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Povera Italia. E poverissimo Sud. E-mail
di Rosamaria Alibrandi, Mario Centorrino,
07 agosto 2014

Oggi in Italia sei milioni di persone vivono in povertà assoluta e più di dieci milioni in povertà relativa. Sono questi i dati allarmanti appena forniti dall’ISTAT, che attestano, altresì, come, facendo riferimento ai nuclei familiari, le famiglie in povertà assoluta siano due milioni e quelle che vivono in povertà relativa tre milioni e 230mila. Tocchiamo ormai cifre da record: un italiano su dieci è diventato povero. L’emergenza è particolarmente drammatica al Sud, ove alla più vasta diffusione della povertà si associa la maggiore gravità del fenomeno. 


Difatti, i poverisono aumentati di 1,2 milioni, un quarto in più rispetto all’anno precedente, e per metà nel Mezzogiorno, ove vi sono oltre tre milioni di poveri assoluti. In cinque anni, annota il recente rapporto della SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno 2014, la famiglia assolutamente povere sono aumentate nel Sud da 443mila a un milione di nuclei. La povertà relativa, inoltre, va crescendo anche tra gli occupati. 

Tra i poveri relativi ci sono lavoratori, operai, impiegati, perfino insegnanti. Si tratta di una novità impressionante, che colpisce nella sua drammaticità: il salario del capofamiglia, solo occupato nel nucleo familiare, è crollato e non garantisce più una vita dignitosa. Le famiglie meridionali relativamente povere sono il 12,6%. Ancora una volta, le peggiori condizioni si registrano in Campania, dove le famiglie in povertà relativa sono il 23,1% della popolazione, e la crisi colpisce le fasce maggiormente vulnerabili: un milione e 434 mila minori risultano poveri in senso assoluto, il che significa, al di là delle pur gravi problematiche scolastiche e sociali, una involuzione ulteriore, determinata dall’impossibilità di “mantenersi in buona salute”, come rileva il report ISTAT, in quanto i genitori hanno difficoltà a curare i figli, a portarli a controllo pediatrico e persino ad assicurare loro dei pasti decenti.

Richiamiamo le definizioni di povertà relativa, assoluta, estrema. La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone povere) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia di povertà per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per persona nel Paese, che nel 2013 è risultata di 972,52 euro (-1,9% rispetto al valore della soglia nel 2012, che era di 990,88 euro).Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore vengono classificate come povere. Per famiglie di ampiezze diverse il valore della linea si ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero dei componenti.

L’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Il valore della soglia si differenzia per dimensione e composizione dell’età delle famiglie, per ripartizione geografica e ampiezza demografica del comune di residenza.

La stima della povertà assoluta, infine, non si riferisce e non include la povertà estrema, ovvero la popolazione dei senza dimora, rappresentata dalle persone che vivono in strada, in spazi pubblici, in alloggi di fortuna o presso servizi di accoglienza notturna (dormitori), le quali non possono essere intercettate presso un domicilio di residenza (cfr. La povertà in Italia, Report ISTAT, 14 Luglio 2014).

Si sta verificando uno spostamento verso il basso dell’intera distribuzione dei redditi, senza che le forti diseguaglianze che la caratterizzavano in partenza siano sensibilmente aumentate. E si giunge alla povertà assoluta, quella delle famiglie che vivono al di sotto degli standard di vita decorosi. Ancora una volta il Mezzogiorno rivela, nelle statistiche, le sue drammatiche criticità. Talmente serie che occorrerebbe fissare un reddito di inclusione sociale per chi si trova in povertà assoluta, mediante un piano straordinario a valenza nazionale.

Il reddito medio è calato in sei anni del 13 per cento, riportandosi ai livelli di un quarto di secolo fa. E riguardo alla povertà assoluta, è raddoppiata in sei anni (si è passati da tremilioni di poveri assoluti a più di 6 milioni). I dati ISTAT sulla spesa delle famiglie, sono peraltro in coerenza con i dati sui redditi del rapporto Caritas.

E l’incidenza di povertà assoluta è aumentata dal 6,8% al 7,9% (nel Mezzogiorno, è passata dal 9,8 al 12,6%9. La povertà assoluta aumenta fra le famiglie con tre (dal 6,6 all’8,3%), quattro (dall’8,3 all’11,8%), cinque o più componenti (dal 17,2 al 22,1%). Peggiora la condizione delle coppie con figli: dal 5,9 al 7,5% se il figlio è uno solo, dal 7,8 al 10,9% se sono due e dal 16,2 al 21,3% se i figli sono tre o più, soprattutto se almeno un figlio è minore. Nel 2013, 1 milione 434 mila minori sono poveri in termini assoluti (erano 1 milione 58 mila nel 2012).

La povertà assoluta è cresciuta tra le famiglie con persona di riferimento con titolo di studio medio-basso (dal 9,3 all’11,1% se con licenza media inferiore, dal 10 al 12,1% se con al massimo la licenza elementare), operaia (dal 9,4 all’11,8%) o in cerca di occupazione (dal 23,6 al 28%); aumenta anche tra le coppie di anziani (dal 4 al 6,1%) e tra le famiglie con almeno due anziani (dal 5,1 al 7,4%): i poveri assoluti tra gli ultrasessantacinquenni sono 888mila (erano 728mila nel 2012). Il che significa che un piccolo esercito di centosessantamila persone ha tristemente rinforzato le fila degli indigenti. E le dinamiche della povertà relativa confermano i dati negativi ricavati dal monitoraggio della povertà assoluta: peggiora la condizione delle famiglie con quattro (dal 18,1 al 21,7%) e cinque o più componenti (dal 30,2 al 34,6%), in particolare quella delle coppie con due figli (dal 17,4 al 20,4%), soprattutto se minori (dal 20,1 al 23,1%).

In buona sostanza, nonostante l’ostentato ottimismo delle istituzioni di governo e i voti di ripresa di Confindustria,  il Paese reale esprime ampi segnali di emergenza. Per dirla in modo chiaro, in soli dodici mesi, sono precipitate in condizioni di indigenza circa 303mila famiglie e un milione e 206mila persone in più. Se non si rimette in moto il mondo del lavoro, un terzo di italiani continuerà a vivere in condizioni precarie e, inoltre, con probabilità immediate di peggioramento della propria attuale condizione, per cui anche la stabilità sociale è fortemente a rischio.

Un luogo comune che viene messo in discussione dalle statistiche riguarda il  ridimensionamento della cosiddetta classe media: non c’è stata una polarizzazione dei redditi, con uno schiacciamento di chi sta in mezzo. Nel calo generalizzato dei redditi, la quota di reddito nazionale del 60% di persone che hanno redditi superiori a quelli del 20% più povero e inferiori a quelli del 20% più ricco della popolazione, è rimasta praticamente invariata dal 1985 ad oggi. C’è stato addirittura un incremento della percentuale di persone che appartengono alla classe media, definita come persone che guadagnano meno del doppio e più di tre quarti di chi si posiziona esattamente a metà nella distribuzione dei redditi, e certo non per ragioni positive.

Nel complessivo quadro di un generale declino economico, in Italia tutti i decili della distribuzione del reddito hanno subito un peggioramento assoluto. Nel nostro Paese i problemi distributivi sono al contempo sempre più difficili da risolvere perché anche i soggetti più abbienti hanno subito una marcata erosione del reddito. E occorre ricordare che, in una situazione nelle quale occorre preoccuparsi di chi davvero non ha niente, i più poveri sono stati esclusi anche dai bonus di Renzi, che non comprende gli incapienti e i disoccupati.

Oggi la classe media è troppo numerosa (comprende più di 34 milioni di persone) per i nostri vincoli di bilancio: nessun governo potrà mai attuare trasferimenti (o riduzioni di tasse) sufficientemente grandi per essere percepiti da chi appartiene alla “middle class”. Mentre la costruzione di un efficace paracadute contro la povertà (reddito minimo o di cittadinanza) per tutti costerebbe molto meno.

La crisi impartisce una dura lezione: la classe media è a rischio di precipitare nell’indigenza. La minaccia riguarda prevalentemente le famiglie con figli minori: ne bastano due per avere un rischio di povertà doppio rispetto a quello dell’italiano medio.  Riguarda anche coloro che, appena al di sopra dei 50 anni, sono al contempo troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per essere riassunti in caso di perdita del lavoro, per colpa di istituzioni, di regole contrattuali e regimi di contrattazione salariale non ancora oggetto di riforme.

 

 

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