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Università e lingua degli insegnamenti: alla ricerca dell’autonomia smarrita E-mail
di Michele Giovannini
20 marzo 2015

La globalizzazione dei mercati ha avviato una profonda trasformazione del contesto entro il quale le università sono chiamate ad operare, spingendo il Legislatore all’adozione di misure dirette a sottrarre i nostri atenei al loro “splendido isolamento” e a favorirne l’integrazione con i sistemi universitari europei ed internazionali. Se da un lato, infatti, soprattutto nell’area delle cd. “scienze dure” il processo di integrazione tra comunità scientifiche è già oggi in stadio avanzato, dall’altro le politiche nazionali in materia di ricerca e formazione risentono ancora di una concezione che vede le singole realtà accademiche (ed il sistema che le esprime) slegate dal contesto europeo ed internazionale.  


Le misure di recente adottate, se pur ancora prive di un disegno organico, cercano di rimediare a questo ritardo e suggeriscono un ripensamento del ruolo dell’università pubblica.
L’azione intrapresa ha significative implicazioni di carattere finanziario. Il livello di internazionalizzazione degli atenei è ad esempio uno dei fattori di ripartizione dei finanziamenti statali; ma è soprattutto in relazione all’accesso ai finanziamenti europei alla ricerca che il processo di internazionalizzazione è destinato a dispiegare i propri effetti. Basti pensare al sistema europeo di finanziamento (Horizon 2020) che supporta la ricerca con uno stanziamento di risorse per un valore di circa 78 miliardi di euro fino al 2020, cui ha fatto seguito l’approvazione da parte del Ministero dell’Università del documento Horizon 2020 Italia (HIT 2020) che guiderà la predisposizione dei futuri Programmi Nazionali della Ricerca.
Ma le implicazioni sono anche e soprattutto di carattere culturale. Ad esempio, l’art. 2, c. 2, lett. l) della l. n. 240/2010, riconosce agli atenei la facoltà di attivare insegnamenti, corsi di studio e forme di selezione svolti in lingua straniera, nel presupposto che la modifica della lingua, con maggior immediatezza rispetto ad altri interventi possibili, favorisca il processo di integrazione e la contaminazione culturale con docenti e studenti che provengono dalle più diverse parti del mondo.
Si tratta di una contaminazione che richiama le origini stesse dell’idea di Università, le cui prime manifestazioni istituzionali (Bologna, Oxford, Parigi) erano di spiccata matrice internazionale e poterono affermarsi e consolidarsi nei secoli anche grazie all’accentuato nomadismo dei docenti e degli studenti che le frequentavano. Nomadismo oggi ben rappresentato, quanto agli studenti, dai dati resi noti dall’Unesco nel 2010: i giovani che decidono di studiare al di fuori del proprio paese d’origine sono oltre 3,5 milioni, con un incremento rispetto al 2000 del 78% circa ed un impatto economico di circa 60 miliardi di dollari. In Europa, nel solo 2010, la percentuale di studenti stranieri sul totale della popolazione universitaria era dell’8,6% (21,6% nel Regno Unito, più del 10% in Francia e Germania, solo il 3,6% in Italia ove si registra comunque una crescita difficile da ignorare: gli immatricolati stranieri sul totale della popolazione universitaria sono infatti passati dal 2,7% del 2003-2004 al 4,6% del 2011-2012). Molti atenei si sono attrezzati per far fronte a questa accresciuta domanda, in ciò assecondati dal MIUR: dai dati del 2014 risultano infatti accreditati 177 corsi di laurea magistrale erogati interamente in lingua inglese.  
Purtuttavia, l’internazionalizzazione delle università realizzata attraverso la modifica della lingua degli insegnamenti ha suscitato svariate perplessità. Nel recente dibattito sviluppatosi in occasione della scelta del Politecnico di Milano – un’università pubblica scientifico-tecnologica che opera esclusivamente nei campi dell’ingegneria, dell’architettura e del disegno industriale - di erogare in inglese gli insegnamenti del biennio di laurea magistrale, è emerso il timore che questa soluzione sia incompatibile con la natura pubblica dell’Ateneo e del servizio di istruzione universitaria.
Contrastata da un ristretto numero (il 7% circa) di professori e ricercatori del Politecnico, la scelta è stata censurata dal Tar Lombardia che l’ha ritenuta in contrasto con alcuni principi costituzionali: la libertà di insegnamento dei docenti (che non potrebbero essere tra loro discriminati per ragioni linguistiche), il diritto allo studio degli studenti (che, per evitare analoghe discriminazioni), avrebbero il diritto di pretendere l’utilizzo dell’italiano nelle attività didattiche) e il carattere ufficiale della lingua italiana che un’istituzione pubblica non potrebbe sacrificare a favore di altre lingue (la sentenza tuttavia non spiega in che modo la scelta dell’inglese nelle lauree magistrali di un ateneo possa in concreto minacciare l’identità nazionale o l’unità della Repubblica). Di recente pronunciatosi in sede di appello, il Consiglio di Stato ha ricondotto la decisione del Politecnico al principio di autonomia universitaria, sancito e tutelato dall’art. 33 della Costituzione. La scelta della lingua in cui offrire gli insegnamenti rientra nella capacità normativa di cui ogni ateneo dispone allorché determina nello statuto la propria missione formativa. Ed è una scelta discrezionale che gli atenei autonomamente effettuano rendendosi di ciò responsabili innanzi alla propria comunità di riferimento.
Ma il giudice amministrativo non si è sentito di archiviare definitivamente una vicenda giudiziaria che, avviata nel 2012, ha significativamente compresso le prerogative dell’Ateneo (e dei suoi docenti) in materia di pianificazione didattica. Dubitando della legittimità costituzionale dell’art. 2 della L. n. 240/2010 sopra richiamato (di cui pure ha riconosciuto la corretta applicazione), il Consiglio di Stato ha sospeso il giudizio in attesa del pronunciamento della Corte.
Sinteticamente richiamata nei suoi tratti essenziali, questa vicenda ben rappresenta l’attuale travaglio delle università italiane, chiamate oggi a sfide impensabili da accettare con gli strumenti giuridici tradizionali. Il sospetto di incostituzionalità formulato su una norma (una volta tanto) rispettosa del principio di autonomia si rivela paradossale perché fondato su un assunto che nega le ontologiche premesse di quel principio. L’autonomia riconosciuta agli atenei da una norma che non prevede limiti e condizioni all’utilizzo dell’inglese sarebbe quindi “troppa” come “troppe” erano le note di una celebre opera di Mozart secondo l’oculato giudizio dell’Imperatore Giuseppe II.   
Emerge ancora una volta il disagio che il sistema giuridico (e i suoi più autorevoli interpreti) manifestano ogni qualvolta si trovano a fronteggiare le implicazioni pratiche dell’autonomia universitaria, finendola per considerare una semplice chimera. La stessa esigenza di differenziazione del regime giuridico in base alle caratteristiche degli atenei (dimensioni, collocazione territoriale, vocazione culturale e scientifica) è il primo e più importante corollario di quel principio.  
Ma a strumenti giuridici obsoleti si affianca un vero e proprio ritardo di natura culturale. In un Paese afflitto da una disoccupazione giovanile che supera il 40%, pare surreale dibattere di università senza interrogarsi sulle prospettive occupazionali che agli studenti (non) si aprono per averla frequentata così com’è. La difficile congiuntura economica rende quindi urgente un cambio di paradigma: proprio perché pubblico il sistema universitario deve farsi carico delle esigenze di coloro che, una volta entrati all’Università e al di là del mero conseguimento del titolo, aspirano ad inserirsi stabilmente in un mercato del lavoro divenuto negli anni particolarmente selettivo.
Non vi è pertanto alcun antagonismo tra i principi costituzionali menzionati dal giudice amministrativo ed il processo di internazionalizzazione realizzato tramite la modifica della lingua degli insegnamenti. Al contrario, è soltanto aprendosi al mondo ed accrescendo le capacità competitive dei propri laureati, che le università pubbliche potranno riscoprire la missione loro affidata dall’ordinamento. Essa non si esaurisce nel predisporre un’offerta di istruzione superiore anelastica rispetto alle necessità dell’attuale contesto storico ma richiede (ed anzi impone) di declinare tale offerta sulla base delle esigenze occupazionali di un mercato che esprime una chiara domanda di formazione accademica caratterizzata in senso internazionale.
A questa domanda il sistema universitario pubblico non può ulteriormente sottrarsi: se così facesse, essa resterebbe appannaggio esclusivo delle università private, con evidente discriminazione degli studenti meno agiati e sacrifico degli stessi valori sui quali è fondato il modello di Stato sociale fatto proprio dalla Costituzione.
È dunque tempo che il sistema e i suoi interpreti prendano sul serio la promessa costituzionale dell’autonomia universitaria: una promessa fino ad oggi tradita da un Legislatore spesso inadeguato e da un corpo accademico fin troppo allergico alle proprie responsabilità. Ma è soltanto riconoscendo alle università (e ai loro docenti) il potere di prendere le decisioni più consone alla missione prescelta ed imputando loro, senza sconti o ipocrisie, la responsabilità di tali decisioni, che esse potranno riconquistare un ruolo definito nello spazio dell’istruzione e della ricerca. Spazio oggi più che mai globale. 
          
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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