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La ripresa economica e la politica industriale e regionale in Italia e Europa E-mail
di Maurizio Baravelli, Marco Bellandi, Riccardo Cappellin, Enrico Ciciotti, Enrico Marelli
12 gennaio 2015

Molti economisti sono convinti che la recessione e stagnazione sono il risultato di politiche o inefficaci o sbagliate e comunque da cambiare. Al fine di avviare una ripresa rapida e soddisfacente dell’economia italiana ed europea, le politiche fiscali o monetarie da sole, specialmente come sono state attuate in Italia e nell’Eurozona negli ultimi anni, si sono dimostrate inefficaci e devono essere integrate con le politiche regionali e delle infrastrutture e con le politiche di sviluppo industriale. 

Il  deficit annuale di investimenti sia privati che pubblici, nel 2013 rispetto al 2008, era in Europa di circa 370 miliardi di euro e in Italia di circa 85 miliardi  di euro per anno. 


La mancata ripresa della spesa in investimenti fissi delle imprese italiane ed europee è anche l’effetto della mancanza di un’efficace politica dell’innovazione, industriale e regionale: è quindi possibile uscire dalla crisi con un grande piano nazionale di investimenti  per lo sviluppo di produzioni innovative e di progetti che mirino ad un miglioramento della qualità della vita nelle aree urbane. In questa prospettiva, il Piano Juncker appare un primo cambiamento positivo verso un approccio diverso alle politiche economiche della Unione Europea.

Lo sostiene il Gruppo di Discussione: “Crescita, Investimenti e Territorio”, nel documento: “La ripresa economica e la politica industriale e regionale”,  diffuso sul sito: www.economia.uniroma2.it/dedi/ebook-politiche-industriali/. Il documento rappresenta la sintesi dei circa 50 contributi elaborati nel 2014 da oltre 30 noti docenti di economia industriale, regionale e urbana, del lavoro e macroeconomia, di diverse Associazioni Scientifiche italiane.

Le analisi e le proposte indicate nel documento riguardano quattro temi: il cambiamento necessario nelle politiche macroeconomiche europee;  lo stimolo all’innovazione nelle imprese e gli investimenti in nuove produzioni; i cambiamenti nelle aree urbane e i settori d’intervento strategici delle politiche regionali; i limiti delle politiche fiscali finora perseguite in Italia.

Per rilanciare la crescita è necessario un cambiamento di metodo e di strategia:

a)    dall’enfasi sull’offerta aggregata e sulla competitività delle esportazioni attraverso il contenimento dei soli costi di produzione alla focalizzazione sulla crescita della domanda interna e alla ripresa degli investimenti e dei consumi di beni durevoli, di imprese e famiglie;

b)    da una focalizzazione sul mercato del lavoro e sui costi del lavoro per le imprese alla focalizzazione sulla crescita dell’occupazione qualificata nelle imprese e sulla promozione dell’innovazione di prodotto e di processo e della crescita della produttività;

c)    da un’espansione dell’ offerta di moneta meramente quantitativa e da un sistema finanziario bancocentrico a un  sistema  più orientato  al finanziamento dell’innovazione e dello sviluppo con un più ampio settore  di intermediari non bancari specializzati nel sostegno degli investimenti innovativi e delle nuove produzioni,  e  con una maggiore presenza dei mercati finanziari.

La politica industriale e regionale è indispensabile non tanto in una prospettiva di lungo termine, ma anche al fine di promuovere una ripresa della crescita nel breve e medio periodo. Il documento sostiene che è necessaria una politica industriale e regionale che promuova gli investimenti delle imprese private in costruzioni e impianti per lo sviluppo di nuovi settori o filiere produttive innovative, nei quali si prevede una domanda interna elevata, che assicurino un ruolo nuovo dell’economia europea nella competizione a scala globale. L’innovazione non è solo un fattore di successo, ma ormai un fattore di sopravvivenza delle singole imprese. 

Una strategia di "diversificazione intelligente" (smart diversification) del sistema produttivo italiano richiede che vengano individuate nuove specializzazioni produttive e le infrastrutture chiave mancanti. Questi interventi operativi devono essere capaci di avere un impatto significativo sull'economia e sulla qualità della vita dei cittadini. E’ necessaria sia una forte selettività degli interventi che una forte integrazione degli stessi nelle singole aree urbane e regionali del Paese.

La politica industriale e regionale deve promuovere l’innovazione di tipo sistemico nelle diverse filiere produttive e aree territoriali e ridurre il rischio dell’investimento per la singola impresa con la condivisione di un piano industriale integrato e comune con le altre imprese grandi e medie, il sindacato e le comunità locali. Il Governo e le Regioni devono integrare gli investimenti pubblici con gli investimenti privati nelle diverse aree regionali e urbane e si devono impegnare con le imprese interessate a rimuovere (prioritariamente) gli ostacoli amministrativi che rallentano la realizzazione di progetti d’investimento concordati, creando delle task force dedicate.

Appare prioritario concentrare gli investimenti nelle aree urbane, sia per il loro essere il luogo ove emergono per prima i nuovi bisogni e si concentra la domanda di nuovi beni e servizi, che anche per il fatto che i centri urbani sono i nodi di infrastrutture territoriali e svolgono una funzione strategica nel valorizzare la connettività delle nuove reti sia materiali che immateriali, di trasporto di beni e di persone o di informazioni e conoscenze. Inoltre, si deve passare da una strategia orientata verso gli attori e i progetti individuali ad una orientata  verso attori e progetti collettivi. Pertanto, nelle città si possono sviluppare “piani di investimento” nei settori prioritari di: housing sociale, mobilità, ambiente,  territorio e acqua,   energia e cultura.

In molti di questi settori l’attività privata è possibile non solo nella fase della costruzione dell’infrastruttura ma anche in quella della gestione del servizio. Le nuove produzioni industriali e di servizio devono essere molto innovative e quindi in grado di assicurare un rendimento finanziario adeguato per poter essere finanziate con risorse private e non, come sempre, solamente con fondi pubblici. In particolare, un aspetto da non sottovalutare è rappresentato dagli aspetti soft della progettazione.

Le relazioni di complementarietà e di sinergia che si possono stabilire tra le singole iniziative vanno valorizzate attraverso strategie ed azioni specifiche volte, ad esempio, alla nascita o al consolidamento di opportuni cluster di imprese operanti nei settori ove la domanda da parte delle città si mostra di peso maggiore in termini quantitativi, di innovazione tecnologica e di export potenziale. Sarebbe opportuno focalizzarsi innanzitutto sugli interventi che possono dare un risultato immediato (a sei mesi o un anno) e agire “chirurgicamente” sugli investimenti più urgenti e che riguardano i “nodi” della rete urbana e delle relazioni tra i centri urbani e il rispettivo territorio.

Non sono sufficienti i fondi pubblici recuperati tagliando gli sprechi ed è necessario  mobilitare il risparmio privato e attirare su progetti molto qualificati e assistiti da una garanzia pubblica i fondi della Banca Europea degli Investimenti e della Cassa Depositi e Prestiti, che possono ricorrere al mercato internazionale dei capitali e coinvolgere i grandi gruppi bancari e gli intermediari non bancari, le assicurazioni e i fondi pensione, i fondi di private equity specializzati nelle infrastrutture, i fondi di venture capital e anche Fondi Sovrani esteri. Anche i singoli cittadini possono essere interessati a partecipare al finanziamento dei progetti, soprattutto se essi hanno una chiara ricaduta sulle rispettive aree di residenza.

Un ruolo chiave sia nella progettazione tecnica che anche nel coordinamento della loro realizzazione dei singoli progetti d’investimento e successivamente nella realizzazione delle nuove produzioni di servizi ad esse collegate devono avere le grandi imprese nei servizi collettivi (Public Utilities) che hanno un forte radicamento nelle aree urbane e nel territorio italiano.

Il Piano Juncker è una prima parziale risposta. Nulla osta, tuttavia, che il Governo italiano avvii fin da subito un piano strategico di investimenti, basato sullo stesso approccio del Piano Juncker ma attivando un volume di risorse più significativo. Il Governo dovrebbe chiedere alle imprese e alle istituzioni finanziarie italiane, a cominciare dalla Cassa Depositi e Prestiti, e ai sindacati e al mondo universitario di partecipare al disegno e alla realizzazione del piano di investimenti    italiano, con l'effetto di liberare energie attualmente inespresse e di ridurre il clima depressivo attuale.

In particolare, il Governo italiano assieme alle Regioni dovrebbe promuovere una serie di progetti di piccola e media dimensione da avviare in tempi certi e immediati (e non di pochi grandi progetti da realizzare in tempi molto lunghi), il cui finanziamento avverrà da parte della già ricordata Cassa Depositi e Prestiti con i fondi che la Banca Europea degli Investimenti metterà a disposizione una volta verificato il merito di credito (rating finanziario) dei progetti stessi.

In conclusione, la ripresa degli investimenti privati e pubblici è legata a un rilancio della politica industriale e regionale, a una strategia di crescita basata sull’innovazione delle imprese e delle istituzioni e a un’efficace governance delle relazioni tra imprese, università, credito e amministrazioni pubbliche regionali, nazionali e europee.

Il Gruppo di Discussione “Crescita, Investimenti e Territorio”, che ha organizzato nel 2014 due Policy Workshops all’Università Statale di Milano e al Congresso dell’Associazione Italiana di Scienze Regionali (AISRe) all’Università di Padova, ha iniziato una serie di incontri con esperti delle più importanti istituzioni finanziarie italiane, sindacalisti e industriali e ha annunciato che presenterà i risultati di queste analisi e proposte in un Policy Workshop nel mese di febbraio al Politecnico di Milano e in altri incontri che si terranno nel 2015 a Firenze, Napoli e Roma.

 

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