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Riforma fiscale dove sei? E-mail
di Giuseppe Marino
24 novembre 2014

A distanza di otto mesi dall’adozione della Legge n. 23/2014, recante la delega al Governo per un fisco più equo, trasparente ed orientato alla crescita, non vi è ancora traccia dei principali decreti legislativi con cui procedere alla revisione del sistema fiscale. E ciò nonostante la previsione, in chiave di sollecitudine, per cui ogni quattro mesi «il Governo riferisce alle Commissioni parlamentari competenti per materia in ordine alla attuazione della delega». La data di scadenza, ormai quasi alimentare, è il 12 marzo 2015.


Sono quindi ancora “lettera morta” i punti salienti della riforma di cui nei passati articoli si era dato conto, quali: (i) la disciplina dell’abuso del diritto, con l’intento di codificare quella zona grigia alimentata dall’ingerenza creativa della Suprema Corte di Cassazione, in modo da dare maggiori garanzie ai contribuenti e, al contempo, più potere all’Amministrazione finanziaria; nonché (ii) la revisione del sistema sanzionatorio ed il rafforzamento dei controlli fiscali, al fine di contrastare le frodi carosello, gli abusi nelle attività di money tranfer o di trasferimento di immobili, così come i fenomeni di transfer pricing e di delocalizzazione fittizia di impresa.

Nulla di nuovo neanche sul fronte della corporate tax governance e della cooperative compliance per i grandi contribuenti, per quanto sia stato dimostrato che dalle prime 3.000 imprese italiane passi circa il 40 per cento dell’imponibile fiscale italiano (sia sotto forma di trattenute salariali, sia di imposte dovute sull’attività d’impresa). La previsione di sistemi di gestione e di controllo del rischio fiscale, a fronte di minori adempimenti e della riduzione delle sanzioni amministrative, non sembra in questo momento una priorità nell’attività parlamentare.

Invero, l’area di incertezza che contraddistingue il principio antielusivo ben fa comprendere quanto la riduzione dell’apparato sanzionatorio rappresenti solo un palliativo dinnanzi ad un fenomeno che meriterebbe la giusta codificazione e delimitazione. In assenza della tanto auspicata definizione della clausola generale, il nucleo centrale della riforma risulta inattuabile o privo di utilità e l’obiettivo di un miglior rapporto tra fisco e contribuenti (c.d. “enhanced relationship”) resta ancora lontano.

L’unico passo avanti registrato dal Governo Renzi sembra riguardare la riforma del sistema catastale dei fabbricati, mediante la quale si cercherà di superare l’attuale approccio basato sugli estimi per dare agli immobili un valore più vicino alla realtà. È, infatti, notizia di pochi giorni fa l’attuazione del decreto che mette in moto le commissioni censuarie, deputate ad elaborare quei coefficienti in grado di valorizzare qualità, localizzazione, anno di costruzione e stato conservativo degli immobili. Con le nuove norme il valore patrimoniale non sarà più calcolato in base al numero dei vani, bensì ai metri quadri, tenendo conto anche della collocazione e delle caratteristiche edilizie dell’immobile. Resta inteso che la revisione del catasto ˗ che richiederà qualche anno per il suo completamento ˗ non dovrà comportare aumenti del prelievo erariale, dacché le maggiori rendite saranno compensate dalla riduzione delle aliquote.

Il tutto mentre si stima che valgano più di 10 miliardi le imposte retroattive chieste agli italiani negli ultimi tre anni, dal Decreto Salva-Italia del 2011 al Ddl di stabilità per l’anno prossimo. Tasse decise e pagate oggi, ma su fatti economici di ieri, si è scritto. Eppure lo Statuto dei diritti del contribuente, uno dei capisaldi della Legge delega, vieta espressamente l’introduzione di imposte con effetto retroattivo. Ma lo Statuto è, per l’appunto, una legge ordinaria e come tale può essere superata da altre leggi o atti avente forza di legge; accadimento che negli ultimi quattordici anni si è verificato per ben 86 volte, solo contando le deroghe esplicite, ovverosia quelle che mettono nero su bianco la deroga al principio di irretroattività.

Un vezzo italico radicato anche nell’attuale legislatura ˗ la stessa che dovrebbe portare a compimento la riforma fiscale entro il 27 marzo 2015 ˗ se si considera che nel Ddl di Stabilità 2015 è previsto l’aumento dall’11,5% al 20% della tassazione sui rendimenti dei fondi pensione, con effetti fiscali in vigore, parzialmente, già a partire dal 1° gennaio 2014 e con un vantaggio per le casse dell’Erario stimato in circa 450 milioni di euro annui.

Eppure l’esigenza di garantire maggiore certezza al nostro sistema tributario era stata avvertita già dal Governo Monti nella relazione al Disegno di Legge n. 5291 del 15 giugno 2012, primo tentativo di Legge delega per la riforma del sistema fiscale, in cui si affermava come «mutamenti frequenti e incisivi nel sistema tributario non solo generano costi aggiuntivi di adempimento (connessi con l’apprendimento delle nuove norme, l’instaurazione delle nuove procedure, gli inevitabili dubbi interpretativi iniziali, l’insorgere di qualche contenzioso eccetera), ma modificano anche le convenienze relative su cui erano basate le decisioni prese in passato e, soprattutto, generano incertezza. Troppo spesso, nel recente passato, si sono avuti cambiamenti piuttosto radicali su aspetti strutturali del nostro sistema fiscale, con effetti negativi sulla credibilità e sulla stabilità di medio-lungo periodo della politica tributaria. L’incertezza in campo fiscale, come l’incertezza in altri campi, è deleteria per le decisioni di investimento e quindi per la crescita».

Il legislatore “predica bene, ma razzola male”, verrebbe da dire. Del resto, l’urgenza di far quadrare i conti pubblici è troppo importante per ammettere lamentele dei contribuenti (sic!), con buona pace dei principi costituzionali ed europei citati nella stessa legge delega.

Stupisce inoltre lo scarso valore simbolico della Legge delega: non un punto di riferimento per l’attuazione (e l’interpretazione) di norme impositive di oggi e di domani, ma un altro atto avente forza di legge, bistrattabile in ragione del gettito erariale o dell’approvazione della Commissione Europea. In sostanza, quella che doveva essere una guida per tutte le future scelte legislative in materia tributaria si sta trasformando, al momento, in un altro provvedimento che decanta cambiamenti normativi senza un diverso approccio culturale dello stesso legislatore. Quasi ad “andare come l’asino alla lira”, come la favola di Fedro ci insegna, ove l’interessamento per faccende in cui si è completamente negati o impreparati non può che comportare esiti infausti.

 

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