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Efficienza fisica e produttivitą in etą avanzata. E-mail
di Emiliano Mandrone, Davide Colombo


Molteplici interventi normativi, decreti, circolari, finestre, gradini e gradoni hanno procrastinato l’età di ritiro dal lavoro. Tale fase riformatrice – motivata, soprattutto, dalla insostenibilità finanziaria (troppe pensioni, troppo alte, poca crescita) e dall’aumento costante della speranza di vita (79,8 per gli uomini e 84,6 per le donne, rispettivamente + 2,6 e +1,8 anni nell’ultimo decennio, con una speranza di vita a 65 anni di 18,5 e 22 anni, Istat 2013), in particolare di quella libera da malattie (il DALY dell’Italia è 118‰ v/s 127‰ dei paesi più avanzati) – rischia di essere per i più giovani e per gli anziani attivi un gioco a perdere. Pertanto va cercato un nuovo equilibrio, che vada oltre le regolazione di un impianto istituzionale obsoleto, ma rappresenti un vero nuovo patto sociale in linea con il mutato “ciclo di vita”. 

 

Sono evidenti i rischi di un collasso della produttività se non si avvieranno interventi per sostenere la capacità lavorativa delle persone in età avanzata e, simultaneamente, si riconvertirà l’economia verso posizioni a bassa usura fisica. E’ giunta l’ora di chiedersi se, per tenere in attività vaste componenti della popolazione over60 (e over70), non sia necessario intraprendere politiche tempestive di prevenzione delle più comuni patologie che renderebbero impraticabile lavorare in tarda età (Mazzaferro e Morciano, 2012).

“Non è importante aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni” sosteneva Rita Levi Montalcini. L’invecchiamento è influenzato dalla eredità genetica e da danneggiamenti indotti da fattori ambientali quali lo stress, l’inquinamento, l’alimentazione, lo stile di vita. Si stima che siamo direttamente responsabili del 70% del nostro invecchiamento, ovvero dipende da condizioni e fattori ambientali su cui si può intervenire.

Promuovere il benessere psicofisico consente di ridurre la povertà, l’emarginazione, il disagio sociale e, pure, di incrementare la produttività, i tassi di occupazione, la crescita complessiva dell’economia. Ma occorre una svolta decisa: perché non preparaci per tempo, come fanno gli altri paesi, alle trasformazioni sociali e tecnologiche?! “Lo scenario gerontologico si fa promettente: perché se diviene possibile posticipare l’età di insorgenza delle malattie croniche riducendone l’impatto disabilitante più rapidamente di quanto non aumenti ogni anno l’aspettativa di vita, allora appare realistico un incremento del tasso di attività” (V.  Filippi, 2014). Dunque, se i segnali demografici sono incoraggianti, bisogna non sprecare l'occasione, avviando subito serie politiche di active ageing. Nell’interesse reciproco degli individui, delle istituzioni pubbliche e delle imprese private. È il tempo – se non per etica almeno per calcolo – di una educazione al benessere psicofisico, ad un rapporto diverso tra tempi e modi di vita e lavoro (P. Checcucci, E. Mandrone, F. Roma, 2014).

Attraverso i dati PLUS (www.isfol.it) si sono calcolati 2 indicatori: il primo è oggettivo, l’indice di massa corporea (IMC), una misura internazionalmente usata per indicare la predisposizione a numerose patologie, consente di ricavare le persone sovrappeso; mentre il secondo è soggettivo, la condizione di salute auto-dichiarata, ovvero percepita dagli attuali occupati, da cui si ricavano le persone in cattiva salute. Se si confrontano le due dimensioni (figura 1) emerge il deterioramento delle condizioni di salute al passare del tempo, al netto del disagio psichico. Ma la riduzione di efficienza non è uniforme, in assenza di cambiamenti organizzativi, avremo i laureati, le professioni elevate e i più ricchi (area tratteggiata) con una salute migliore rispetto agli altri. Le correlazioni sono in linea con aspettative e fisiologia ma fanno emergere una sorta di complesso di Peter Pan: gli uomini, pur essendo più in sovrappeso, si dichiarano meno in cattiva salute.

Pragmaticamente, una approssimazione di ciò che si potrebbe fare con politiche di gestione continua della efficienza fisica e della sicurezza sul lavoro è data dalla freccia blu che dà la misura dell’efficienza fisica di “chi fa sport” rispetto a chi non lo fa, e dalla freccia verde che indica come l’ambiente lavorativo “non sicuro” comporti effettivamente una efficienza fisica inferiore. Non si pensi necessariamente alla fabbrica di tempi moderni, ad esempio il libro Get up (J. Levine, 2014) si riferisce ai danni causati dalla sedentarietà dovuta all’abuso da “poltrona d’ufficio”, correlata a 20 patologie croniche.

Tutto lascia pensare ad un periodo di ritiro dalla vita attiva ridotto rispetto al passato. tuttavia essendo frutto di scorie finanziarie (e non) arrivate dal passato, pare giusto controbilanciare i costi di queste riforme sanificatrici con più fasi ricreative e di riposo durante la vita attiva,  intese sia come opere di compensazione sia come necessaria manutenzione della forza lavoro.

L’incertezza sui trattamenti previdenziali è implicita nei sistemi contributivi e sempre più presente nella vita (Stato Quantico, E. Mandrone, 2014). E’ bene quindi contrastare l’illusione previdenziale, ovvero quella serie di luoghi comuni, opinioni infondate, calcoli erronei, informazioni inesatte che alimentano scenari ipotetici e aspettative surreali. L’unica certezza è che siamo di fronte ad uno dei tanti punti di equilibrio di una traiettoria economico-previdenziale-demografica largamente ignota. Come direbbe Carofiglio, una mutevole verità.

Molti studi affermano che la capacità di un individuo di gestire questioni così complesse è scarsa. Appare opportuna, quindi, una gestione collettiva di questi rischi. Le motivazioni sono le stesse dell’assicurazione pubblica (M. Draghi, 2010) e, come visto, non intervenire non è neutrale: farlo è a tutela dei più deboli (meno istruiti, più poveri, lavori generici). Anche se inviassero le buste arancioni con le informazioni pensionistiche.

Cosa farà in sala operatoria un ultra settantenne o un carpentiere 65enne sui tetti o un infermiere con l'artrosi o, semplicemente, una cassiera di 70 anni che sposta una tonnellata di prodotti al giorno? Ciò rappresenta un piano di rivendicazione sindacale nuovo, trasversale, positivo che, dopo aver indugiato a lungo sulle questioni del passato, riporta al presente il tempo delle relazioni industriali.


Figura 1 – Salute percepita e indice di massa corporea: giovani (18-29enni) v/s vecchi (50-64enni)

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Legenda:

 

Rischi, ritiene di correre rischi per la sua salute sul luogo di Lavoro.

Sport, svolge in maniera continuativa attività sportive; 

P1 professioni 1,2,3 ISCO2008;

P2 professioni 4 e 5; ISCO2008;

P3 professioni 6,7,8; ISCO2008;

P4 professioni 9; ISCO2008;

Medie, medie inferiori,

Superiori, diploma,

Laurea, laurea e post laurea.

<2000, reddito familiare minore di 2000€ al mese;

2-3000, reddito familiare compreso tra 2000 e 3000€;

>3000, reddito familiare superiore ai 3000€.

 

Giovani 18-29 anni

O  Anziani 50-64 anni

 

 

 

 

  *Fonte ISFOL PLUS 2011

 

Pertanto sarà necessario – come la formazione continua per mantenere il capitale umano – prevedere una corretta ergonomia, più sicurezza sul lavoro, una dieta equilibrata, un’organizzazione del lavoro più favorevole, prevenzione e screening massivi, attività fisica specifica (buoni fitness?) e, in generale, uno stile di vita in grado di mantenere a lungo l’efficienza psicofisica dell’individuo, e di recuperarla dopo le malattie. Oltre il deficit pubblico, previdenziale, infrastrutturale, tecnologico, civico, linguistico, diamo il benvenuto al deficit prestazionale, l’ultima evoluzione della politica delatoria dei baby boom, allergici a pagare il conto. Pertanto, un ripensamento del modo di stare al lavoro deve iniziare subito se si vuole essere credibili.

Tutto ciò rappresenterebbe pure una politica industriale a tutti gli effetti poiché i suoi risultati si rifletteranno sulla produttività dei fattori futuri. Le politiche sociali, ancora una volta, registrano un doppio dividendo: sono eque ed efficienti, sono un investimento ad alta redditività e riattivano le dinamiche economiche (J. Stiglitz, 2008 o T. Piketty, 2013). Sensibilità rare in questa congiuntura disperata.

 

 

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