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Lo Stato Quantico E-mail
di Emiliano Mandrone
28 luglio 2014
Posso iscrivere mio figlio all’asilo? Dipende. Vorrei una visita medica, quanto costa? Dipende. Quando andrò in pensione? Dipende. Ho perso il lavoro, posso avere il sussidio? Dipende! Crescente è nel nostro Paese, come in molti altri europei, l’introduzione di un condizionamento alla erogazione di servizi pubblici o prestazioni sociali, ridefinendo i termini del campo di applicazione dei c.d. diritti soggettivi.
Cioè si passa da principi universali, assai generali, ad abiti su misura, con un dettaglio molto fine, prossimo all’individuo, statisticamente determinato. Ciò, seppur motivato dall’esiguità delle risorse dovute al periodo di ristrettezze dettate dal quadro macro-economico, introduce un diritto ad assetto variabile. 

 

 

Tutto ciò non mancherà di sollevare dibattito, come avvenuto per il Laval quartet (quattro sentenze emesse dalla Corte di Giustizia nel 2007, a proposito dello (s)bilanciamento tra diritti fondamentali e libertà economiche). Salazar (2013) nota come diritti sociali siano divenuti “diritti finanziariamente condizionati”. Ruggeri (2012) rincara: “il fondamento dei diritti sociali non è più – a quanto pare – nella Carta Costituzionale ma nelle risorse disponibili”. La portata di questo cambiamento – surrettizio – delle regole è enorme e introduce molti interrogativi.

Avremmo perlomeno gradito saperlo.

Il cambio culturale è analogo a quello avvenuto nei primi del ‘900, quando la fisica classica è stata soppiantata dalla meccanica quantistica, probabilmente la maggiore rivoluzione intellettuale degli ultimi cento anni. Partendo dal famoso “principio di indeterminazione” di Heisenberg, per cui è impossibile misurare con precisione in un dato istante, sia la posizione sia la velocità di una particella (che nel nostro esempio è l’individuo), essa ha definitivamente smentito l'idea, radicata fin dai tempi di Aristotele, che la realtà fosse governata da leggi universali, dove tutto era al suo posto, coerente e privo di contraddizioni ovvero in un equilibrio generale. Semplificando, la meccanica classica si dimostrò presto incapace di descrivere il comportamento della materia a livello microscopico. A quel livello di dettaglio le leggi universali non sono verificate/verificabili; così si deve intendere un evento come condizionato da una serie di circostanze in un intervallo di tempo e spazio.

In altri termini, lo “Stato Quantico” è una idea delle Istituzioni più sfumata. I diritti non sono certezze ma buone approssimazioni. Questo cambio di paradigma dovrebbe portare ad un mutamento di comportamento. Invece niente. I diritti che percepiamo sono come i riflessi di un arto fantasma: l’idea che qualcosa ci sia ancora ci porta a condurre una esistenza normale, frutto però di una percezione errata. Così quando realizzeremo gli effetti del cambiamento (+precarietà→-previdenza; +informalità →-merito; -politiche sociali→ +crimine) potrebbe essere tardi e la caduta rovinosa. Cassandre? Freakonomics? No, algebra: prevenire costa ed è più giusto.


Già adesso i termini della relazione tra “individuo e Stato” (welfare, scuola, sanità...) non sono più così chiari e automatici, in quanto condizionati da caratteristiche individuali (età, genere, istruzione, ricchezza, condizione), dallo spazio (regioni, quartieri) o dalle risorse (trasferimenti pubblici) rendendo dubbia l’esigibilità delle prestazioni. Si pensi alla definizione delle graduatorie dei servizi sociali  con l’ISEE, ai parametri che determinano il ticket sanitario o i requisiti per la pensione.

Oggi, l’esclamazione “mi spetta di diritto!” suona male, obsoleta, l’eco di una civiltà del passato. Nel Libro bianco del Welfare si sosteneva l’universalismo selettivo, una riedizione dell’ossimoro convergenze parallele, ponendo l’accento su “la capacità dell’operatore pubblico di stabilire priorità e dosare le risorse” legando il tema dei bisogni a quello del rischio il quale, però, trova il suo equilibrio nel terreno instabile della politica, per cui, fa osservare Cassese, si contrappongono “market failure e state failure”. Pragmaticamente, molti studiosi, preso atto del decalage dei diritti sociali e della introduzione della condizionalità delle prestazioni, parlano di “defondamentalizzazione” di questi diritti.

Ha, dunque, avuto termine il regno del Diritto Romano, dove i principi giuridici erano i mattoni della società civile; gli faranno posto le Equazioni Differenziali che, dopo i danni fatti in economia, infesteranno il diritto. Le scienze sociali non sono esatte. Rammento noti professori dire, senza ironia, “la popolazione non si è comportata come indicava modello”.

Sono dell’opinione che ognuno si meriti lo stupore del dono di un diritto. Non si fregano le Istituzioni o le idee ma i concittadini e i contribuenti. L’oltraggio a un principio va combattuto contrastando l’oltraggio, non il principio. Lo Stato deve mantenere l’innocenza, nonostante l’esperienza. Il giudice o l’esattore non deve avere memoria: dev’essere vergine, ogni volta.

Chi l’avrebbe detto 30, 20 o solo 10 anni fa che dietro l’angolo del nuovo millennio avremmo (ri)trovato la sporca Londra di Dickens, la povera Napoli della Serao o la puzzolente Parigi di Süskind.


Sembra ormai giunto il momento di ridiscutere a livello europeo i temi irrisolti del rapporto fra costituzione economica e sociale. Infatti le deboli basi dell’integrazione europea rischiano cosi di trascinare nel fallimento anche l’idea che l’Europa potesse essere protagonista di un nuovo “universalismo” dei diritti, promuovendo a livello globale valori e diritti tipicamente “europei” (Alaimo, 2007). Il dumping sociale come contrappasso: come un boomerang la globalizzazione (ri)porta la povertà scaricata altrove, colpendo le nostre istituzioni e il nostro benessere. Ciò ci costringe a fare i conti con una interpretazione del concetto di “differenza” non più astratto (i bambini denutriti o le donne col velo visti in tv) ma reale (la contendibilità del posto di lavoro, delle cure in ospedale o del sedile sul tram). La generosità è più flebile quando coniugata in prima persona.

L’ampliamento della comunità, originariamente, dava un senso di libertà, di sicurezza, invece oggi è percepita come un peggioramento, un rincalzo che entra e riduce la forza della squadra, un contenitore più di vincoli che di possibilità. L’appartenenza europea non può on risentire di tutto questo.

Il cittadino è ormai rassegnato, prende quello che viene: se il servizio c’è o il tram passa bene, altrimenti pazienza. Sono gli effetti collaterali dell’arte di arrangiarsi: se 50 anni fa anziché appoggiarci  ai nonni o salire sulla Vespa avessimo preteso – come hanno fatto negli altri paesi – i servizi necessari, oggi avremmo asili e metropolitane che funzionano.

Si è perso il senso delle conquiste sociali; la mercificazione dei diritti è dirimente, visti quasi come concessioni, una vera e propria regressione civica, quando invece sono la traccia della nostra storia, la cifra della nostra civiltà. Invece, a molti – anche oltreoceano– le tutele europee sembrano massi erratici, posti li da chissà quale forza invisibile e sconosciuta.

Ma allora il livello di benessere in Europa di questi anni è stata una eccezione, un upgrade delle nostre condizioni di vita temporaneo, come una app che è spirata, per la quale non si ritiene valga la pena avere la versione premium.


Il processo è già iniziato, molti provvedimenti (si pensi agli esodati, ai giovani, a chi sale sui tetti, ecc.) vengono già percepiti come politiche episodiche, straordinarie, emergenziali. Una sorta di temporary welfare: un po’ di stato sociale … finché ce n’è, qualche mancia qua e là, delle tutele yo-yo, che oggi ci sono e domani no, magari per evitare eccessive tensioni sociali.

Se viene meno il benessere diffuso viene meno anche il patto sociale. Quando larghe componenti della popolazione sono in difficoltà - e la parte complementare non se ne cura - appare inevitabile il conflitto, e forse diventa comprensibile non stare ai patti: è un esercizio troppo virtuoso garantire chi non ti garantisce, tutelare chi non si cura di te, porgere l’altra guancia.

Le generazione giovani e vecchie sono (state) unite nel medesimo patto sociale, poiché gli attivi sostengono i passivi, gli occupati i pensionati, e così via. Invece, in futuro, la previdenza, la sanità o l’istruzione, ovvero i consumi e il benessere in generale, dipenderanno solo dal proprio lavoro e dalla ricchezza della propria famiglia. Kramer contro Kramer, negli anni ’70, mostrava un padre contro una madre, un donna  contro un uomo. Oggi, e ancor più domani, sarà lo scontro fra un figlio e un padre, non necessariamente il proprio, ma uno della sua età. Allora si compirà la cesura definitiva tra individui e collettività (condizione, stato, generazione): i destini dei cittadini saranno totalmente indipendenti gli uni dagli altri, con alti rischi di tenuta sociale se non si adegueranno per tempo le istituzioni e non si mitigheranno le diseguaglianze.

 

L’incertezza fa paura agli investitori, allarma le Banche Centrali, perfino i turisti della domenica si angustiano se c’è una nuvoletta … perché mai la precarietà non dovrebbe spaventare i lavoratori? Il regista tunisino BenCheikh ha intitolato, non a caso, un film sulla primavera araba e le sue conquiste “No more fear”. Non è forse il fine principale dello Stato contrastare e, possibilmente, liberarci dalla paura? Il welfare è parte integrante del nostro Patto Sociale e l’Assicurazione Sociale –  per usare le parole di Draghi: “l’unico modo per gestire i rischi impliciti della vita”– una delle conquiste più importanti del ‘900.



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