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Verso un manifesto delle riforme condivise della scuola E-mail
di Francesco Pastore, Marta Rapallini
29 settembre 2014

É chiaro a tutti ormai che la missione della scuola non è più quella di fornire solo nozioni, ma competenze a tutto tondo e che la nostra scuola è impreparata  a farlo. Non ci meravigliamo allora se la nostra scuola è più classista di quella tedesca, dove si sceglie il percorso a 10 anni, ed esclude i più deboli più di quella statunitense, dove le tasse universitarie sono altissime. Smettiamola di parlare di flessibilità del mercato del lavoro e cominciamo a parlare di flessibilità della scuola!

Esiste ormai un near consensus fra le espressioni più vivaci e progressiste del mondo della scuola sul che fare, anche se restano ancora alcuni osservatori più tradizionalisti da convincere. È chiarissimo a chi conosce i problemi della scuola quali siano gli obiettivi prioritari, gli ostacoli e le risorse inutilizzate che gli ordinamenti attuali producono, gli strumenti e le riforme da realizzare, i risultati attesi. 

 

E allora sorge spontanea la domanda: “Perché non si sfrutta meglio il quadro normativo attuale e non si realizzano queste riforme condivise?” É altrettanto evidente a tutti che in questi ultimi anni le riforme realizzate, che pure non sono mancate, non hanno affrontato i veri nodi della scuola. Ciò spiega perché molto resta da fare e il dubbio è solo da cosa partire. Inoltre, è importante che un intervento, se si deve fare, sia completo, ben pensato e riflettuto. Allora abbiamo ritenuto che potrebbe essere utile elaborare un manifesto delle riforme condivise della scuola.

L’articolo propone in modo semplice e diretto, senza eccessive elaborazioni teoriche e senza pretese di esaustività, un elenco delle riforme condivise, con la speranza che sia l’inizio per un disegno organico di riforma della scuola nella direzione indicata sopra. Saremo volutamente apodittici! Il documento del governo “La buona scuola” contiene già alcuni contenuti importanti e condivisibili ma ci sono alcuni interventi che rivestono carattere di assoluta priorità perché è da troppo tempo che vengono trascurati e su questi ci concentriamo.

 

*La Scuola dell’infanzia non è un optional

Attualmente in Italia il 92% dei bambini di 3 anni, il 96% dei bambini di 4 anni frequenta la scuola dell’infanzia, nel 2005 questi valori erano rispettivamente 97% e 100% (Education at Glance 2014. OECD Indicators, pag. 327.). Mentre tutta l’Europa aumenta questi parametri l’Italia li diminuisce. Dal momento che il tasso di dispersione scolastica, insieme ai livelli di apprendimento, è condizionato dalla frequenza di un asilo nido e della scuola dell'infanzia, si dovrebbe tornare potenziare l’investimento pubblico in questo settore strategico della formazione.

Collegamenti con il mondo del lavoro. Il principio duale

Le competenze non si formano solo in aula, ma anche in azienda. Occorre stabilire collegamenti con il mondo del lavoro non solo negli istituti tecnici e professionali, ma anche nei licei, qualunque sia il loro orientamento. L’alternanza scuola lavoro deve essere potenziata e inserita in modo più organico nel percorso scolastico.  A questo proposito il documento del governo  è condivisibile ed è anche auspicabile che il cospicuo aumento dei finanziamenti lì indicato si concretizzi.

Il modello tedesco dell’apprendistato è difficile da importare, ma si possono introdurre almeno elementi strutturati di dualità anche nel nostro sistema. Di più è meglio! 

 

L’apprendistato

La qualifica in apprendistato deve diventare una possibilità concreta diffusa e non episodica. L’apprendistato, con tanto di lavoro in azienda, programmi scolastici dedicati e qualifica professionale, deve diventare parte integrante della scuola, un’opzione per tutti coloro che lo scelgono nell’ambito del percorso tecnico o professionale. La legge sull’apprendistato deve essere rivista assegnando un ruolo chiave alla scuola.

 

L’apprendistato tedesco funziona poiché una parte del costo, quello della formazione in aula, viene sostenuto non dall’impresa, ma dalla scuola che predispone programmi ad hoc per gli apprendisti. Bisogna capovolgere il rapporto: i programmi non sono decisi dall’alto, ma dal basso, secondo il bisogno delle imprese che offrono posti di apprendistato. Ciò renderà l’apprendistato utile alle aziende, che saranno meglio disposte a fornire occasioni di lavoro agli apprendisti.

 

Scuola dell’obbligo a 16 anni

La scuola media non sia più divisa in inferiore e superiore. Se la scuola dell’obbligo è fino a 16 anni, allora, stacchiamo i primi due anni della scuola secondaria superiore e uniamoli a quelli della scuola secondaria inferiore come in tutti gli altri paesi che hanno questa età dell’obbligo scolastico. L’ultimo triennio sia di specializzazione in un percorso unico.

 

Eliminare le bocciature dalla scuola dell’obbligo

La strategia di Lisbona ed Europa 2020 ci chiede di ridurre l’abbandono scolastico, in specie prima della scuola dell’obbligo. L’Italia è uno dei paesi con il più alto tasso di abbandono in ogni ordine e grado del sistema scolastico e anche universitario. Una semplice bocciatura, senza un programma personalizzato di recupero scolastico e motivazionale di chi la subisce, si traduce quasi automaticamente in abbandono scolastico prima e in esclusione sociale poi. Le bocciature durante la scuola dell’obbligo alimentano i NEETs (not in employment education or training), con gravi costi sociali ed economici. Eliminiamo le bocciature durante la scuola dell’obbligo e sostituiamole invece con piani individuali di recupero, con possibilità di entrata anticipata in esperienze di avviamento professionale oppure di apprendistato, per i meno motivati ai percorsi accademici. Ma il modo migliore è rendere tutta la scuola più vicina al mondo del lavoro, come già si è detto e si dirà di più di seguito.

 

Il liceo unico

In realtà, andrebbe superata la contrapposizione fra licei umanistici e scientifici per avere un solo liceo. Questa contrapposizione è assolutamente deleteria ed insensata.

 

“Fare” la cultura e l’arte al liceo classico

Anche nei licei classici, se li si vuole ancora conservare, occorre applicare il principio duale. Non basta leggere ed interpretare la poesia, la pittura, la scultura e l’archeologia. Occorre che i giovani sappiano come si fanno. Occorre che sappiano almeno come queste attività possono produrre reddito nell’ambito della gestione dei beni artistici e culturali e del turismo. Ciò aiuterà anche a superare la distinzione gesuitica fra sapere umanistico e pratico, con il primo, chissà perché, in posizione di preminenza. Tale preminenza è solo una costruzione culturale, non sempre confermata nella realtà.

 

Fare uscire la cultura tecnica e professionale dal ghetto

I licei sono il fiore all’occhiello della nostra scuola superiore. Sono le scuole tecniche e professionali ad aver bisogno di maggiori riforme. Altrimenti non saranno riforme vere ed efficaci. I problemi maggiori sono qui e ogni riforma che non li affronti sarà un fallimento.

Le scuole tecniche e professionali non devono più essere le scuole per gli studenti più scarsi, ma devono essere le scuole scelte da chi decide di inserirsi prima nel mondo del lavoro. Ciò richiede un cambiamento di mentalità anche nei genitori e nella società. La scelta tecnico-professionale non è un percorso “da meno”.

A tal fine, occorre rilanciare questo settore della scuola secondaria superiore, renderlo appetibile, motivando i giovani che lo scelgono, aiutandoli a trovare davvero lavoro. In tutti i paesi del mondo, questo ramo della scuola garantisce un’altissima percentuale di avviamenti. Occorre che lo stesso si verifichi anche in Italia.

Occorre anche riflettere sulla necessità di percorsi tecnici e professionali quinquennali distinti cui si aggiungono i percorsi triennali regionali i cosiddetti corsi di IeFP (Istruzione e Formazione Professionale): si dovrebbe anche operare una sensata razionalizzazione della governance scolastica.

 

Riformiamo la riforma del 1969

 

Chi sceglie l’istruzione tecnica o professionale non deve avere scelto una via di serie B di accesso all’università. Se la scelta è fatta a 16 anni sarà più consapevole. Chi sceglie l’istituto tecnico e professionale, in linea di principio, deve poter tentare l’avviamento al lavoro. Ma allora rendiamolo pienamente occupabile dopo la scuola. Rendiamo la formazione in azienda obbligatoria in queste scuole, sul modello dell’apprendistato tedesco, con tanto di salario di ingresso (pari, ad esempio, al 40% di quanto previsto dal contratto di categoria) e posizione previdenziale. Ciò significa trovare veri e propri posti di lavoro e aggiornare i programmi di formazione teorica per renderli più vicini all’esperienza professionale effettuata. 

 

Creare ponti fra percorsi diversi

Può capitare a tutti di sbagliare. Chi si iscrive al tecnico e al professionale e crede di aver sbagliato, deve poter fare un percorso alternativo di accesso all’università. Anche chi si iscrive al classico potrebbe aver sbagliato. In questo caso, deve poter poi indirizzarsi al tecnico-professionale. Anche questo accade e sono non pochi coloro che anche provenendo dal liceo non riescono a finire l’università e non hanno alternative nella ricerca del lavoro. Chi esce dal liceo e non riesce a laurearsi è fra i soggetti più deboli nel mercato del lavoro.

Non pensiamo solo ai primi, ma anche agli ultimi. Solo così la scuola tornerà ad essere un ascensore sociale, come immaginato dai padri costituenti!

 

Valorizziamo i professori

La scuola è fatta in primo luogo dai professori. Le loro motivazioni sono il fondamento della scuola. Aumentiamo gli stipendi, ma prevediamo anche una riorganizzazione del tempo speso dai professori a scuola. Un innalzamento degli orari non va realizzato attraverso un aumento delle ore di lezione frontale. Si preveda, invece, un obbligo di percorsi professionalizzanti, che ormai sono previsti anche nelle professioni libere. Si preveda, inoltre, il coinvolgimento nell’organizzazione di attività di collocamento al lavoro e di formazione finalizzata a sviluppare percorsi teorici effettivamente utili a quelli in azienda. Per questo tipo di spesa pubblica vale la pena non rispettare il trattato di Maastricht.

 

 

Rapporti diretti con le imprese

Il principio duale è solo uno degli strumenti di collegamento fra scuola e mondo del lavoro. Gli altri sono le attività di collocamento da parte delle scuole e il job placement. Ogni scuola organizzi incontri diretti con le imprese più importanti sul territorio che presentino job vacancies per studenti delle scuole tecniche e professionali. In Giappone, questo metodo fornisce lavoro ad oltre il 30% dei diplomati delle scuole superiori. Proviamo ad arrivare alla metà del risultato giapponese. Sarebbe già questo un importante risultato. Nei paesi più moderni, la scuola è uno dei canali più efficaci di accesso al lavoro. Non ci lamentiamo poi se i giovani trovano lavoro solo attraverso parenti e amici. Questi programmi siano espressamente finanziati con i fondi della Garanzia giovani e anche con altri fondi statali in modo costante. Si creino uffici in ogni scuola con questa funzione di mantenere i rapporti con le imprese. Si dotino tali uffici di personale qualificato. Di nuovo, per questo tipo di spesa, il Trattato di Maastricht si può superare, poiché si crea più occupazione, più consumi e più crescita.

 

Il job placement a scuola

Inoltre, nella tradizione anglosassone, oltre ad organizzare i incontri diretti con le imprese, la scuola è una fonte importante di informazione sui posti di lavoro vacanti. Le nostre scuole si occupino in modo sistematico di job placement. Siano stanziati fondi pubblici addizionali per realizzare questo obiettivo. Si creino uffici di placement in ogni scuola e siano resi funzionanti!

 

La scuola digitale

Scuola 2.0 non sono solo Lim e tablet in classe. Bisogna ripensare lo spazio di apprendimento e si deve finalizzare la formazione dei docenti non solo verso l’alfabetizzazione necessaria per l’utilizzo delle tecnologie digitali, ma anche per lo sviluppo di nuove metodologie didattiche e la realizzazione a scuola di prodotti didattici multimediali che possano essere condivisi all’interno di reti di scuole.

 

Istruzione e FSE (Fondo Sociale Europeo)

Si sfruttino al meglio i finanziamenti che il FSE garantisce agli stati membri anche per i percorsi di istruzione: i nostri piani attuativi nazionali non hanno mai favorito questa grande opportunità per dare centralità anche al sistema nazionale di istruzione nelle politiche di aumento dell’occupazione.

 

 

 

* Questo articolo è una versione riveduta, aggiornata e ampliata di un articolo pubblicato su www.learning4.it.

 

 

 

 

 

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