Home arrow Lavoro arrow Quali patti di servizio?
Quali patti di servizio? E-mail
di Daniele Fano
28 luglio 2014
l patti di servizio, introdotti dalla normativa a partire dalla metà degli anni ’90 e via via sviluppati a livello nazionale e regionale, rappresentano uno strumento utilizzato dai servizi  per l'impiego per formalizzare un accordo con disoccupati ed occupati sul progetto personale scelto, sia esso un sostegno all'inserimento lavorativo ovvero alla partecipazione ad un percorso formativo.
Così, per esempio, la Regione Lombardia ha avviato da alcuni anni patti sotto la forma della dote. Molte regioni, per esempio la Regione Lazio, stanno sperimentando o si apprestano a sperimentare contratti di ricollocazione dei beneficiari degli ammortizzatori sociali o di collocazione di giovani che fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro, avvalendosi di soggetti terzi, sulla base dei fondi stanziati dalla legge di stabilità 2014 per le politiche attive (15 milioni) e nell’ambito del programma Garanzia Giovani. 



Pietro Ichino (1)  è un forte sostenitore dei contratti di ricollocazione anche al fine di superare il dualismo tra politiche passive (concessione di ammortizzatori sociali ) e politiche attive ( offerte di nuove opportunità di lavoro). Ma “le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni” e forse ad oggi le virtù di questo strumento sono state sostenute in maniera troppo acritica?

Un passo indietro per inquadrare il problema
Il contratto di ricollocazione è disarmante per il suo apparente buon senso: andare dritto all’obiettivo del posto di lavoro, remunerare il risultato, trasformare il disoccupato in occupato, meglio se a tempo indeterminato.
E’ il caso però di porsi la domanda di base: perché mai ricorrere a costosi contratti di collocazione o ricollocazione quando già esiste un mercato dove domanda e offerta di lavoro si incontrano?
1. Macrosquilibri e microcomportamenti. Salta subito all’occhio l’incongruenza di una disposizione inattuabile per la massa dei disoccupati o scoraggiati in qualsiasi situazione di prolungata recessione o stagnazione come quella attualmente attraversata dall’Italia. Nessun “pacchetto” di contratti di ricollocazione potrà mai dare lavoro se non ad una esigua minoranza. Sorge il sospetto che il successo di una azione di ricollocazione, ed in cui l’incentivo principale è dato dalla verifica dell’esito occupazionale, possa dipendere più dall’abilità dell’agente di individuare le situazioni dove c’è forte turnover oppure le nicchie dove c’è crescita: il tutto per favorire un incontro tra domanda e offerta occupazionale che i datori di lavoro avrebbero potuto realizzare tranquillamente da soli facendo un annuncio e realizzando una buona selezione. Il risultato si traduce, in questo caso, in “creaming” (scrematura delle persone in cerca di occupazione) o “cherry picking” (selezione delle migliori ciliegie/opportunità) dei già occupabili, da una parte, e alla condanna al “parking” (parcheggio) per la gran massa per cui non cambia nulla. Si tratta di un contesto che accentua il rischio di “azzardo morale”, nel senso di incentivare comportamenti collusivi tra le parti (agente/lavoratore/datore di lavoro) per spartirsi l’incentivo pubblico. E quindi tanto rumore per nulla, con l’aggravante di uno spreco di denaro pubblico fino anche, nel peggiore dei casi, all’incentivazione di comportamenti devianti? Un groviglio proprio della problematica “principale” / agente in cui gli eventuali effetti positivi appaiono correlati al grado di integrazione delle politiche di ricollocamento con un insieme più ampio di politiche attive (2).  Alcune analisi di esperimenti svolti in altri paesi industrializzati mostrano che sì l’intervento dei privati può avere dei vantaggi specifici, ma che tuttavia non è rilevabile, in generale, un effetto statisticamente significativo e né duraturo delle politiche di ricollocazione sulle probabilità di migliorare gli esiti occupazionali (3).
L’eventuale effetto dei patti di servizio andrebbe analizzato nel quadro di una precisa strategia di monitoraggio e valutazione, definita sin dal momento in cui i patti stessi vengono varati. I  dati comunicati dalla Regione Lombardia riguardo alla “dote” non consentono una effettiva valutazione controfattuale dei risultati.
“Sono soldi ben spesi?- Perché e come valutare l’efficacia delle politiche pubbliche” (4), questo il titolo di un recente libro di Alberto Martini e Ugo Trivellato , nel quale gli autori sottolineano, in particolare, che la valutazione delle politiche in Italia non è mai decollata  (e pertanto è difficilissimo poter esprimere giudizi sulla qualità dei programmi e gli esiti dei percorsi) e che comunque la valutazione dovrebbe anche essere prospettica e cioè contribuire in fase di definizione delle politiche stesse a porre le basi per il suo successo.

2. Asimmetrie informative e “azzardo morale”.. L’ottica macro, pur con le sue implicazioni microeconomiche e comportamentali, potrebbe tuttavia essere insufficiente. Ci sono disfunzioni nel sistema informativo del lavoro e nell’architettura istituzionale rispetto alle quali i patti di servizio potrebbero certamente svolgere un ruolo utile.

a. Occorre, in particolare, affrontare le asimmetrie tra offerta di posti di lavoro e competenze di persone in cerca di occupazione. C’è ampia evidenza di difficoltà nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro in Italia (job mismatches). 
Nello specifico le asimmetrie tra offerta e domanda di lavoro appaiono come espressione di un complesso di fattori 

- Preparazione inadeguata
- Mancanza di esperienza. L’Italia è agli ultimi posti per forme di combinazione di studio e lavoro
- Mancanza di un sistema segnaletico sulla qualità dei percorsi formativi, da quelli professionali, a quelli tecnici e, più in generale, al sistema della formazione  e dell’istruzione.
 Come ha dimostrato Michael Spence il “mercato” dell’istruzione ha delle imperfezioni, date in particolare dalla discontinuità e dalla difficile reversibilità dei processi formativi e dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro rispetto ai quali le istituzioni formative possono svolgere un ruolo risolutivo a condizione di realizzare un sistema “segnaletico” efficace (5). 
Oggi la formazione è invece, salvo rarissime eccezioni totalmente “opaca” nel nostro paese. I lavoratori sono indirizzati verso strutture formative non valutabili e non mancano imprenditori che denunciano lo spreco di tempo e di risorse che ciò rappresenta. I patti di servizio andrebbero invece supportati dalla creazione di un sistema segnaletico basato su indicatori pubblici e trasparenti sui sistemi di selezione adottati, sulla qualità di strutture e docenti e sugli esisti post corsi dei partecipanti ai percorsi-
b. In Italia manca, in via più generale, un sistema coerente del lavoro, in particolare  un “Servizio del lavoro” che, al pari del servizio sanitario, si prenda in carico i cittadini per aiutarli ad orientarsi nelle scelte chiave del ciclo di vita. Ci sono degli spezzoni di un possibile sistema, dall’orientamento scolastico, alla previsione della condizionalità nella percezione dei benefici degli ammortizzatori sociali, al ruolo delle regioni nella formazione e nelle politiche attive. Ma tutto ciò ad oggi stenta a decollare effettivamente fare sistema. In particolare, il fatto che le politiche passive (i benefici degli ammortizzatori sociali) siano competenza dello Stato, mentre le politiche attive (i servizi per l’impiego) siano di competenza regionale crea una miriade di situazioni di “azzardo morale”. In sostanza i sindacati e le Regioni premono sullo Stato per una maggiore generosità nell’erogazione dei sussidi, ma lo Stato e il sistema della Giustizia non rispondono necessariamente quando le Regioni chiedono di attuare la condizionalità nelle erogazioni. C’è una area grigia in cui persone cumulano lavoro “nero” e sussidi oppure semplicemente scelgono di marginalizzarsi. I patti di servizio, con la condizionalità, cioè  subordinando la percezione degli ammortizzatori all’accettazione di offerte di lavoro, potrebbero rappresentare un importante passo avanti.
Interessante rilevare che in tutti i paesi in cui negli anni recenti sono state realizzate riforme del mercato del lavoro con l’obiettivo di attuare politiche attive fondate su patti di servizio, queste riforme hanno mirato ad unificare la gestione delle politiche passive e dei diversi strumenti per le politiche attive. Cosi, negli USA sono stati introdotti a partire dalla metà degli anni ’90 i One-Stop Shops, in Australia analogamente il Centerlink, nel Regno Unito (6) i Jobcenters Plus (7), in Germania opera la Bundesagentur fűr Arbeit, una struttura nazionale e con ampia ramificazione sul territorio in cui operano oltre 120.000 persone sulla base di una “gestione per obiettivi”, in Belgio le politiche attive e quelle passive sono state unificate nello stesso livello di governo.  I contratti di collocazione potrebbero essere pensati in modo di “fare sistema” coinvolgendo a monte e nella realizzazione i soggetti interessati, Stato, Regioni, sistema della formazione e dell’istruzione.Occorrerebbe anche in Italia creare i presidi necessari per assicurarsi che queste attività si svolgano nel modo più appropriato e con i necessari livelli di competenza (8).


Incentivi basati su un indicatore composito

In sostanza, occorre disegnare gli incentivi in relazione ai target e agire sulla probabilità di trovare il lavoro attraverso le competenze.
Appare importante che, nel disegnare gli incentivi ai soggetti coinvolti, siano essi i beneficiari o gli intermediari responsabili dell’attuazione di un percorso, si prevengano i rischi di “creaming” e di “parking”. Piuttosto che un incentivo basato su un obiettivo occupazionale semplicistico sarebbe importante costruire un incentivo basato su un indicatore composito che potrebbe, in particolare riflettere i seguenti criteri.

a. Partire dal livello e dai mismatch delle competenze agendo anche sul lato datoriale

b. Valorizzare l’istruzione tecnica e professionale di qualità e valorizzare l’alternanza scuola-lavoro

c. Evitare il paternalismo della “presa in carico”, assicurarsi che orientatori e tutor siano all’altezza della sfida e  consentire agli individui di scegliere in maniera responsabile.

d. Impostare sin dall’inizio un sistema di monitoraggio e valutazione dei contratti di ricollocazione al tempo stesso rigoroso e aperto al pubblico.

In sostanza, se l’utilità potenziale dei contratti di ricollocazione sta nel superamento delle asimmetrie e delle disfunzioni del nostro mercato del lavoro, occorre che questi fattori siano ricompresi nel disegno degli incentivi, pena l’incapacità di incidere effettivamente sulle disfunzioni per cui sono disegnati.
In pratica ciò vuol dire che l’obiettivo di un esito lavorativo duraturo va premiato condizione che a monte vi sia, per esempio, un percorso che abbia portato una impresa ad allargare la propria offerta di lavoro, un lavoratore a migliorare significativamente le proprie competenze o comunque ad uscire da una posizione di marginalità. Tutti questi fattori andrebbero ricompresi in un indicatore sintetico e composito di risultato, adatto ad essere monitorato.
Il monitoraggio rappresenterebbe poi la premessa per valutare nel tempo questa innovazione al fine di migliorarla.
Un quadro concettuale ingenuamente deterministico (premio essenzialmente indirizzato alla realizzazione di un posto di lavoro duraturo) è più esposto ai rischi di “creaming” e comportamenti collusivi, rispetto ad un quadro concettuale che agisca sulle probabilità di esiti innovativi attraverso un pluralità di indicatori.

*Note
(1) Cfr gli interventi sul suo sito www.pietroichino.it
(2) Oliver Bruttel  Contracting-out  and Governance Mechanisms  in the Public Employment Service, 
Wissenschaftszentrum Berlin  für Sozialforschung (WZB), Berlin 2005
(3) Bennmarker, Helge & Grönqvist, Erik & Öckert, Björn, . "Effects of contracting out employment services: Evidence from a randomized experiment," Working Paper Series 2012:19, Uppsala University, Department of Economics, 2012. Simili risultati si trovano anche in Bernhard, Sarah; Wolff, Joachim, Contracting out placement services in Germany: Is assignment to private providers effective for needy job-seekers?, IAB Discussion Paper, 2008

(4) Alberto Martini, Ugo Trivellato, Sono soldi ben spesi?, Marsilio 2011

(5) Cfr intervento al Convegno dell’Isfol sulle Eccellenze formative,https://www.youtube.com/watch?v=jFRo1gt815Q

(6) Sul Regno Unito cfr il recentissimo contributo OCSE http://www.keepeek.com/Digital-Asset-Management/oecd/employment/connecting-people-with-jobs_9789264217188-en#page16

(7) A. Sartori, Misurare e valutare i servizi per l’impiego, l’esperienza internazionale, Ediesse, 2009

(8) Cfr. D. Fano, intervento al convegno dell’Isfol sull’orientamento, febbraio 2014, www.youtube.com/watch?v=kriyMmVXfXU
  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >