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L’economia della falsa povertà: il caso Sicilia E-mail
di Rosamaria Alibrandi, Mario Centorrino, Pietro David, Antonella Gangemi
14 luglio 2014

La lettura e l’ascolto quotidiano dei media ci offrono numerosi materiali di conoscenza sulla povertà in Italia. Descritta con abbondanza di dati statistici grazie alla documentazione puntuale fornita dall’Istat, sia con inchieste di taglio sociologico condotte sul campo.

Non è frequente, invece, imbattersi in ricostruzioni della “falsa” povertà, di casi cioè quantitativamente numerosi nei quali dietro un’attestazione di povertà, significativa ai fini delle tipologie Istat e della  percezione di sussidi, si nascondono truffe. Nel senso che risorse erogate per sostenere condizioni di povertà affluiscono a soggetti che non si ritrovano in queste condizioni. 


Nell’era della “spending review”, può risultare interessante una rassegna delle “false” povertà accertate. Che comunque sono solo parte, riteniamo, di quelle individuabili attraverso ricognizioni più rigorose, generalmente sconsigliabili alla vigilia di competizioni elettorali, quindi rinviate sempre a tempi indefiniti.

Proveremo ad esaminare questo problema con riferimento alla Sicilia, ben sapendo che riguarda tutte le regioni d’Italia con riferimento particolare  al Mezzogiorno. Per comodità di analisi prenderemo in esame, per individuare “false” povertà, una categoria di impiego pubblico, i cosiddetti precari.

Il fenomeno del “precariato” in Sicilia può farsi risalire agli inizi degli anni ’50 grazie all’uso spregiudicato di speciali prerogative concesse dallo Statuto Autonomo in materia di assunzioni. E. del Mercato e E. Lauria offrono in un loro saggio (“La zavorra”, Laterza 2010), una gustosa ricostruzione dell’invenzione del precariato. “pratica […] condivisa da tutte le forza politiche rappresentate all’Assemblea Regionale Siciliana” (p. 79). E che negli anni tra il 1978 e il 1980 assunse dimensioni oltre ogni buon senso con la conversione, riveduta e corretta, della cosiddetta legge Anselmi sull’occupazione giovanile (1977). I disoccupati iscritti nelle liste speciali previste da questa legge o i soci delle cooperative a prevalenza giovanile (ne bastavano 51 al di sotto dei 29 anni per arruolarne altri 49 di età maggiore) conquistarono un posto di “precario” apparentemente a tempo indeterminato. Forzando normative e predeterminazione di organici un posto di precario alla Regione Siciliana divenne “merce di scambio diffusa e preziosa ai fini elettorali”.

Quando guardiamo al “precariato”, retribuito sotto le soglie indicate per la povertà relativa (1000 euro circa), ci troviamo subito di fronte ad una sorta di paradosso. Non abbiamo  una  definizione generica di “precario” nella quale sussumere tutti i lavoratori che sono stati assunti nei vari gangli della P. A. siciliana, dal ’50 ad oggi, senza concorso, senza contratti a tempo indeterminato.

Quale è la dimensione del “precariato povero”?

Le cifre sono approssimative. Forse trentamila, sotto varie sigle e sedi d’impiego, un numero ben superiore ai lavoratori del settore industriale siciliano. Nessuno si è mai preoccupato non solo di “calcolarli” ma anche di “mapparne” l’età, l’anzianità di servizio, il titolo di studio, la competenza, il ruolo effettivo ricoperto all’interno della P.A. O di effettuare una ricognizione su eventuali discrasie tra quello che fanno e quello che potrebbero fare, quale percorso formativo potrebbe loro servire per acquisire maggiore professionalità. Costituiscono una massa, al momento indistinta, dei cui componenti non conosciamo un ulteriore elemento fondamentale: il reddito familiare. Gestita non con regole chiare e certe ma a seconda delle scadenze elettorali titillata e assecondata. Ma poi, negli intervalli, criminalizzata e indicata come la rovina  dell’economia siciliana. Illusa con ipotesi di stabilizzazione grazie a quote riservate nei concorsi che, nella migliore delle aspettative, potrebbero realizzarla in un trentennio.

Le difficoltà di bilancio, l’emergere di denunzie, un certo clima di moralizzazione, stanno facendo emergere i “falsi” precari, sostanzialmente profili rilevanti di “falsa” povertà.

Mettiamo insieme le varie scoperte. Il Parlamento Siciliano, tra polemiche roventi, ha fissato  per attribuire un salario (832 euro circa) ai precari un tetto al reddito stabilito in 20mila euro di reddito  ISEE familiare (Per calcolare l’ISEE occorre inserire i dati del reddito imponibile delle persone che vivono sotto lo stesso tetto e, se si hanno uno o più appartamenti di proprietà, il loro valore ICI). Questa la soglia oltre la quale i precari non potranno beneficiare  del sussidio, oltre a chi si è macchiato in passato di reati gravi (tra questi non è compreso lo spaccio di droga se non come esimente dal prestare servizio in una scuola).

Il  filtro descritto sembrerebbe (usiamo il condizionale volutamente visti i numerosi ricorsi amministrativi presentati e le trattative politiche in atto per il “ripescaggio”)  aver cancellato il sussidio di 832 euro mensili a centinaia di appartenenti al bacino (3.200) dei cosiddetti ex PIP (precari in situazione di disagio sociale inseriti in discutibili piani di inserimento produttivo e poi trasferiti in una società a partecipazione regionale). Ridimensionando in altre parole “false povertà”.

 Gli accertamenti in atto hanno individuato, un “precario” con un reddito ISEE di 145 mila euro l’anno  (ottenuto con un patrimonio immobiliare pari a 1.2 milioni) ed un rapinatore arrestato dopo una lunga latitanza mai registrata dagli uffici regionali. Tra gli ex-PIP, duecento ad una verifica sono risultati senza incarichi di lavoro quindi presumibilmente con un secondo lavoro in nero. La ragion ufficiale del loro mancato avvio ad una mansione lavorativa sta, a tutt’oggi, nell’impossibilità per ragioni burocratiche di poterli sottoporre a visita medica, condizione indispensabile per stilare un piano di sicurezza relativo alle loro condizioni di impiego.

Un’altra categoria di  “precari”, gli A.S.U. (soggetti impiegati in attività socialmente utili) per mantenere il loro status dovranno dimostrare un reddito che non supera gli 8mila euro annui. Nel senso che solo la condizione di disoccupato, la quale può essere mantenuta con il livello di reddito prima indicato, dà accesso al sussidio.

Ora (il ragionamento è stato avanzato dalla Corte dei Conti) come è possibile che da dieci anni gli A.S.U. (5.700) non abbiano mai trovato un lavoro continuando a vivere con 600 euro mensili?

C’è poi una storia tutta siciliana che merita di essere richiamata. Un paese della regione, Mazzarrone, è quintultimo in Italia per reddito imponibile medio: appena 12.400 euro. Il dato contrasta con un ostentato benessere dei residenti. Alla base del paradosso il fatto che in un territorio dedito per il 90% alla produzione agricola pregiata si calcola il reddito dominicale dei terreni (400 euro per ettaro) e non quello di impresa ( 15 mila euro).

Altri materiali di conoscenza esposti in un’analisi più generalista (S. Palazzolo, La Repubblica, Palermo, 13 Maggio 2014). In Sicilia la G.d.F. nell’ultimo anno ha censito e denunziato 2157 “falsi” poveri cui si addebita un ricavo truffaldino di 13 milioni di euro tra contributi a sostegno del reddito minimo ma anche esenzioni per pensioni di invalidità e iscrizioni all’Università. Percezioni illegali di fondi per l’agricoltura, sconti su tariffe di luce e gas. Ovviamente quanto diciamo non smentisce l’esistenza di un diffuso stato di povertà in Sicilia (Istat, Rapporto Annuale 2014).

Un ultimo dato su quest’ultimo fenomeno, puramente indicativo ma al tempo stesso allarmante può derivarsi dai dati della Banca d’Italia 2013 sull’insolvenza delle famiglie nei confronti di istituti di credito con percentuali di debito rispetto al reddito superiori  nella città a maggior quota di popolazione, al 100%.

 Oggi, una continua ricerca di espedienti che finisce col danneggiare, implicandone una necessaria riduzione, la spesa sociale per la povertà autentica. Ma che soprattutto crea reti e filiere di collusione tra amministrazioni e utenti. Con derive clientelari ed infiltrazioni mafiose.

Come contrastare il fenomeno delle “false povertà”? Intanto, completando una ricognizione rigorosa sul rapporto tra sussidio percepito dai “precari” e condizioni di reddito previste per la  percezione del sussidio stesso. Ancora, introducendo forme di controllo su forme di lavoro nero da parte dei “precari”. Infine, rendendo produttivo il loro impiego, oggi spesso puramente virtuale.

 

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