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UNO TSUMANI DAVVERO “POCO” SILENZIOSO* E-mail
Internazionali
di Salvatore Monni

materie primeThe silent tsumani. Così titolava l’Economist dello scorso 17 aprile. Il riferimento, neanche troppo velato, era alla tragedia che il dicembre di due anni fa colpì le popolazioni del Sud-Est asiatico devastando e uccidendo centinaia di migliaia di persone. Ora l’espressione viene usata in riferimento alle conseguenze che soprattutto nei paesi più poveri sta causando l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole (mais, grano, riso, soia).
*Articolo pubblicato anche su affarinternazionali.it

Uno tsumani silenzioso? Silenzioso lo è sicuramente sui media occidentali e come al solito ancora di più su quelli italiani, che continuano ad essere innamorati più dei gossip della politica che dei temi di politica internazionale. Non lo è di certo per i poveri del pianeta che quotidianamente si vedono negato l’accesso al cibo che ne influenza non solo la loro quotidianità, ma anche le prospettive future.

Ma quali sono le cause della crisi, chi ne è colpito e cosa è possibile fare per porvi rimedio?

L’insidia dei biocarburanti

Iniziamo con la prima domanda che è anche quella a cui è probabilmente più difficile rispondere. Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale (Fmi) individuano come causa principale dell’aumento dei prezzi il caro petrolio e la conseguente scelta di finanziare (soprattutto da parte degli Stati Uniti) la produzione di biocarburanti. L’aspetto più controverso riguarda soprattutto il finanziamento spettante agli agricoltori per produrre granturco non più destinato al mercato alimentare, ma a quello energetico: una follia, osserva Simon Johnson, chief economist del Fmi, in un suo recente contributo su Finance and Development, perché per produrre etanolo si consuma più energia di quanta se ne produce e perché questo finanziamento crea evidenti distorsioni nel mercato.

In effetti, se in alcuni paesi come il Brasile è possibile produrre etanolo a costi molto bassi e con un evidente risparmio di energia non rinnovabile e un basso livello dei emissioni, per esempio utilizzando la canna da zucchero, ciò non è altrettanto vero per gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che per ottenere lo stesso risultato devono far ricorso a sussidi alla produzione e dazi sulle importazioni. Gli Stati Uniti, per esempio, sussidiano con 51 centesimi al gallone la produzione di etanolo e impongono una tariffa di 54 cent al gallone sulle importazioni. L’aumento dei prezzi del petrolio e degli idrocarburi, inoltre, incide anche in quanto input all’agricoltura, sia come elemento utilizzato nella fabbricazione dei fertilizzanti, sia per il costo del carburante vero e proprio.

Ma le cause sono anche altre. L’allargamento della classe media in India e Cina ha inciso profondamente sui cambiamenti delle diete alimentari individuali in questi paesi aumentando notevolmente la domanda di cibo proteico. Se a questo aggiungiamo che soia, mais, e colza sono parte integrante sia della catena alimentare umana che animale (sotto forma di mangimi), è facile concludere che l’interdipendenza dei due mercati alimentari (quello dei mangimi e quello umano) provoca una maggiore pressione sui prezzi e di conseguenza una loro ulteriore variabilità. Fenomeni strutturali cui si aggiungono fenomeni congiunturali come gli shock dal lato dell’offerta, il fallimento del raccolto australiano, aggravati dai bassissimi livelli di stocks internazionali e i crescenti investimenti in materie prime agricole, cui si aggiungono speculazioni vere e proprie, da parte di molti fondi pensione (fino al 4-5 per cento del loro portafoglio). Un insieme di effetti incrociati, quelli descritti, che hanno determinato l’eccezionale aumento dei prezzi degli ultimi mesi.

I poveri dei poveri

Il secondo aspetto da affrontare è chi viene colpito principalmente e perché? La risposta è purtroppo relativamente semplice: a soffrire maggiormente sono i poveri dei poveri. Come è noto, e anche intuitivo, la quota di reddito personale destinata all’acquisto di beni alimentari è tanto maggiore quanto minore è il reddito. Se infatti le famiglie statunitensi e europee spendono in media circa il 16% del loro budget per l’acquisto di cibo, nei paesi poveri la percentuale sale fino al 60% e in molti paesi come la Nigeria la quota arriva fino al 73%. Insomma l’aumento dei prezzi alimentari si fa sentire soprattutto per quelle popolazioni che ai consumi alimentari destinano la maggior parte del loro reddito. Ma questo non è tutto. L’aspetto più devastante del fenomeno è appunto che tra i poveri colpisce in modo particolare coloro che se la passano peggio: le persone che dipendono dall'assistenza umanitaria, gli orfani, coloro che sono colpiti dall'Hiv/Aids, i rifugiati e le famiglie povere delle zone urbane.

Terza e ultima questione: è possibile invertire la tendenza? Nel brevissimo periodo l’intervento probabilmente più efficace è quello suggerito dal direttore generale della Fao, Jaques Diouf: mettere in atto un enorme piano di trasferimento di sementi, fertilizzanti e mezzi di produzione verso i Paesi in via di sviluppo. Sul medio e lungo periodo sarebbe invece necessario rimuovere i sussidi e gradualmente eliminare il protezionismo dei mercati agricoli europei e statunitensi. Bisogna insomma prendere atto che ha senso produrre bioetanolo solo dove la produzione è efficiente come nel caso del Brasile; diversamente bisogna evitare che paesi come gli Stati Uniti dove la produzione di bioetanolo da cereali è chiaramente inefficiente creino pericolose distorsioni per il mercato.

Infine, sarebbe auspicabile che i decisori politici prendessero sempre in considerazione la realtà dei singoli paesi analizzando attentamente le determinanti specifiche della crisi nel paese oggetto dell’intervento e modulando le politiche in risposta ad esse e non, come a volte è accaduto, ad astratti modelli estranei alla realtà.

 

Salvatore Monni

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