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Congiuntura, politica industriale e concertazione E-mail
di Leonello Tronti, Paolo Borioni
07 agosto 2014

Fortunatamente, come presagito nel DEF, il dato migliore della congiuntura attuale è la notevole ascesa delle esportazioni nette (o saldo commerciale). Nonostante la recessione, dal terzo trimestre 2011 le esportazioni italiane hanno superato le importazioni, e dalla prima metà del 2012 il saldo tra esportazioni e importazioni raggiunge livelli assai maggiori di quanto avveniva prima della crisi. Si tratta di un risultato indubbiamente importante anche se, nonostante la forte crescita, vale ancora il principio che una piccola coda non può muovere un grosso elefante: l’incidenza del saldo commerciale sul Pil resta infatti al 4%, una quota decisamente troppo piccola per riuscire a trainare l’intera economia.


Peraltro, se non si considerano le importazioni, le sole esportazioni a fronte di una caduta del 24% della produzione industriale dall’inizio della crisi, pur se molto migliorate dal 2010 in poi, non hanno ancora ripreso il livello precedente alla crisi. Dunque il boom del saldo commerciale è dovuto solo in parte alla ancora debole ripresa delle esportazioni, ma più ancora al crollo delle importazioni che dal primo trimestre del 2011 hanno subito un ridimensionamento che, complessivamente, vale più di 10 miliardi di euro al trimestre. È questa la vera rottura strutturale con gli andamenti precedenti del nostro interscambio commerciale, una novità positiva che però cela il dato peggiore della congiuntura attuale. Infatti, il saldo commerciale continua a crescere a causa non solo della caduta dell’importazione di beni di consumo, ma anche di macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto dovuta al crollo degli investimenti. Insomma, il boom delle esportazioni nette riflette anche il crollo degli investimenti delle imprese. E questo si mostra in tutta la sua gravità se solo si considera che il un crollo è ben superiore alla pur notevole caduta dei profitti. Se questi con la crisi si sono ridotti di quasi 20 punti, gli investimenti hanno segnato un tracollo di quasi 30 punti (superiore allo stesso ridimensionamento della produzione), in conseguenza della caduta della propensione a reinvestire dal 66 al 56% dei redditi da capitale (v. grafico).

 

Redditi da capitale lordi, investimenti e propensione a investire

 

grafico_borioni_-_copia.jpg

 

























Fonte: elaborazione su dati Istat, Conti trimestrali.


Dunque, se oggi riprendessero gli investimenti (come Renzi spera) riprenderebbero anche le importazioni di beni di investimento (e di consumo) e le esportazioni nette tornerebbero presto a languire ai livelli pre-crisi.

In queste condizioni, cosa occorre all'economia italiana è ogni giorno più chiaro: una politica industriale capace di rilanciare gli investimenti innovativi di lungo periodo, ma anche di limitare l’importazione di beni di consumo e di investimento. Se non si orienta in questo senso la strategia di sviluppo (il che significa orientare prezzi, margini e investimenti in modo concertato), non resta che l’alternativa avventurosa: uscire dall'euro e riacquistare la sovranità monetaria. Ma l’uscita comporterebbe svalutare drammaticamente il cambio, rimangiarsi il divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro, limitare i movimenti di capitali e di merci. E non basterebbe comunque, perché passati i vantaggi temporanei della svalutazione (e sperabilmente superati gli shock finanziari che ci imporrebbero i mercati), per riprendere una fase espansiva non inflazionistica servirebbe comunque la politica industriale che si voleva evitare (e in realtà era necessaria già dal 7 febbraio 1992, quando il governo Andreotti firmò il Trattato di Maastricht).

Su questa situazione non pesa infatti soltanto la crisi odierna, ma un dato di storia economica che emerge dalla comparazione con l’Europa germanica e nordica. Prima degli anni ’70, tentando di bruciare le tappe dello sviluppo, abbiamo puntato più di altri sull’investimento innovativo di grandi imprese pubbliche e a partecipazione statale. Mondo germanico e nordico hanno invece puntato soprattutto su un investimento diffuso, dettato da una maggiore forza del welfare, dei sindacati e dei lavoratori, che imponeva di puntare sull’innovazione e non sulla compressione dei costi ottenuta grazie al lavoro informale, all’evasione, ai bassi salari. Dopo gli anni ’80 abbiamo progressivamente depauperato il nostro modo di innovare (impresa pubblica e partecipazioni statali), affidando la difesa della competitività delle imprese soltanto alla moderazione salariale e alla massiccia precarizzazione di un mercato del lavoro già comparativamente molto flessibile, data la diffusa presenza di lavoro autonomo, nero e informale. Questa doppia manovra di compressione dei costi e abbandono della funzione innovativa dello Stato ha fatto sì che le imprese progressivamente perdessero ogni incentivo a innovare in modo coordinato e strategico, perdessero la voglia di rischiare e di competere.

Oggi, per recuperare e riequilibrare le prospettive di sviluppo, serve dunque una politica industriale. Del resto è proprio questo, a nostro avviso, il punto davvero qualificante di tutto il Jobs Act di Matteo Renzi: Piano industriale per sette settori strategici: manifattura; cultura, turismo, agricoltura e cibo; made in Italy; Ict; green economy; nuovo welfare; edilizia”. Segnaliamo dunque l’urgenza che alle dichiarazioni seguano i fatti, ben sapendo che per un Piano industriale concreto ed efficace serve un impianto trilaterale. Certo un impianto trilaterale nuovo, leggero e non burocratico, senza veti e inciuci da sottogoverno, in cui sia il Governo a fissare i target (crescita, produttività, occupazione, salari e redditi, strumenti finanziari ecc.) in un quadro di serietà, impegno e reciproca sorveglianza tra sindacati, associazioni datoriali, livelli di governo e burocrazia. Ma senza questo nuovo ruolo della concertazione è forte il timore che ogni misura rimanga senza esito.

 

 

 

 

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