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Diritti al JobsCompact europeo.Cosa può fare il diritto del lavoro a sostegno dell’Europa che cambia E-mail
di Michele Faioli

Alcuni studi dimostrano quanto sia urgente costruire un sistema pan-europeo armonizzato di sostegno al reddito per disoccupazione (Dullien, 2008 e 2013; Dolls, 2013; Enderlein, 2013; Gross, 2014; Sutherland, 2012; ) che, al di là dei regimi nazionali, anche in via integrativa, regoli per i lavoratori europei una comune prestazione previdenziale, nella fase di accesso e in quella di beneficio, nonché la medesima obbligazione contributiva a carico dei datori di lavoro. Definirò questo modello “Jobs Compact” europeo, mutuando riferimenti nordamericani (Kochan, 2013). 

 

Un Jobs Compact europeo significherebbe molto di più del mero coordinamento di sicurezza sociale che – come noto – è già strutturato da decenni in Europa per far fronte a fenomeni di mobilità geografica, non certamente significativi, almeno in termini di controreazione, per la crisi recente (si v. l’attuale sistema nel Reg EC 883/2004). Si dice che gli effetti di un sistema pan-europeo (Jobs Compact) sarebbero rilevantissimi sugli shock asimmetrici di un mercato integrato del lavoro.  Se i risultati degli studi citati fossero veri, un Jobs Compact europeo - e non (più o solo) un Jobs Act domestico, anche il più elaborato - dovrebbe mirare dritto alla regolazione di un “unemployment benefit” armonizzato, per criteri di accesso, costo e prestazioni applicabili. Quella regolazione potrebbe essere, nel lungo termine, la base di appoggio anche delle misure di politiche attive e di promozione occupazionale, non solo di giovani e fasce sociali ancor più vulnerabili. Il modello statunitense di mobilità geografica del lavoro e di sistema armonizzato di sostegno al reddito è, per alcuni versi, potenzialmente comparabile con qualcosa del genere in Europa. Tecniche, simulazioni, sostenibilità sono oggetto di studi macro- e micro-economici ancora in corso (si v. in particolare www.bertelsmann-stiftung.de/cps/rde/xchg/bst_engl/hs.xsl/nachrichten_118839.htm). Sulla positività di un modello pan-europeo vi è già una certa convergenza nelle istituzioni europee (European DG for Internal Policies IP/G/EAVA/IC/2013-138). Non sarebbe marginale l’impatto di una misura di questo tipo sull’immaginario collettivo e sulla lettura della rilevanza dell’Europa.

 

Ma quali potrebbero essere le criticità giuridiche? Tra queste si annovera il tema sulle fonti, e cioè ci si chiede se l’Europa possa costruire un Jobs Compact che sia, per così dire, a latere, anche per obiettivi politici, delle misure anti-crisi del Trattato sulla stabilità (il cd. Fiscal Compact). E, dunque, la domanda riguarda la possibilità del diritto europeo di sostenere, in termini di fonte, un’azione mirata a regolare in via armonizzata uno schema di sostegno al reddito per tutta o parte dell’Europa (tra i riferimenti normativi da studiare, si v. l’art. 311, co. 3, TFUE, per altri versi l’art. 113 e l’art. 352 TFUE, e ancora l’art. 121 TFUE). Siamo di fronte a un problema giuridico-istituzionale che è attualmente analizzato per gli aspetti di capacità fiscale e solidarietà infra-statale a livello europeo. Il che è già stato accennato al Consiglio Europeo del 26.6.2012, e poi analizzato nel report di ottobre 2012 e nel report del Presidente del Consiglio Europeo del dicembre 2012, dove si delinea la capacità fiscale (additional fiscal capacity) delle istituzioni europee su base contrattuale (contractual arrangement) e nell’EMU. Report e analisi sul punto sono in fase di consolidamento (Repasi, 2013; ma si v. anche Treu, 2013). Esistono, altresì, studi di diritto della previdenza sociale, ormai datati, che dimostrano come e in che misura il sistema normativo europeo dei Trattati avrebbe potuto sostenere uno schema armonizzato di sostegno al reddito (Pieters, 1999). Altri studi comparativi più recenti osservano l’applicazione (o l’impatto) sui sistemi domestici previdenziali di uno schema armonizzato (Fuchs, 2013).

 

Ma i punti di criticità sarebbero forse altrove. Ipotizzando la fattibilità economico-giuridica di uno schema unico europeo (che qui chiamiamo, Jobs Compact), si dovrà (i) ridisegnare il profilo amministrativo di gestione unica o armonizzata del sostegno al reddito, anche integrativo del sistema nazionale, mediante un’agenzia europea unica che centralizzi dati, riscossione, verifiche, erogazione di prestazioni verso cui le agenzie nazionali faranno confluire dati, poteri di riscossione, poteri di verifica, e inizialmente anche risorse per le erogazioni, (ii) collegare quella agenzia a una certa pluri-funzionalità (politiche attive/politiche passive) per alcuni target o fasce sociali, inizialmente in via sperimentale, e poi in via strutturale per tutti i soggetti potenzialmente aventi diritto, (iii) prevedere un periodo transitorio per il passaggio di competenze.

 

Si delinea in questo modo il contenuto possibile del Jobs Compact europeo. In primo luogo, sarebbe regolato un nuovo collegamento amministrativo-gestionale tra istituzioni previdenziali nazionali e di queste ultime verso l’agenzia unica della sicurezza sociale. In secondo luogo, sarebbe promosso un coordinamento sulle politiche di occupabilità tra imprese, lavoratori, università, scuola, operatori del mercato del lavoro e l’agenzia unica della sicurezza sociale. In terzo luogo, vi sarebbe l’individuazione di eco-sistemi industriali, anche trans-regionali europei, dove quel collegamento amministrativo potrebbe essere sperimentato da subito. In quarto luogo, e come conseguenza necessaria dei primi tre punti, alcune misure tipicamente giuslavoristiche, incidenti su alcune flessibilità interne e sui contratti di lavoro, potrebbero essere disegnate.

 

Di qui muove solo uno spunto per uno scenario di visione europea. Il semestre italiano miri dritto, in ogni caso, al lancio di un Jobs Compact europeo.

 

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