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AusteritÓ e crescita. Lo stato della (dis)Unione E-mail
di Roberto Tamborini
29 settembre 2014

In Europa tutti sono a favore della crescita, medicina di tutti i nostri mali. Ma secondo Daniel Gros, noto economista molto addentro alle cose europee, stiamo assistendo alla contrapposizione inconciliabile di due visioni delle politiche economiche per uscire dalla crisi. Ne sa qualcosa Matteo Renzi. Quanto meno c'è una grande confusione (in buona fede?) intorno alla querelle su austerità e crescita. La confusione non aiuta a valutare lo stato della malattia, né a individuare la giusta terapia.

 

La prima confusione riguarda l'identificazione della malattia. I critici dell'austerità si concentrano sulla gravità e soprattutto persistenza della depressione della Zona Euro (ZE) dopo la Grande Recessione mondiale del 2008-09, e ne danno la colpa principale all'austerità imposta dalle regole fiscali. La pedagogia pro-austerità si basa, invece, sui seguenti argomenti. 1) La bassa crescita delle principali economie europee è il frutto di problemi strutturali di lunga durata e non è dovuta alle recenti misure di austerità. 2) Stimoli fiscali più forti sarebbero inutili se non dannosi. 3) L'austerità non è nemica della crescita, ma un mezzo per mettere l'economia su un sentiero di crescita stabile. 4) L'austerità può deprimere la crescita (nel breve periodo) se è mal congegnata: troppo poca, troppo tardi, troppe tasse, pochi tagli di spesa, zero riforme strutturali. Evidentemente c'è confusione tra analisi di breve e lungo periodo (o più tecnicamente tra "ciclo e trend" dell'economia), tra problemi della domanda e problemi dell'offerta aggregata.

Accettiamo la prima parte dell'argomento 1) (Germania inclusa): essa elude la domanda principale riguardo all'austerità: dato lo shock della recessione mondiale, l'austerità è stata la risposta migliore? Essa ha mitigato o amplificato lo shock? E' servita ad assorbirlo o a prolungarlo? Più tecnicamente: a che punto sono le economie europee rispetto (almeno) al trend precedente? I dati per rispondere a queste domande non mancano, anche perché la misurazione di trend e ciclo è un pilastro della macroeconomia moderna, ed è abbastanza sconcertante che si faccia confusione su questo punto. Per la ZE mi riferirò ai dodici paesi del primo accesso, presenti al momento della recessione mondiale.

I dati ufficiali (essenzialmente Eurostat) ci dicono questo (per l'analisi dettagliata rimando a Tamborini (2014)). 1) Nel 2009 tutti i paesi della ZE sono stati investiti dalla recessione mondiale che ha avuto il suo epicentro nel settore finanziario privato dell'area Transatlantica (Europa e Nord America). In nessuno dei paesi dell'area, esclusa la Grecia, c'erano squilibri gravi e crescenti nei conti pubblici. 2) Nell'intero periodo 2009-13 la correlazione del PIL di questi paesi, cioè quanto strettamente il PIL di ciascuno si è mosso con tutti gli altri, è elevatissima (il coefficiente di correlazione è tra 0,8 e 0,9; il suo valore massimo è 1), eccezioni sono rappresnetate dal Portogallo e dall'Irlanda, con una correlazione intorno a 0,6, e dalla Grecia, che ha una correlazione negativa, cioè il suo PIL si è mosso in controtendenza con tutti gli altri. Questo significa che i fattori che hanno determinato l'andamento del PIL comuni a tutti i paesi sono stati più importanti dei fattori specifici di ciascun paese. 3) Abbiamo anche una misura ufficiale (per quanto discutibile) dell'ampiezza del ciclo economico rispetto al trend di crescita: l'output gap, quanto il PIL ogni anno si trovi sopra o sotto il suo valore tendenziale dato dai "fattori strutturali". Ebbene dal 2009, tutti i paesi della ZE hanno avuto ogni anno un output gap negativo, con un valore compreso tra il 3% e il 4% nella ZE nel complesso (negli Stati Uniti è rimasto sotto il 2%). In altre parole, la capacità di crescita delle nostre economie può essere deludente da anni, ma dal 2009 in poi esse producono meno di quanto potrebbero. La spiegazione da manuale di questo dato è che c'è una insufficienza di domanda aggregata rispetto all'offerta potenziale. Il sintomo evidente è la deflazione. 4) Infine, la lettura "continuista" della crisi europea è contraddetta da un altro dato ufficiale: l'andamento del PIL potenziale. La stima Eurostat della crescita potenziale di tutti i paesi della ZE (e non solo) dopo la recessione mondiale risulta drasticamente ridotta rispetto a prima: per la ZE la crescita annuale media 2000-08 era di 1,8%, mentre è di 0,5% nel periodo 2009-13. Un studio di Lawrence Ball per l'OCSE (Ball L. (2014), "Lon-term Damage from the Great Recession in OECD Countries", NBER Working Paper, n. 20185.) ha mostrato la presenza di quel che si chiama "break strutturale".

La seconda confusione, che discende dalla prima, riguarda le cause della malattia ovvero il ruolo della famigerata austerità. Per cominciare, misuriamola. Secondo i miei calcoli (basati sulla variazione annuale del contributo netto del settore pubblico alla formazione del reddito, ci sono altri criteri di calcolo, ma non danno risultati molto diversi.), l'austerità è iniziata in quasi tutti i paesi della ZE nel 2010, con una media pari a -1,2% del PIL, poi -1,8% nel 2011, -0,8% nel 2012, -0,4% nel 2013. Questi quattro anni di austerità in totale ammontano a un taglio del contributo del settore pubblico del 4,1% del PIL. Per i 5 paesi con maggiori problemi fiscali (Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna) parliamo del 7%. Per gli altri 7 del 2%. Siccome tutti i paesi hanno registrato ogni anno un output gap negativo, l'austerità è stata sistematicamente attuata in maniera prociclica secondo la definizione ufficiale (attuare una manovra restrittiva mentre l'economia ha un output gap negativo). Chi riconosce che ciò è male, aggiunge anche che per il gruppo dei 5 è stato il male minore per mantenere la fiducia degli investitori ed evitare il default. I dati elaborati da Paul De Grauwe (De Grauwe P., Ji Y. (2013), "Self-fulfilling Crises in the Eurozone. An Empirical Test", Journal of International Money and Finance, 34, pp. 15-36) (e dal sottoscritto) non corroborano questa tesi, ma ammettiamo che sia vera. Resta da spiegare perché anche i paesi virtuosi siano stati  indotti ad attuare politiche procicliche, senza considerarne l'effetto sullo sforzo fiscale degli altri.

Dal punto di vista dei critici, l'austerità viene incolpata della depressione seguita allo shock della recessione mondiale. Si tratta di una questione controversa sul piano teorico e di difficile trattamento sul piano empirico. Tuttavia, negli ultimi tempi c'è stato un progressivo spostamento di opinione a favore della tesi critica, sdoganata nientemeno che dai ricercatori del Fondo monetario. Qui possiamo limitarci a "fotografare", per ogni paese, il tasso di crescita e l'austerità cumulati nei quattro anni di terapia. Per cominciare è bene sapere che la ZE nel suo complesso non ha ancora raggiunto il PIL del 2007: nel 2013 mancava ancora circa il 5%. Certamente non lo raggiungerà quest'anno, e di questo passo ci vorranno anni. Questo è dovuto al fatto che la recessione del 2009 (-5%) è stata seguita da un quadriennio che ha totalizzato crescita zero. Naturalmente le storie dei singoli paesi sono diverse, ma i dati individuano una correlazione del 68% tra peggior crescita totale e maggior austerità cumulata. In questa casistica rientrano tutti i paesi del gruppo dei 5. Noi italiani conosciamo bene la tesi che la colpa non è dell'austerità, ma dei problemi della nostra economia. Difficile stabilirlo con precisione (né mi risulta si sia provato), ma una semplice analisi statistica di base indica che per i paesi della ZE 2010-13, al netto di fattori specifici, un punto di austerità in più è associato a 1,6 punti di crescita totale in  meno, mentre le differenze nel grado di austerità "spiegano" il 47% delle differenze nelle performance di crescita effettive.

Quanto al restante 53%, ipoteticamente dovuto a fattori specifici di ciascun paese, statisticamente ne possiamo escludere due, molto importanti nella narrazione pro-austerità. Il primo è la composizione della manovra fiscale: la gran parte dei paesi (ZE e non) ha realizzato l'austerità lasciando crescere il gettito fiscale più della spesa. Gli unici paesi che hanno applicato la ricetta ortodossa di segno opposto sono stati Portogallo, Grecia, Irlanda (probabilmente su pressione della "Troika"), ma sono anche quelli con performance di crescita peggiori della media.  Il secondo è il mercato del lavoro: uno dei più noti indici di "rigidità", l'Employment Protection Index dell'OCSE, non ha una correlazione significativa con le differenze di performance di crescita o di disoccupazione dei paesi della ZE.  Per esempio, la Germania ha un EPI intermedio (2.3) nell'area Transatlantica e la miglior performance di crescita e occupazione; l'Italia (2.8) è tra Germania e Francia (3.3) ma con una performance peggiore di entrambi.

Uno studio molto approfondito del Fondo monetario (IMF (2012) "Fiscal Consolidation in the Euro Area: How Much Can Structural Reforms Ease the Pain?", Working Papers, n. 13. Raccomando anche la lettura di Zenezini M.  (2014) "Riforme economiche e crescita. Una discussione critica", Quaderni del Dipartimento di Economia Politica e Statistica, Università di Siena, n. 696) stima in che misura le "riforme strutturali" attenuano l'effetto negativo dell'austerità sul tasso di crescita di medio-lungo periodo, come previsto dalle raccomandazioni pro-austerità. Il risultato è che l'entità dell'aggiustamento fiscale conta, e che per i paesi dove esso è maggiore l'effetto compensativo delle riforme strutturali è modesto e distribuito su un decennio. La ragione è che se da una lato si taglia la domanda e dall'altro si sprona l'offerta, e ci si riesce, il gap si allarga anziché ridursi, e quindi lo stato depressivo in cui la maggior capacità produttiva rimane utilizzata si protrae più a lungo. D'altra parte, se gli imprenditori prevedono questo risultato, perché dovrebbero aumentare la capacità produttiva e l'occupazione? E perché stupirsi che "il cavallo non beve", come sembra indicare la domanda limitata dei fondi "mirati" alle imprese che la BCE ha messo a disposizione delle banche quasi gratis? Ignorare questa logica macroeconomica elementare è un altro sintomo dello stato confusionale tra politiche di domanda e offerta in cui versano i policy maker europei.

La terza confusione, inevitabilmente, riguarda la terapia di cura. I fautori della sospensione delle regole fiscali si concentrano sulla terapia d'urgenza per eliminare almeno l'output gap attraverso un forte stimolo fiscale della domanda (visto che la politica monetaria ha quasi finito i suoi effetti). L'ordoliberismo tedesco che domina la scena europea, ideologicamente ostile alle politiche keynesiane anche quando sono necessarie, predica la necessità di un radicale cambiamento dello stile di vita del malato per garantirne la salute futura a base di forti stimoli di efficienza dal lato della capacità produttiva. Ma i dati ci dicono che l'Europa ha due problemi. Primo, una prolungata carenza di domanda aggregata che non può non aver peggiorato ampiezza e durata dello shock iniziale. Secondo, le strutture socio-economiche europee dopo la crisi sono diverse da com'erano prima della crisi, e molto peggio. Perché la crisi ha messo fuori uso il sistema nervoso centrale dell'economia, che non è il mercato del lavoro, ma il sistema finanziario (Hall R. E. (2010), "Why Does the Economy Fall to Pieces after a Financial Crisis?", Journal of Economic Perspectives, 24, pp. 3-20). Non c'è nessuna seria dottrina economica che possa giustificare l'idea di risolvere un problema indipendentemente dall'altro, ma occorre riconoscere che non c'è ancora un nuovo pensiero economico all'altezza della sfida.

    

 

 


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