solo le proroghe, come è capitato per la attuazione della legge delega 11 marzo 2014, n. 23, per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita prossima alla scadenza annuale, che è slittata, a Dio piacendo, alla primavera prossima.

 

 

   

      

 

            

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