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Ci sarÓ una rivoluzione tecnologica in Italia? E-mail
di Francesco Pastore
06 marzo 2015

Pur restando ancora una delle più basse nell’Unione Europa, la percentuale dei laureati in Italia è aumentata in modo significativo negli ultimi due decenni. Secondo l’ultima edizione di Education at a glance dell’OCSE, la quota dei laureati fra i giovani di età compresa fra i 25 e i 34 anni è più che raddoppiata, passando dal 10.5% del 2000 al 22.7% del 2013. La media OCSE del 2013 è di poco superiore al 40%.

Dovrebbe essere questa un’ottima notizia per il paese e per i giovani. Invece, l’espansione dei laureati sembra aver prodotto una forte delusione, forse anche dovuta alla contemporanea esplosione della crisi economica. 

Secondo AlmaLaurea, i rendimenti dell’istruzione sia in termini di nuove opportunità occupazionali che reddituali si sono ridotti e di parecchio. Ciò rinforza il disincentivo causato dagli alti costi diretti ed indiretti dell’istruzione universitaria: ancorché ancora basse in valore assoluto, se confrontate con quelle dell’Inghilterra, ad esempio, le tasse universitarie italiane sono alte per molte famiglie che si collocano vicino alla soglia di povertà. Inoltre, la percentuale dei fuoricorso è altissima e anche quella degli abbandoni, oltre il 50% degli iscritti, dimezzando i rendimenti dell’istruzione attesi dagli iscritti molto al di sotto dei rendimenti effettivi di coloro che ce la fanno. Oltre il 40% dei laureati sono fuoricorso, ciò che riduce il tempo della vita nel quale l’istruzione può generare i suoi life-time returns. Ciò ha causato un crollo delle immatricolazioni in molte università italiane. In alcune facoltà, la riduzione è stata superiore alla metà degli iscritti di due anni fa.

Le cause: il lato dell’offerta

Il problema è già nella scuola superiore. Una massa di studenti con basi deboli e motivazione anche minore proviene dal tecnico e dal professionale. Sono loro il bulk del fuoricorsismo e degli abbandoni universitari. Il motivo è che, da quando nel 1969 i loro diplomati hanno avuto accesso all’università, queste scuole secondarie superiori non preparano più al lavoro, cosa che dovrebbero presto tornare a fare diventando parte di un sistema nazionale di apprendistato scolastico e lasciando l'università a chi ha basi e motivazione adeguate per farla. Naturalmente, bisogna sempre lasciare ponti per consentire i passaggi da un percorso all’altro.

Mettiamoci anche i professori e la disorganizzazione della didattica: esami scoglio che bloccano a volte per anni, pochi corsi, frequenza dei corsi bassissima, mancanza di tutorato per gli studenti più deboli, metodo poco scolastico di insegnamento, corsi poco orientati al problem solving, mancanza di integrazione con il mondo del lavoro sono tutti fattori demotivanti soprattutto per gli studenti con il background scolastico più debole che diventano prima fuoricorso e poi abbandonano.

Le università dovrebbero affrontare seriamente questo che è un vero e proprio problema sociale e non trattarlo, come disse l’ex sottosegretario Michel Martone, interpretando un luogo comune, alla stessa stregua di un problema individuale di alcuni “sfigati”.

Alcuni hanno proposto di aumentare in modo marcato le tasse universitarie per i fuoricorso. Ora, questo è chiaro che può scoraggiare molto gli studenti con un background più basso e quindi una maggiore probabilità di abbandonare prima o poi. E, tuttavia, anche ragionando in termini di costi e ricavi per le famiglie, non è meglio che i meno motivati siano fuori subito piuttosto che dopo 10 anni? Il costo per loro sarà più basso alla fine. il governo sta incentivando comportamenti di questo genere in quanto considera i fuoricorso come un elemento negativo nell’assegnazione dei fondi alle università.

Il lato della domanda

Poi c'è il lato della domanda.  È ben noto che il nostro sistema produttivo è di tipo tradizionale e perciò chiede poco lavoro intellettuale. Le imprese sono di piccola e piccolissima dimensione e si occupano di produzioni manifatturiere a basso tasso di innovazione tecnologica. Qui se non ci pensa Draghi e Junker non ne usciamo. Occorre un nuovo Piano Delhors finanziato dalla BCE. L'Europa della conoscenza deve creare più lavoro per i giovani laureati.

È importante quanto ha fatto il governo di Matteo Renzi, assieme con il Partito Socialista e Democratico europeo, guidato dall’italiano Gianni Pittella, durante la presidenza italiana dell’UE. Hanno ottenuto che siano scorporati dal patto di stabilità gli investimenti per l’innovazione e la crescita. È evidente che occorre superare Maastricht per realizzare Lisbona ed Europa2020. Si aspettano ora i risultati di questo cambiamento.

Sono i dati prevalentemente a livello individuale (come le indagini sulle forze di lavoro e simili) che spingono gli economisti a sottolineare il dato dell'offerta e delle caratteristiche individuali e familiari, anziché di domanda. La sfida è trovare un modo per misurare il ruolo della domanda nel generare un eccesso di investimento in capitale umano. Ci sono pochi studi cross-country che però onestamente lasciano l'amaro in bocca poiché i risultati non sono così chiari.

L'alternativa sarebbe avere dati linked employer-employee, ma in Italia gli unici disponibili, come quelli dell’INPS, non danno informazione sui titoli di studio. Oggi il pensiero economico è data-driven. Se non si costruisce un data set che colga gli aspetti del lato della domanda, quest'ultima resterà sempre nell'ombra.

Un'idea che alcuni stanno perseguendo è cogliere l’impatto della domanda attraverso i tappi che se rimossi consentirebbero nuove assunzioni di laureati. Un primo tappo su cui si stanno muovendo alcuni economsti anche in Bankit è il livello di istruzione degli imprenditori italiani che è piuttosto basso e quindi tende a far sì che le imprese assumano poco i laureati e li valutino anche meno, non riuscendone a cogliere il potenziale, anzi addirittura sottovalutandolo.

Un’altra ipotesi è che ci siano tappi nell'accesso alle professioni. L’ultimo governo Monti voleva, ad esempio, liberalizzare le farmacie, ma alla fine fu costretto dalle lobby del settore solo ad aumentarne il numero. Il sistema universitario non prevede numero chiuso per le facoltà di farmacia in base alla richiesta che è contingentata e si fa perciò laureare ogni anno un numero di giovani molto superiore a quello dei posti disponibili. Ciò causa evidentemente overeducation. Un modo per ridurre l'overeducation è liberalizzare l'accesso alle farmacie, ciò che produrrebbe anche una riduzione dei prezzi dei farmaci per la popolazione.

Ci sono tanti altri tappi che bloccano l’esplosione della domanda di laureati. L’accesso alle professioni è fortemente contingentato, impedendo ai giovani di essere alla pari degli adulti, con effetti anche deleteri sui prezzi dei servizi professionali. Si pensi al settore dei servizi legali e fiscali. È venuto il tempo di mettere mano all’accesso alle professioni con provvedimenti immediati e radicali.

Il settore pubblico, tradizionale absorber di laureati, assume sempre meno a causa dei vincoli di bilancio. I giovani che trovano lavoro nel pubblico sono passati dal 30% degli anni novanta all’8% di oggi ( Cfr. Mandrone, E. (2011), “La ricerca del lavoro in Italia: l’intermediazione pubblica, privata e informale”, Politica Economica, 27(1): 83-124). Sono penalizzate soprattutto le lauree umanistiche, tradizionalmente orientate al settore pubblico, che dovrebbero allora ridurre i posti offerti.

Un tappo enorme poi riguarda l’uso dei beni culturali che se reso più redditizio consentirebbe di assorbire molti laureati.

Progresso tecnico endogeno?

Ecco perché stiamo pagando il "boom" di laureati: la percentuale dei laureati giovani è più che raddoppiata, ma la domanda di laureati è restata la stessa. I modelli con progresso tecnico endogeno sono motivo di speranza, però. Seguendo i modelli teorici di Daron Acemoglu, economista all’MIT, nel giro di 10 anni i laureati potrebbero inventarsi la "new economy", riuscendo così a pagarsi uno stipendio quattro volte maggiore di quello attuale. Negli Stati Uniti, il boom di laureati degli anni sessanta portò ad una crescita del numero di ingegneri e loro si inventarono la ICT. È la favola di Apple e Microsoft: un manipolo di ingegneri che si riuniscono nel garage di una villa dove inventano la tecnologia delle telecomunicazioni che poi ha rivoluzionato il mondo del lavoro.

C’è da chiedersi perché ciò non accada da noi. Forse, avremmo dovuto laureare ingegneri piuttosto che scienziati della comunicazione, scienziati sociali o umanisti. Per ora i laureati in giurisprudenza alimentano il mondo della professioni ai livelli più bassi. Soprattutto nel Mezzogiorno, non trovando lavoro nel pubblico, si fanno pagare politiche espansive di tipo keynesiano attraverso le assicurazioni. Laureando giuristi, anziché ingegneri, ci ritroviamo un costo delle assicurazioni che in alcune regioni è il quintuplo che in altre.

Un’altra conseguenza dell’aumento della quota dei laureati senza aumento della domanda è il brain drain: molti giovani laureati vanno all’estero a trovare lavoro. Un diverso skill mix può generare brain drain oppure espansione parossistica di servizi non necessari, anziché progresso tecnico.

Altra ipotesi è che da noi, per usare una metafora, ci siano pochi box liberi per far riunire gli ingegneri e inventare le nuove Apple e Microsoft. Però, qualcosa si può fare per aiutare i cervelli italiani a produrre innovazioni per il nostro sistema produttivo. A Siracusa, ad esempio, si è costituito un Impact Hub, un luogo di incontro organizzato per far riunire e collaborare giovani laureati che vogliono mettersi in rete per generare nuove idee per lo sviluppo della Sicilia e del Mezzogiorno. In genere, occorrerebbe sviluppare spinoffs e incubatori di imprese, coinvolgendo in modo massiccio anche le università. La mancanza di questi strumenti contribuisce a creare un solco incolmabile fra scuola/università e mondo della produzione.

 

 

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