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Ancora l'articolo 18? Molta politica, poca economia E-mail
di Roberto Tamborini

Immaginate che il c.t. della Nazionale di calcio alla vigilia di una partita della Coppa del mondo mandi in tribuna il giocatore più amato dai dirigenti e dai tifosi. E' quello che sta facendo il governo con quel che resta dell' art. 18 dello Statuto dei lavoratori  nell'ambito del cosiddetto Jobs Act. Perché lo fa? Perché fomentare lo scontro ideologico nella propria metà campo mentre deve conquistare il massimo consenso per vincere una partita ambiziosa e complicata?

 

 

La risposta l'ha suggerita alla stampa il ministro Poletti lo scorso 2 ottobre: ci sono ragioni politiche, non economiche. Dev'essere vero, sia perché Poletti è persona onesta e informata dei fatti, sia perché tutto il resto è inconsistente e un po' surreale.

L'analisi economica dell' art. 18 l'abbiamo discussa nelMerito  al tempo della riforma Fornero. Naturalmente lo stato dell'arte non è cambiato. L'idea che la "flessibilità in uscita" aumenti ipso facto investimenti e occupazione su scala aggregata è, quanto meno, azzardata. La flessibilità serve ad utilizzare meglio il lavoro che c'è, o a non ostacolare la migrazione di capitali e lavoratori da un settore obsoleto ad uno innovativo in una economia che cresce. Ma in un'economa in recessione la flessibilità di per sé non crea posti di lavoro, perché la domanda di lavoro è, nell'aggregato, "razionata", cioè le imprese in complesso non riescono a vendere di più e i posti di lavoro efficienti sono meno dei lavoratori sul mercato. Il lubrificante non può sostituire la benzina. Nel frattempo la riforma Fornero non ha dato risultati occupazionali apprezzabili, il miglioramento dell'Italia negli indicatori OCSE del mercato del lavoro nemmeno, e la correlazione tra questi indicatori e la performance occupazionale dei vari paesi in questi cinque anni di crisi è insignificante. Difficile che l'ulteriore sforbiciata all'art. 18 prevista dal governo dia risultati esaltanti. Si aggiunga che anche il mondo imprenditoriale non ha una posizione decisa e compatta né pro né contro. L'argomento eticheggiante per cui dobbiamo cancellare l'ingiustizia del lavoratore protetto rispetto al precario è sempre in debito di una risposta chiara alla domanda: perché per realizzare i giusti e nobili obiettivi del Jobs Act per i precari dobbiamo dare un altro colpo all'art. 18?

Veniamo dunque alle vere ragioni, quelle politiche. Io ne vedo tre. Prima ragione. La voracità mediatica di Renzi fa scordare che non presiede un governo di centrosinistra ma di Grande Coalizione, o quel che ne resta. Il centrodestra che lo sostiene reclama qualcosa da issare sulla propria bandiera e da metter nel piatto dei propri elettori. La seconda ragione è come la prima al cubo, dove la controparte è la cosiddetta Europa: per sedersi al tavolo dove si distribuisce la flessibilità sui conti pubblici, occorre portare lo scalpo della rigidità del mercato del lavoro. La terza ragione sta nel carattere e nella strategia politica di Renzi: per evitare l'accusa di essere eterodiretto dal centrodestra e dalla Merkel, presenta come proprie le loro istanze con conclamata convinzione. Io, come credo la gran parte degli italiani (e non solo), non capisco cosa pensi veramente Renzi; ma ho la sensazione che farebbe volentieri a meno di questa ennesima battaglia sull'art. 18. Tuttavia il costo e il rischio sono funzionali anche alla sua trasformazione del Partito democratico: riposizionarlo più al centro con intrusione nel territorio di centrodestra, rottamare definitivamente la vecchia guardia, recintare la sinistra interna. Dal suo punto di vista il pacchetto del Jobs Act è ben confezionato: c'è un po' di roba che piace al popolo che viene da destra e un po' che piace a quello che viene da sinistra. D'altronde questo è quel che passa un convento del 40,8%. Chi è saggio e ragionevole si accontenti del suo; gli altri si cerchino un'altra casa politica altrettanto spaziosa e alla moda, se la trovano.

Se il piano funzionerà, Renzi avrà il suo momento Austerlitz. Se dall'Europa arriverà un po' meno rigore sui conti pubblici, per esempio quella decina di miliardi di disavanzo in più che secondo D'Alema servirebbe per realizzare la parte buona del Jobs Act e stimolare un po' la spesa privata, anche il paese potrebbe avere qualche beneficio. I liberisti, la Commissione europea e il centrodestra diranno che sono i frutti della flessibilità, come in Spagna (che infatti ha un deficit pubblico del 6%, ma che speriamo di non imitare in tutto il resto), e saranno anch'essi soddisfatti. La strada delle altre riforme sarà un po' più agevole, e il bis del risultato delle elezioni europee in quelle nazionali non sarà più un miraggio. Non saranno contenti coloro che cadranno nei buchi larghi di quel che resta dell'art. 18 (ma si dice che sono pochi), però sapranno che il loro sacrificio ridurrà il senso d'ingiustizia dei molti che l'art. 18 non l'hanno mai avuto. Non saranno contenti anche coloro (sicuramente sempre meno) che sognano una società ed un'economia dove i diritti della persona e l'efficienza economica sono tenuti distinti e in un equilibrio in cui nessuno dei due è oppresso o soppresso, e l'impresa privata non assurge a entità extra-giurisdizionale com'è avvenuto in forza della globalizzazione, con risultati non encomiabili per i diritti e per l'efficienza. Insomma, vale o no la pena di sacrificare quel che resta dell'art. 18?

 

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