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La “trappola della diseguaglianza” per Piketty E-mail
di Renata Targetti Lenti

Il “Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty è stato pubblicato in francese nel 2013 e, subito dopo, in inglese negli USA. Numerosi quotidiani e settimanali, soprattutto americani, hanno ospitato recensioni, quasi sempre molto positive. Alle poche critiche e contestazioni, l’autore ha successivamente replicato in modo convincente.  Molti sono gli aspetti interessanti ed innovativi di questa ampia e documentata analisi dal punto di vista dell’indagine empirica, dell’interpretazione storica, ma anche da quello analitico. 

 

Si tratta del risultato di uno studio collettivo, iniziato da Piketty 15 anni fa con alcuni colleghi (Atkinson a Oxford, Saez a Berkeley), composto da due parti. Da un lato sono stati raccolti dati sui redditi, in quei paesi occidentali dove esiste da tempo un’imposta personale sui redditi, ma anche in Cina, in India ed in molte nazioni dell’America latina. Dall’altro lato sono stati stimati i dati sui patrimoni, partendo dalle statistiche sulle imposte di successione.

Il lavoro ha come oggetto l’analisi della diseguaglianza nel lungo periodo, e la sua impostazione può essere definita “classica”, nel solco di Smith, Ricardo e Marx, in quanto è rivolta a spiegare il ruolo dell’accumulazione di capitale e della distribuzione del reddito sul e nel processo di crescita dell’economia. In un sistema caratterizzato da quello che Piketty definisce il “capitalismo patrimoniale”, fondato sull’accumulazione da parte di pochi di capitali ereditati e non guadagnati con il proprio lavoro, “il passato divora il futuro”. Quando la disuguaglianza diventa molto elevata finisce con il costituire un freno invece che uno stimolo alla crescita. L’accesso ai gradi più elevati dell’istruzione è infatti costoso e le categorie più povere, ma oggi anche gran parte della “classe media”, ne vengono quindi escluse. Si verifica perciò una riduzione della partecipazione al processo di formazione del capitale umano da parte di una quota significativa della popolazione, e di conseguenza si riduce la mobilità sociale che dovrebbe essere un elemento caratterizzante delle moderne democrazie. Una società più equa è, secondo Piketty, alla base di un’economia più efficiente e dinamica. Se, al contrario, il processo di crescita del prodotto netto rallenta a causa di fattori esogeni (demografici o tecnologici) ed il capitale cresce più rapidamente del reddito nazionale, i rendimenti del capitale assumono un'importanza sempre maggiore rispetto ai redditi da lavoro. Non solo aumenta la diseguaglianza, ma si innesta un circolo vizioso tra diseguaglianza e crescita. Questo è tanto più vero quanto più i redditi da capitale sono costituiti da rendite improduttive, e cioè provenienti da beni ereditati piuttosto che da beni accumulati con il risparmio originato dai redditi da lavoro.


Piketty documenta come per circa un trentennio, dalla ricostruzione post-bellica agli anni settanta, cioè durante la cosiddetta “golden age”, il rapido processo di industrializzazione, insieme a politiche fiscali e di spesa pubblica progressive, abbia favorito la crescita della classe media, il consolidamento della democrazia ed una elevata crescita in tutti gli Stati occidentali. Questa fase si è invertita a partire dalla fine dello scorso secolo. Una importante lezione del XX secolo è, dunque, che non è necessaria una elevata diseguaglianza, come quella prodottasi nel XIX secolo, per favorire la crescita. Europa e Giappone sono i due esempi esaminati da Piketty per comprendere come abbia potuto progressivamente crearsi una società “patrimoniale”, dove bassa natalità e bassa crescita economica rendono prevalenti le ricchezze accumulate, quasi mai  reinvestite in modo efficiente e produttivo. All’interno dei paesi europei l’Italia, dove gran parte del capitale è costituito da ricchezza immobiliare, rappresenta uno dei casi più significativi a questo proposito. Questa caratteristica, insieme all’invecchiamento della popolazione, spiega gran parte del calo della produttività dell’ultimo decennio.


L’analisi di Piketty riguarda anche la concentrazione dei redditi personali. Piketty mostra come il legame tra distribuzione funzionale e distribuzione personale dei redditi, troppo spesso ignorato, sia invece molto stretto e dipenda contemporaneamente dal peso relativo delle quote di reddito percepite dal lavoro e dal capitale e dal diverso livello di concentrazione che caratterizza la distribuzione dei due fattori. I redditi da capitale presentano una concentrazione maggiore rispetto a quella dei redditi da lavoro, ad eccezione dei redditi percepiti dalle categorie che si collocano in corrispondenza dell’estremità superiore della distribuzione. Per i redditi da capitale la principale causa di diseguaglianza  è individuata nella trasmissione ereditaria dei patrimoni. Per i redditi da lavoro, invece, in particolare negli ultimi anni, la principale causa di diseguaglianza viene individuata nella crescita delle retribuzioni dei “top manager”. Questa categoria di “lavoratori” ha progressivamente acquisito il potere di fissare le proprie remunerazioni sulla base della propria posizione di potere, spesso indipendentemente dall’effettivo contributo alla produzione dell’azienda.

 

La diseguaglianza, secondo Piketty, non è il risultato di forze economiche ineluttabili, bensì il prodotto delle politiche. Oltre al rapporto tra rendimento del capitale e crescita, gli altri fattori alla base della diseguaglianza sono la distribuzione del capitale stesso, le norme sulla successione ereditaria e la tassazione del capitale. Per ridurre la diseguaglianza e favorire la mobilità sociale, l’istruzione da sola può non essere sufficiente, anche se risulta di importanza fondamentale. Per evitare che i gruppi che dispongono dei redditi e della ricchezza più elevati  siano i soli ad acquisire posizioni di rilievo nella società, è necessario introdurre una tassazione progressiva non solo del reddito ma anche dei diversi tipi di ricchezza. Sono necessarie, soprattutto, la trasparenza e buone rilevazioni statistiche al fine di monitorare in maniera più efficace di quanto oggi avvenga la dinamica del reddito e della ricchezza dei diversi gruppi sociali. Solamente in questo modo sarà possibile adattare le politiche sociali ed i livelli di tassazione alle condizioni reali di un paese.

 

Recentemente sono apparse alcune critiche al volume di Piketty, sollecitate da un intervento di Chris Giles, responsabile per la parte economica del Financial Times, circa l’attendibilità delle fonti delle evidenze empiriche nonché di alcune stime. Questi rilievi, seguiti da altrettanto numerosi articoli in difesa di Piketty, non riescono tuttavia ad indebolire significativamente l’impianto del volume e le numerose e complesse argomentazioni esposte. Secondo Piketty le considerazioni sull’aumento della diseguaglianza e sui conseguenti effetti negativi in termini di crescita tratte dall’evidenza empirica sono, certamente, il risultato di un’inferenza imperfetta, perché siamo nell’ambito delle scienze sociali. Tuttavia l’evidenza empirica presentata nel volume, relativa a numerosi paesi ed al lungo periodo, consentirà di alimentare un dibattito, ricco di spunti innovativi, fondato su basi statistiche più ampie di quanto non sia mai accaduto in passato.

 

 

Thomas Piketty, Le Capital au XXI siècle, Editions de Seuil, Paris, pagg.970, euro 25,00; Capital in the Twenty-First Century, Cambridge, MA.: Belknap Press/, Harvard University Press, april 2014, pagg. 696, $39,95, eBook $27,46.

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