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Oltre la flessibilitą: Dai parametri di Maastricht a quelli di Europa 2020 E-mail
di Francesco Pastore
28 luglio 2014

In questi giorni, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il Presidente del gruppo europeo dei Socialisti e Democratici, Gianni Pittella, hanno chiesto all’Unione Europea e al capo di stato tedesco, Angela Merkel, di superare il trattato di Maastricht nel senso di offrire ai capi di stato dei paesi più in difficoltà una maggiore flessibilità nell’applicazione dei parametri di stabilità finanziaria. In particolare, Pittella ha condizionato all’accettazione di questo punto il voto favorevole del Partito dei Socialisti e Democratici europei alla designazione di Jean-Claude Junker alla carica di Presidente della Commissione Europea.


Non è chiaro, però, cosa significhi esattamente “flessibilità” in questo contesto. Qualunque spesa in deficit è accettabile? Se fosse così, forse sarebbe un passo indietro, con il rischio che la spesa pubblica si avviti in un vortice di maggiori tasse e poca crescita, se non crescita negativa. È stato proprio il mancato controllo sugli sprechi della spesa pubblica a portare discredito alle politiche keynesiane. Tale discredito sarà superato agli occhi dell’opinione pubblica solo se si chiariscono alcuni punti chiave.

Ad esempio, va chiarito bene quale spesa ammettere e quale invece no, quando si spende in deficit. I governi potrebbero cambiare, diventare meno disciplinati e la flessibilità potrebbe diventare un boomerang per la crescita economica del paese. Se fosse in carica Silvio Berlusconi, la flessibilità servirebbe a giustificare altra tassazione sui redditi da lavoro e detassazione della proprietà e dei redditi da capitale. Insomma, si avrebbe ulteriore deficit, crescita negativa e avvitamento del debito pubblico, con conseguenze che conosciamo già sullo spread relativo ai titoli del debito pubblico.

Non è un caso che lo stesso Renzi si sia affrettato a chiarire in diverse interviste televisive che la flessibilità deve essere accompagnata ad una attenta e rigorosa spending review, capitolo per capitolo della spesa pubblica.

Accanto alla domanda sul cosa tagliare, resta, però, quella sul cosa consentire. La risposta a questa domanda in linea di principio è semplice. Occorre eliminare la spesa che rallenta la crescita e favorire quella che la accelera. Però questo sposta solo di un po’ la domanda senza risolverla. Quale spesa stimola la crescita, infatti? Trovare una risposta condivisa dal 100% degli economisti a questa domanda è impresa assai ardua. In questo articolo, avanzo una proposta semplice, ma che, a mio avviso, è proprio nella sua semplicità difficile da confutare.  La risposta nasce dalla constatazione che se alcuni economisti sono diventati agnostici riguardo alle determinanti della crescita, l’Unione Europea dichiaratamente non lo è.

È la stessa Unione Europea che consente una risposta condivisa a questa domanda. I parametri della strategia di Lisbona – rilanciata in Europa 2020, proprio a seguito dell’accertata difficoltà a raggiungerli entro il 2010 – possono fungere allo scopo. Sarebbe anche una questione di coerenza quella di agganciare una riformulazione del Trattato di Maastricht alla strategia di Lisbona. Infatti, ogni volta che si parla della seconda, non si può fare a meno di dire che non esistono i soldi per realizzarla a causa del primo. Allora, superiamo il Trattato per consentire la strategia!

Ricordo i 5 parametri chiave della strategia, invitando il lettore più attento ad approfondirli sui siti dell’Unione Europea:

  1. Occupazione
    • - innalzamento al 75% del tasso di occupazione (per la fascia di età compresa tra i 20 e i 64 anni)
  2. R&S / innovazione
    • - aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo ed innovazione al 3% del PIL dell'UE (pubblico e privato insieme)
  3. Cambiamenti climatici /energia
    • - riduzione delle emissioni di gas serra del 20% (o persino del 30%, se le condizioni lo permettono) rispetto al 1990
    • - 20% del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili
    • - aumento del 20% dell'efficienza energetica
  4. Istruzione
    • - riduzione degli abbandoni scolastici al di sotto del 10%
    • - aumento al 40% dei 30-34enni con un'istruzione universitaria
  5. Povertà / emarginazione
    • - almeno 20 milioni di persone a rischio o in situazione di povertà ed emarginazione in meno

In tutti gli obiettivi di Europa 2020, l’Italia è molto indietro non solo rispetto al target, ma anche agli altri paesi europei. Per amore di brevità, ometto di documentare questa affermazione. La documentazione è però facilmente rinvenibile su internet.

Allora il sillogismo è semplice. Applichiamo la flessibilità alla spesa pubblica che serve per raggiungere gli obiettivi di Europa 2020, anche se in deficit. Se, infatti, questi obiettivi stimolano la crescita, il rapporto deficit/PIL e quello debito/PIL dovrebbero ridursi, non aumentare.

Per evitare comportamenti di free riding da parte dei paesi meno disciplinati, si potrebbe stabilire una condizionalità europea. I paesi che propongano riforme con spesa in deficit, producano studi di fattibilità che dimostrano l’impatto sulla crescita. Si aprano trattative per verificare con il Parlamento Europeo e la Commissione Europea se quelle riforme sono giuste e i piani di attuazione credibili. Se l’Unione Europea approva la riforma, si faccia una valutazione ex post a medo e a lungo termine.

Per ogni riforma andrebbe sviluppata una contabilità dei benefici e costi per il bilancio pubblico e per la crescita del paese. Ad esempio, ridurre il numero dei dropouts, formare scuole e università nella direzione di aiutarle a dialogare con le imprese e le imprese a dialogare con scuole e università potrebbe ridurre drasticamente il numero dei dropout, aumentare il livello medio di istruzione e più a medio termine di occupazione, con effetti complessivi positivi sul bilancio pubblico e sulla crescita. Un ulteriore beneficio sarebbe la riduzione del numero e del costo sociale ed economico dei NEETs (not in education, employment or training).

 

 

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