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Pluralismo ed efficienza: la proposta dualistica per la RAI E-mail
di Martino Liva
09 dicembre 2014

Con l’approvazione da parte di Consob del prospetto informativo relativo all’offerta pubblica di vendita, è entrata ufficialmente nel vivo l’operazione di quotazione del 30,51% del capitale sociale di Rai Way S.p.A., società interamente controllata, prima della quotazione, da Rai S.p.A. L’offerta pubblica è terminata lo scorso 13 novembre ed il 19 novembre Rai Way ha debuttato in borsa, con un guadagno del 4,68% del valore del titolo a fine giornata. Potrebbe trattarsi di una prova generale, in vista di un possibile approdo a Piazza Affari anche di Rai S.p.A. Ipotesi, questa, non avveniristica ma che al contrario pare a molti l’unica modalità per contrastare un bilancio difficile (- 9,4% dei ricavi, negli ultimi quattro anni), dovuto anche al calo pubblicitario, e così raccogliere capitali per rilanciarsi, internazionalizzarsi ed investire sul prodotto.

 

Certo è che se la via della quotazione appare lunga ed incerta, per la Rai si apre ora una fase, estremamente interessante, di possibili riforme dovute a due scadenze ben precise. La prima è quella del prossimo aprile 2015, quando, con l’approvazione del bilancio cesserà il mandato dell’attuale Consiglio di Amministrazione, la seconda è invece il 6 maggio 2016, data di scadenza della concessione di servizio pubblico tra lo Stato e la stessa Rai. Senza poi dimenticare le possibili novità in tema di modalità di pagamento del canone (in bolletta ma ridotto), che potrebbero entrare nella legge di stabilità ora all’esame del Parlamento.

 

L’occasione del rinnovo dell’organo amministrativo, in particolare, periodicamente suscita proposte di modifica dell’attuale governance, prevista dalla l. 112/2004 (cd. legge Gasparri) e poi traslata nello statuto sociale della società.

 

I dubbi generati dalla l. 112/2004 toccano proprio l’impianto organizzativo della Rai. Attualmente, in estrema sintesi, non essendosi mai verificata la possibile alienazione a privati di parte delle azioni, trova applicazione la norma transitoria dell’articolo 21 dello statuto sociale che prevde un Consiglio di Amministrazione di nove membri, di cui sette di nomina parlamentare (Commissione di Vigilanza) e due, tra cui il Presidente, nominati dall’azionista (il Governo, per il tramite del Ministero dell’Economia).

 

All’azionista spetta inoltre l’indicazione del Direttore Generale, poi formalmente nominato dal Consiglio di Ammministrazione, e la nomina del Collegio Sindacale.

Il sistema, che pure cerca di contemperare le prerogative del Parlamento rispetto a quelle dell’esecutivo, presenta note criticità, a cominciare dai criteri di nomina per poi toccare il tema delle competenze, dei controlli e soprattutto del problematico ed inefficiente rapporto tra Consiglio di Amministrazione e Direttore Generale. Quest’ultimo, infatti, da un lato sembrerebbe agire alla stregua di un Amministratore delegato, ma dall’altro, fatte salve alcune competenze dategli dallo statuto, deve sempre ricorrere all’approvazione del Consiglio di Amministrazione perché le sue proposte possano avere rilevanza esterna, con l’ovvia conseguenza che si creano intralci nella gestione e la necessità di continue convocazioni del Consiglio.

 

Il tema della nuova governance della Rai, in questa fase storica di crisi delle assemblee elettive e, più in generale, della politica nel suo complesso, è per certi versi monopolizzato dalla considerazione per cui l’unico rimedio salvifico pare essere quello di eliminare l’influenza della politica sull’azienda, senza poi chiedersi in che modo.

 

Tuttavia appare riduttivo concentrare la discussione solo su questo aspetto. La questione è più ampia, e precisamente riguarda la necessità di introdurre una governance che possa rispondere nel migliore modo possibile al dilemma di fondo della Rai: come esercitare un’attività di tipo imprenditoriale nel pubblico interesse? E, più in generale, come poter essere da un lato strumento democratico di pluralismo informativo e dall’altro società per azioni improntata al conseguimento di utili operando sul mercato? Il tutto, evidentemente, tenendo ben presente che  l’interesse dei partiti è cosa ben diversa dall’interesse pubblico.

 

In altri termini, finchè la Rai resterà concessionaria del servizio pubblico, appare necessario inserire le proposte di riforma nel quadro delineato dalla Corte Costituzionale, che negli anni ha sempre evidenziato come il servizio pubblico radiotelevisivo debba essere caratterizzato «da ampia apertura a tutte le correnti culturali, da imparziale rappresentazione delle idee che si esprimono nella società» (C. Cost. n. 225/1974) dovendo quindi possedere «un alto tasso di democraticità rappresentativa» (C. Cost. n. 194/1987) che si concretizza nel principio della «prevalenza numerica del componenti [del CdA] designati dalla Commissione parlamentare» (C. Cost. n. 69/2009).

 

Considerazioni, queste che appaiono quale invito ad organizzare l’attività imprenditoriale della Rai in modo funzionale non solo al perseguimento dell’utile ma anche al raggiungimento del pubblico interesse, da inseguire però attraverso la forma, l’organizzazione ed i processi gestionali di una società per azioni di diritto privato, che costituisce la veste giuridica assegnatale dallo stesso legislatore.

 

Anche la Corte di Cassazione chiamata ad esprimersi in sede di ricorso preventivo di giurisdizione si è pronunciata, a più riprese, nel senso di negare alla Rai la qualità di pubblico potere o di pubblica amministrazione (Cass. Sez. Unite ord. n. 27092/2009; Cass. Sez. Unite ord. n .28392/2011). Salvo però precisare al contempo che la stessa Rai possa essere qualificata in alcuni frangenti quale organismo di diritto pubblico, in particolare al fine di assoggettarla alle norme comunitarie di evidenza pubblica per la scelta dei propri contraenti in tutti gli appalti eccedenti certe soglie.

 

In tale contesto si fa strada la proposta di riformulare la governance in senso dualistico, sistema introdotto nel nostro ordinamento con la riforma del diritto societario nel 2003 e che da subito è parso congeniale per le imprese in cui sono coinvolti interessi pubblici.

 

In una prospettiva di riforma in senso dualistico, l’organo di nomina del Parlamento (magari integrato per l’occasione da delegati regionali) sarebbe il Consiglio di Sorveglianza, cui spetterebbero i compiti - affidatigli dal codice civile e da apposite scelte statutarie - di controllo, di approvazione del bilancio, nonché di indirizzo strategico. Potrebbe trattarsi di un organo ampio nei numeri (anche 15 membri) ma semmai ridotto nei compensi, improntato più al principio della rappresentatività che dell’efficienza ed in grado di frapporsi tra politica ed amministrazione. Ad esso, come prevede il codice civile, sarebbe poi affidata la nomina del Consiglio di gestione, che al contrario si caratterizzerebbe quale organo ristretto (3 membri) e pienamente operativo. A farne parte dovrebbero essere nominati veri e propri managers, cui affidare le specifiche deleghe nelle diverse aree di business (editoriale, finanziaria ed industriale); con il risultato di generare indiscutibili vantaggi per ciò che concerne la snellezza operativa (si tratterebbe, di fatto, di tre Amministratori delegati che agiscono parallelamente senza intralciarsi), la trasparenza, la responsabilità e verificabilità delle decisioni. Più precisamente, potrebbe favorirsi una gestione pienamente manageriale della società sottoposta però allo stimolo e verifica di un organo professionalizzato (il Consiglio di Sorveglianza), in grado di effettuare il cd. controllo interno alla gestione.

 

In particolare nel sistema delineato, il Consiglio di Sorveglianza assumerebbe il ruolo di diaframma che gli è proprio, seppur con una peculiarità, rispetto alle previsioni codicistiche. Non sarebbe un diaframma tra proprietà e gestione ma semmai, nella fattispecie concreta, tra interessi politico-partitici e gestione amministrativa. In altri termini sarebbe depotenziato il filo che lega i parlamentari (titolari del potere di nomina del Consiglio di Sorveglianza) e i managers  incaricati delle scelte operative e gestionali. E tanto più elevati dovessero essere i requisiti di indipendenza e professionalità che lo statuto dovesse richiedere ai Consiglieri di sorveglianza, quanto più questi potranno efficacemente mediare e schermare le richieste politiche rispetto all’attività quotidiana gestionale affidata, come detto, al Consiglio di gestione. In tale contesto ne uscirebbero ridimensionati il Direttore Generale, la cui figura tornerebbe ad essere quella del braccio operativo interno, secondo l’impostazione del codice civile e l’Assemblea, con il conseguente allontanamento della Rai dalla sfera dell’esecutivo, cui potrebbero semmai essere garantire delle limitate e puntuali prerogative statutarie in tema di nomine delle cariche sociali, su tutte, ad esempio, l’indicazione del vice-presidente del Consiglio di Sorveglianza.

 

Non è neppure azzardato, in quest’ottica, immaginare l’abolizione della Commissione di Vigilanza parlamentare, posto che i compiti di controllo e stimolo dell’organo rappresentativo della collettività sarebbero ben esercitati dal Consiglio di Sorveglianza (come detto, di nomina parlamentare ed ampio nei componenti) nella sua dialettica interna con il Consiglio di gestione.  

 

Altro vantaggio significativo che appare evidente dal sistema delineato, seppur in sintesi, riguarda la concentrazione, e conseguente snellezza, della gestione ordinaria d’impresa in capo allo stesso - ristretto - organo (il Consiglio di gestione), con la fine del problematico rapporto tra Direttore Generale ed il Consiglio di Amministrazione sopra evidenziato e riportato anche dalle recenti cronache dei giornali.  Parrebbero inoltre efficacemente raggiunti con il modello dualistico anche il perseguimento dell’interesse pubblico, la diminuzione del rischio di marcate ed inopportune interferenze del Governo e del Parlamento ed al contempo l’adeguato grado di rappresentatività all’interno della società.

 

La dottrina più attenta se ne è accorta da qualche tempo, forse ora è fecondo il tempo perché dal Governo arrivi una proposta in tal senso, per non sprecare ancora un’occasione. In attesa che, parallelamente, si giunga una legge per rinnovare la concessione del servizio pubblico. Perchè senza quella, scompare anche la Rai.

 

 

 

 

 

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