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La crisi economica e il perpetuarsi dell’immobilismo bancario. E-mail
di Francesco Pastore, Francesca Tessitore

La congiuntura economica sfavorevole di alcuni paesi dell’area Euro è il risultato sia della crisi finanziaria internazionale 2007-2008 sfociata in crisi reale, sia della rigidità degli accordi dell’UE che ha lasciato i paesi privi di uno strumento di politica economica adeguato a fronteggiare la recessione; a tal punto la sfiducia propaga nei mercati e le banche continuano sulla strada della stretta creditizia. 


Il fatto che alcuni paesi dell’UE vivano un periodo di stagnazione economica, caratterizzato da tasso di disoccupazione record, deflazione, elevato debito pubblico e instabilità politica, non favorisce l’inversione di tendenza del sistema bancario. Il tasso d’interesse commerciale cui le banche sono disposte a concedere finanziamenti è determinato oltre che dalla politica monetaria della Banca Centrale Europea, anche dalle attese sull’andamento generale dell’economia. Sono molti i modelli teorici che spiegano la crisi reale, attraverso la riduzione della domanda di credito per improvviso irrigidimento delle condizioni di accesso al credito (esempio l’aumento del costo del denaro) per effetto di uno scenario congiunturale non favorevole. 
In altre parole, il problema della crescita economica è strettamente legato all’attuale questione dell’immobilismo delle banche e alle conseguenti strategie di restrizione creditizia. La congiuntura economica sfavorevole provoca situazioni di panico bancario a causa delle quali gli istituti di credito non si fidano più dei propri debitori e la tendenza generale è invertire immediatamente il ciclo del credito, inasprendo i requisiti di accesso a qualunque nuovo finanziamento e ritirando le precedenti aperture. In questo scenario anche le politiche accomodanti delle banche centrali sembrano non rappresentare una soluzione. Infatti, gli interventi degli ultimi anni in tal senso non sono serviti a rilanciare le economie in crisi, spesso perché le banche commerciali a fronte di una riduzione dei tassi d’interesse di riferimento centrali aumentanocontemporaneamente il mark – up, lasciando il costo del denaro ugualmente alto e alimentando il circolo vizioso con effetti negativi sui livelli di produzione e occupazione.

 

Stando agli ultimi dati sui livelli di crescita delle diverse economie dell’area Euro, la situazione economica generale continua a peggiorare. Ad esempio l’Italia ad agosto è entrata in deflazione per la prima volta da settembre 1959. Il Ministro dell’Economia francese, Michel Sapin, ha reso noto nel mese scorso di aver tagliato le stime di crescita dell’economia francese per il 2014 allo 0,5 per cento. Il Pil della Francia è rimasto ancora una volta fermo e si è registrato un calo degli investimenti delle imprese francesi che registrano un -0,8 per cento. La questione della stagnazione economica comincia a riguardare anche la Germania. Sempre ad agosto è stata annunciata la caduta dell’indice che misura il grado di fiducia delle imprese tedesche all’8,6 per cento rispetto al 27,1 per cento del mese di luglio. Anche i dati sull’andamento del PIL tedesco pubblicati dall’Istituto Federale di Statistica non lasciano presagire nulla di buono. Nel secondo trimestre del 2014 il PIL tedesco diminuisce dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente. Il problema dell’immobilismo del settore del credito purtroppo esiste e assieme ai prospettati scenari economici continuerà a provocare danni. Facendo riferimento all’economia italiana, è doveroso aggiungere che è caratterizzata da un tessuto produttivo di tipo manifatturiero, sostenuto da piccole e medie imprese con bassa capacità di autofinanziamento, e caratterizzata da un sistema bancario storicamente locomotiva dello sviluppo industriale del paese. Per tali ragioni, la difficoltà di accedere al finanziamento bancario rappresenta un limite importante della nostra economia, considerando anche che le imprese italiane non guardano il mercato borsistico come alternativa di recupero di capitali e, pertanto, soffrono ancor di più dell’immobilismo delle banche rispetto alle imprese concorrenti estere.


Gli interventi della BCE

Il governatore della BCE, Mario Draghi, sembra aver intuito chiaramente questa problematica e gli interventi che ha annunciato nel mese di giugno e durante la riunione del quattro settembre scorso sembrano andare proprio in questa direzione. Infatti, oltre all’ennesima riduzione del tasso d’interesse di riferimento, sceso dallo 0,15 per cento allo 0,05 per cento e alla riduzione del tasso di rifinanziamento marginale dallo 0,40 per cento allo 0,3 per cento, è stato deciso un tasso sui depositi overnight negativo che è passato dal -0,10 per cento di giugno al -0,20 per cento. L’obiettivo è invogliare le banche a non mantenere la liquidità presso i depositfacility della BCE, ma immetterla nel circuito del credito; l’operazione è stata definita una sorta di tassa su depositi volontari. Infatti, l’intervento fece crollare i depositfacility, portandoli da 25 miliardi di Euro a 13,6 miliardi di Euro, il minimo dal 2011, in una sola settimana. Un’altra importante misura volta ad allentare la stretta creditizia è il prestito di durata quadriennale che le banche potranno accendere presso la BCE (Long term refinancing operations). È stato stanziato un plafond di 400 miliardi di Euro cui le banche possono accedere al tasso principale di rifinanziamento in vigore al momento dell’erogazione maggiorato di dieci punti base e posticipato rispetto al rimborso del finanziamento. La condizione è che tali risorse dovranno essere utilizzate per finanziare famiglie e imprese (sono esclusi gli acquisti di casa d’abitazione); periodicamente gli istituti che accederanno al LTRO, presenteranno dati sugli impieghi e se non avranno rispettato le condizioni, dovranno restituire anticipatamente i fondi alla BCE (settembre 2016 e non 2018).

Un’altra importante operazione di credit easying sarà l’acquisto da parte della BCE di ABS (AssetBacked Security) per un valore di 500 miliardi di Euro. I titoli dovranno avere come sottostante crediti solidi e non debbono nascondere rischi imponderabili; dovranno rispettare parametri di semplificazione e trasparenza individuati dall’Eurotower, al fine di non replicare la finaziarizzazione del credito bancario causa scatenante della crisi finanziaria 2007-2008.

 

Oltre ad aver introdotto un’importante quantità di risorse finanziarie nel circuito monetario per far ripartire il settore del credito, la BCE ha dato un forte segnale di apertura alle politiche monetarie non convenzionali. I dubbi sul successo dei provvedimenti ci sono. È vero che le operazioni dovrebbero ridurre l’esposizione delle banche e far sì che queste liberino risorse per immetterle nel circuito del credito. Però, si rischia di ritornare al punto di partenza. Se la gente non compra, le imprese non investono e non creano nuovi posti di lavoro; a loro volta le banche continueranno a non finanziare perché prospettano una bassa probabilità che il debito sia rimborsato. Sarebbe stato più opportuno ricorrere allo strumento di acquisto di titoli di Stato, prospettiva tra l’altro annunciata sempre dall’Eurotower nel caso in cui i provvedimenti annunciati portano a un nulla di fatto. In questo caso i soldi andrebbero in tasche pubbliche e magari i vari governi darebbero risposte più sicure sulla crescita. Inoltre, è chiaro che la politica monetaria da sola non basta. In aggiunta alle politiche della BCE c’è bisogno di un cambio di rotta anche da parte delle altre istituzioni europee. Anche queste dovrebbero spingersi verso politiche meno convenzionali.

 

 

 

 

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