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Jobs Act, alcuni commenti e qualche previsione E-mail
di Giuseppe Croce
20 marzo 2015

Il Jobs Act, del quale nei giorni scorsi sono stati emanati i primi decreti attuativi, è un provvedimento complesso che riforma il lavoro da molteplici punti di vista, pertanto non è facile valutarne sinteticamente l’efficacia. Tuttavia, limitandoci ai provvedimenti relativi ai contratti di lavoro, è possibile evidenziarne alcune implicazioni e azzardare qualche previsione.

I margini di flessibilità esterna e interna per le imprese sono ora molto più ampi. Sembra difficile a questo punto che si possa ancora sostenere che le rigidità del lavoro costituiscano un fattore decisivo di freno agli investimenti.


I rapporti di lavoro che saranno avviati d’ora in poi risulteranno meno isolati dagli shock esterni e interni, e più esposti all’andamento congiunturale del mercato e alle esigenze dell’impresa (ma anche agli shock individuali di produttività legati all’età e all’obsolescenza delle skills), con un maggior rischio di veder interrotto il rapporto di lavoro o modificate le mansioni all’interno della stessa impresa. Difficile che ciò di per sé si traduca in una maggiore elasticità a livello aggregato dell’occupazione al ciclo economico, data l’elevata reattività sin qui già derivante dall’ampia quota di occupazione temporanea.

Il disegno complessivo del Jobs Act è coerentemente orientato ad aumentare la convenienza relativa del contratto a tempo indeterminato (ora a tutele crescenti) come canale di ingresso nell’occupazione rispetto ai contratti alternativi. Per la prima volta da decenni in Italia aumenta la flessibilità dell’occupazione a tempo indeterminato (simultaneamente a una stretta su alcune delle forme di lavoro non standard che avevano fin qui costituito la via italiana alla flessibilizzazione del lavoro). La quota relativa di contratti a tempo indeterminato aumenterà per effetto del prevedibile travaso dal lavoro temporaneo (compreso quello parasubordinato) verso quello a tutele crescenti. Questo indubbiamente avvantaggerà i giovani nella fase d’ingresso nell’occupazione sottraendoli a forme occupazionali precarie e assai poco tutelate. Se questo era l’obiettivo primario della riforma, si può prevederà che sarà centrato.

Tuttavia la convenienza relativa del contratto a tempo indeterminato è in misura decisiva basata sul generoso bonus contributivo (fino al limite di 8.060 euro annui) previsto dalla legge di stabilità per il 2015, per i primi tre anni di impiego. Nel caso in cui questa misura non fosse confermata per gli anni a venire (ad es. perché troppo onerosa) si riaprirebbe il gap tra il contratto a tempo indeterminato e quelli temporanei, con questi ultimi che tornerebbero di nuovo attrattivi per le imprese.

Inoltre, il bonus potrebbe rendere conveniente per l’impresa (a seconda del settore e dei livelli salariali) licenziare prima della scadenza dei 36 mesi nei quali può fruire dello sgravio, pagando l’indennizzo, per riassumere ancora a tempo indeterminato e godere di nuovo dello stesso bonus. Questo aspetto rappresenta un elemento di incertezza circa l’efficacia del provvedimento nello stabilizzare l’occupazione.

Le nuove norme potrebbero avere dei riflessi anche sulle retribuzioni sebbene non sia facile prevedere il segno di tali effetti. La minore protezione dal licenziamento riduce il potere degli insiders rispetto agli outsiders. Di conseguenza, il salario potrebbe subire una pressione verso il basso. D’altra parte, il maggior rischio occupazionale associato ora al contratto a tempo indeterminato nel settore privato in linea teorica dovrebbe comportare un premio salariale (rispetto a un’occupazione maggiormente protetta come ad es. nel pubblico). Inoltre, nel breve periodo il forte sgravio contributivo sui neoassunti si rifletterà in una riduzione di costo del lavoro per le imprese, ma nel medio-lungo (ove la misura divenisse strutturale) potrebbe in parte determinare un aumento del salario relativo dei neoassunti, in particolare di quelli maggiormente qualificati, con elasticità di offerta più bassa.

In prospettiva, aumenta il peso della produttività individuale come variabile regolatrice del rapporto di lavoro. Questo effetto si dispiegherà gradualmente nel tempo dato che le nuove norme si applicano solo ai nuovi assunti e non anche a chi è già occupato al momento della loro entrata in vigore. In un regime in cui il licenziamento sarà meno costoso e la sostituzione tra lavoratori più facile, un declino relativo della produttività individuale potrebbe portare all’interruzione del rapporto di lavoro o, in alternativa, a un declino del salario. L’effetto deterrente dell’indennizzo pari a 24 mensilità previsto per il licenziamento di un dipendente con almeno 12 anni di anzianità sarà diverso a seconda delle condizioni dell’impresa: esso rappresenta probabilmente un costo sufficientemente alto per limitare il ricorso al licenziamento da parte delle imprese minori, mentre ciò non è altrettanto certo per le grandi imprese. Queste, già in presenza dei vincoli più stringenti previsti dalla normativa precedente la riforma, potevano incentivare le uscite volontarie offrendo indennizzi ai lavoratori. Negli ultimi mesi, ad esempio, AST, azienda del gruppo ThyssenKrupp, ha pagato 80 mila euro a testa (una cifra ben più alta dell’indennizzo introdotto dalla riforma) a circa 400 dipendenti che hanno scelto di lasciare il posto di lavoro.

Ad ogni modo, in generale risulterà meno credibile il commitment dell’impresa a garantire una relazione di lunga durata, sul quale si basavano anche profili salariali stabilmente crescenti (bassi per i neoassunti e più alti per gli anziani). Il maggior peso della produttività individuale implicherà quindi un profilo salario-anzianità più piatto se non declinante nella parte finale (a svantaggio degli anziani rispetto ai giovani) e a un aumento dei differenziali di salario in funzione della produttività (presumibilmente di nuovo a svantaggio degli anziani, in particolare quelli poco qualificati, rispetto ai giovani). Questi effetti saranno tanto più profondi quanto più lo specifico settore o la professione saranno esposti a shock innovativi importanti. I lavoratori avanti nell’età e poco qualificati sono quindi quelli che subiranno maggiormente gli effetti negativi della riforma. In questo contesto aumenterà il rendimento dell’istruzione e della formazione migliorando l’occupabilità e la retribuzione relativa dei lavoratori qualificati. Un effetto non di poco conto, soprattutto nel contesto italiano. Allo stesso tempo, però, si pone un problema di tenuta degli equilibri occupazionali complessivi, anche a scopo previdenziale, con un rischio accentuato di espulsione precoce dei lavoratori avanti nell’età, in conflitto con i più elevati requisiti ora previsti per l’accesso alla pensione. 

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