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E’ il momento della carbon tax E-mail
di Franco Osculati
23 febbraio 2015

Forse sarebbe eccessivo parlare di un “dividendo” addirittura triplo, ma è certo che gli elementi a favore dell’introduzione della “carbon tax” sono importanti e numerosi come non mai. Essa consentirebbe di mantenere e accentuare gli incentivi alla sostenibilità ambientale e di finanziare interventi favorevoli allo sviluppo. Senza effetti collaterali significativi.  A Parigi, in dicembre, nuova conferenza sul cambiamento climatico. Non presentiamoci a mani vuote.  


1. Il primo dividendo. In varie sedi internazionali, comprese le Nazioni Unite, si è convenuto che, all’orizzonte del 2100, la nostra Terra, il solo pianeta a disposizione, debba guardarsi dall’aumentare la temperatura media di più di due gradi rispetto all’era preindustriale. Sembra invece accertato che si stia viaggiando con un incremento di tre/quattro gradi. Intanto il 2014 è stata l’anno più caldo da quando si registrano le temperature. Sul piano scientifico permangono pochi dubbi sul rapporto tra surriscaldamento globale (dovuto soprattutto all’anidride carbonica) e vari fenomeni catastrofici che si sono già verificati, con danni materiali e immateriali immensi. Per esempio, il ciclone Katrina è costato 125 miliardi di dollari, mentre la siccità del Corno d’Africa nel 2011 ha determinato decine di migliaia di morti  e ha prodotto lo sconvolgimento della vita di più di 9 milioni di persone ( World Economic Forum. Global risks 2013).  
Tra gli strumenti per far fronte al fenomeno, quello “economico” costituito dall’imposizione di un prezzo all’atomo di carbonio (presente in diverse quantità nelle molecole dei combustibili fossili) è sempre più sostenuto e consigliato. Nei documenti conclusivi del “Climate summit 2014” dell’Onu si sottolinea “the importance of carbon pricing through policy mechanisms that take into account country specific economies and policy contexts” e si raccomanda “Set an internal carbon price high enough to materially affect investment decisions to drive down greenhouse gas emissions”. Durante il summit è emerso che circa 40 Paesi e più di 20 Stati o Regioni o Province applicano o stanno per applicare strumenti di correzione dei prezzi del carbonio immesso nell’atmosfera. Aspetto  interessante è che, sempre in tale conferenza, i rappresentanti di circa 400 società internazionali abbiano condiviso l’opportunità di poter contare su una stabile e prevedibile dinamica dei prezzi che consenta di rispondere adeguatamente alle sfide del cambiamento climatico.
Il favore per lo strumento d’intervento costituito dall’internalizzazione del costo esterno mediante apposito prelievo, o carbon tax, deriva anche dal fatto che la possibile alternativa costituita dalla fissazione di quote ad ogni fonte inquinate si rivela impercorribile tecnicamente e dal punto di vista amministrativo soprattutto nei Paesi in via di modernizzazione.
Per quanto riguarda l’Europa e l’Italia in particolare non mancano testi programmatrici e legislativi che chiedono e autorizzano l’introduzione della carbon tax. La Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo dell’aprile 2011 (COM/2011/206) dedicata a “Dodici leve per stimolare la crescita e rafforzare la fiducia” comprende una revisione della fiscalità sull’energia “così da assicurare un trattamento coerente delle diverse fonti di energia per tenere maggiormente conto del contenuto energetico dei prodotti e del loro livello di emissioni di CO2”. Su questa falsariga la delega fiscale, legge 23/2014, alla voce “fiscalità energetica e ambientale” (art. 15) menziona una revisione “delle accise sui prodotti energetici … anche in funzione del contenuto di carbonio” e dottamente argomenta con il concetto del “doppio dividendo” dei tributi pigouviani ambientali.
Siamo dunque in presenza di un vasto e articolato contesto di argomenti che spingono per l’introduzione della carbon tax, meglio se nella sua versione completa, dal metano al carbone (con aliquota crescente secondo il contenuto in carbonio), e meglio se nell’ambito di un’azione internazionale integrata tra molti Paesi. Essa, comunque, sarebbe benvenuta anche in soluzioni parziali e da parte di singoli Paesi fin qui inattivi su questo particolare fronte della preservazione ambientale. Probabilmente ogni soluzione riconducibile alla carbon tax stimola l’economia verde, nonché la ricerca e la diffusione delle energie rinnovabili.  
2. Il secondo dividendo e oltre. A tutto questo oggi si aggiunge il motivo messo in evidenza in particolare dall’economista e uomo di Stato americano Lawrence Summers: il prezzo del petrolio non è mai stato così basso. E’ un dato internazionale che in Italia si è tradotto in una riduzione del prezzo della benzina di circa il 14% nel corso del 2014. E’ una percentuale importante sebbene nettamente inferiore a quella registrata dal greggio, circa il 50%. Summers, con riferimento agli Usa, stima che agendo anche soltanto sul prezzo della benzina in misura di 25 centesimi al gallone, senza determinare un prezzo totale superiore a quello registrato all’inizio del 2014, si realizzerebbe un gettito di cento e più miliardi di dollari annui. Alla scala europea dei 28, secondo ipotesi già avanzate dalla Commissione e rivisitate recentemente da Majocchi (Dopo la caduta del prezzo del petrolio è l’ora della carbon tax, Centro studi sul federalismo, 15 gennaio 2015) un prelievo tale da determinare un incremento del prezzo al litro non superiore al 2,5% (rispetto ad un livello di mercato attorno all’1,5 euro) garantirebbe un gettito dell’ordine di grandezza dei 50 miliardi di euro.
Date queste premesse, per un Paese come l’Italia si potrebbero impostare aliquote tali da offrire un gettito orientativamente tra i 5 e i 10 miliardi e organizzate in modo da diminuire con l’aumento del prezzo del greggio. Certo il mercato petrolifero potrà invertire la tendenza di questi ultimi mesi e potrà patire qualche effetto anche dal deprezzamento dell’euro; tuttavia la fuga dalla deflazione e il ritorno ad un livello generale dei prezzi verso il 2% si stagliano molto lontani all’orizzonte. L’inconveniente classico delle accise, l’effetto inflazionistico, non è d’attualità. Anzi, se la carbon tax servisse in questo momento a far ripartire un’inflazione controllata verrebbe la tentazione di parlare di un terzo  dividendo, un vantaggio inatteso nella tradizionale letteratura economico ambientale.
Riguardo ad un inasprimento delle accise sui carburanti rimarrebbero il lato negativo delle imposte indirette costituito dagli effetti distributivi e, si potrebbe pensare, la perdita dello stimolo alla crescita che la riduzione dei prezzi petroliferi in atto produce in sé. Il primo problema, anche dopo l’applicazione della carbon tax, non sarebbe più grave di quello che si aveva fino ad un anno o anno e mezzo fa. Il secondo può essere risolto addirittura con profitto utilizzando il gettito dove più è produttivo ai fini dello sviluppo. Di solito, a questo punto, si nomina il costo del lavoro e la relativa tassazione. E questo sarebbe il secondo, e ampiamente preventivato in letteratura, dividendo della carbon tax.
Nel tema rientra il “bonus 80 euro” che è contabilizzato tra le spese ma è sempre stato inteso come misura di riduzione del cuneo. In ogni caso esso dimentica gli imponibili al di sotto di 8.145 euro. Utilizzare i proventi della carbon tax a favore dei lavoratori con tali livelli di reddito non sarebbe contrario allo sviluppo, e men che meno all’equità.       
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