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Un nuovo veicolo per arginare la crisi: la societÓ salva aziende del decreto Investment Compact E-mail
di Martino Liva
23 febbraio 2015

Non sarà una nuova Iri, come ha specificato il Ministro dell’Economia Padoan, ma ancora non sono del tutto chiari i tratti caratteristici che avrà la nuova «Società di servizio per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese», la cui istituzione è prevista dall’art. 7 del recente D.L. 24 gennaio 2015, n. 3 (cd. Investment compact). Si tratta, quest’ultima, di una norma ancora difficile da valutare, lasciando infatti molto di non detto e richiedendo un necessario decreto ministeriale di attuazione, ma che probabilmente avrà un certo impatto (si spera positivo) sul tessuto produttivo italiano.

 

L’idea di fondo del Governo è stata quella di creare una nuova società per azioni a capitale misto, la cui attività consisterà nel soccorrere imprese industriali che, usando le parole del decreto, «nonostante temporanei squilibri patrimoniali o finanziari» abbiano «adeguate prospettive industriali e di mercato, ma necessitino di ridefinizione della struttura finanziaria o di adeguata patrimonializzazione o comunque di interventi di ristrutturazione».

Dall’analisi della mission sociale, risulta innanzitutto la distinzione rispetto all’attività del Fondo Strategico Italiano, per cui è ragionevole prevedere che gli interventi di questi due enti procederanno su binari paralleli. La società di servizio, infatti, potrà agire anche a favore di situazioni industriali significative rese problematiche dalla crisi e dunque in temporaneo squilibrio patrimoniale, purchè vengano verificate adeguate prospettive reddituali (in molti hanno pensato alla situazione dell’Ilva).

Il Fondo Strategico Italiano, invece, può investire solo a sostegno di aziende di rilevante interesse nazionale in stabile equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico, con adeguate prospettive di redditività e di sviluppo.

La società di servizio prevista dall’Investment compact, inoltre, avrà quale effetto immediato quello di far scomparire un altro fondo, vale a dire il Fondo di servizio, introdotto solo pochi mesi fa dal D.L. 12 settembre 2014, n. 133 (c.d. Sblocca Italia). L’art. 15 dello Sblocca Italia è stato infatti abrogato dall’art. 7 dell’Investment compact e così il Fondo di servizio, il cui scopo  era il sostegno finanziario e patrimoniale di imprese con un numero di addetti non inferiore a 150, lascerà il posto alla società di servizi, che invece  - al momento - non risulta vincolata dal predetto limite dimensionale dello Sblocca Italia.

Venendo al merito, si possono individuare nel testo dell’art. 7 del decreto tre diverse modalità di intervento che dovrà porre in essere la società di servizio.

La prima consiste nell’investire il capitale raccolto in proprio, la seconda nel compiere operazioni di finanziamento, la terza nell’acquisire (o subentrare in) rapporti esistenti con la finalità di procedere ad uno sviluppo operativo dell’attività corrente o di piani di medio - termine specificatamente predisposti, mediante, ad esempio, «l'affitto o la gestione di aziende, rami di aziende o siti produttivi».

Il capitale della società di servizi sarà sottoscritto da investitori istituzionali e professionali e lo Stato interverrà sotto forma di prestatore di garanzia degli investimenti di alcuni azionisti.

Già, perché il decreto prevede espressamente la creazione di (almeno) due diverse categorie di azioni (e dunque di soci), che si differenziano in ragione della scelta di beneficiare o meno della garanzia statale (stimata per un massimo di 300 milioni per l’anno 2015). Chi opta per non beneficiare della garanzia gode di particolari diritti sociali e/o patrimoniali, che dovranno essere puntualmente individuati dallo statuto sociale, mentre gli azionisti che ne beneficiano sono invece tenuti a riversare allo Stato una quota degli utili ad essi distribuiti a titolo di premio sulla garanzia ottenuta.

Il tutto, con la previsione che la società di servizi avrà l’obbligo di distribuire almeno 2/3 degli utili conseguiti. I quali, si spera, saranno ottenuti a seguito della «cessione delle partecipate ovvero il trasferimento dei beni e rapporti oggetto del singolo investimento entro il termine stabilito dallo statuto». Termine che si prevede dovrà essere tra i 7 ed i 10 anni.

Fin qui i tratti salienti dell’art. 7 dell’Investment compact. Quindi, per delineare un quadro più solido e completo, occorrerà attendere se vi saranno emendamenti nella legge di conversione (attualmente il D.D.L. di conversione n. AC 2844 è in discussione presso la Commissione Industria della Camera dei Deputati in sede referente e non risultano, alla data di stesura del presente scritto, pubblicati emendamenti), il decreto attuativo del Ministero e (soprattutto) lo statuto sociale della società di servizio, che sarà poi sottoposto al vaglio finale della Presidenza del Consiglio.

In particolare, nel testo di statuto troveranno sede gli specifici termini e modalità di investimento e disinvestimento, la puntuale disciplina delle diverse categorie di azioni, la possibilità di prevedere la sottoscrizione anche di strumenti finanziari partecipativi, volti a reperire risorse presso un’ampia e variegata platea di investitori, si spera anche stranieri. Più in generale, lo statuto dovrà definire la struttura della governance societaria, rispetto a cui il testo del decreto legge è del tutto silente. Saranno, tutti, elementi decisivi per evitare una bocciatura della norma (o meglio, del decreto ministeriale attuativo) in sede europea, dove potrebbe essere considerata strumento di aiuti di stato, vietati dagli artt. 107 e ss. del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Certo è che i rischi di bocciatura appaiono contenuti se, come pare, verrà introdotto nello statuto un vero e proprio vincolo per la società ad effettuare i propri interventi partecipando sempre al capitale di rischio delle società beneficiarie, attraverso la sottoscrizione di aumenti di capitale ad essa riservati.

Infine, la bontà dell’intervento legislativo sarà da valutare una volta divenuta operativa la società di servizio, sulla base dei criteri operativi con cui la società stessa deciderà di agire a supporto delle imprese in crisi.

Spesso, in passato, si sono preferiti interventi dettati dal costo o dalla opportunità politica, piuttosto che effettuati in considerazione delle concrete possibilità di rilanciare l’impresa in crisi. La presenza dei privati nel capitale ed un solido testo di statuto sociale possono essere elementi in grado di arginare la tentazione. Ma poi, evidentemente, servirà anche la volontà politica per evitare di trasformare un buon veicolo di sostegno al sistema produttivo in una nuova occasione di spreco di risorse anche pubbliche.

 


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