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PACCHETTO SICUREZZA E CITTADINI COMUNITARI: VERSO UN CONTENZIOSO CON L’UNIONE EUROPEA E-mail
Immigrazione
di Marcello Di Filippo

immigrazioneIl c.d. pacchetto sicurezza adottato dal Consiglio dei Ministri il 21 maggio scorso include uno schema di decreto legislativo, modificativo del decreto legislativo 30/2007, relativo al soggiorno dei cittadini comunitari. L’adozione di tali emendamenti potrebbe condurre ad una violazione della normativa comunitaria di riferimento, costituita dalla direttiva 2004/38 del 29 aprile 2004.


Con l’allargamento dell’Unione europea a nuovi Stati membri, avvenuto tra il maggio 2004 e il gennaio 2007, la presenza di cittadini comunitari in Italia è aumentata considerevolmente, in considerazione dell’alto numero di cittadini rumeni e polacchi presenti sul nostro territorio (rispettivamente, la 3^ e la 9^ nazionalità maggiormente rappresentate). Il clamore suscitato da alcuni fatti di cronaca che hanno coinvolto cittadini romeni e l’uso talvolta strumentale delle tematiche migratorie nel contesto del dibattito sulla sicurezza hanno posto sotto pressione la normativa relativa ai cittadini comunitari. Già il governo Prodi, sull’onda dell’emozione suscitata dall’omicidio Reggiani (avvenuto il 30 ottobre 2007), era intervenuto sul decreto 30/2007, adottando nel febbraio 2008 il decreto legislativo n. 32/2008, la cui gestazione si è rivelata particolarmente travagliata. Preme ricordare che detto decreto ha introdotto alcune disposizioni la cui conformità al diritto comunitario è dubbia, come ho evidenziato in un commento di prossima uscita sulla Rivista di diritto internazionale. Lo schema di decreto elaborato dal governo Berlusconi, pur ponendosi come "integrativo e correttivo" della disciplina vigente, segue purtroppo la stessa scia, in quanto alcune sue parti segnano un ulteriore passaggio nel processo di stravolgimento della regolamentazione dei diritti di mobilità dei cittadini comunitari nel nostro ordinamento.

Giova ricordare alcuni aspetti salienti della disciplina comunitaria. Al cittadino UE che intenda soggiornare per un periodo inferiore a tre mesi può essere richiesto unicamente il possesso di un valido documento di identità che ne attesti la nazionalità, mentre chi vuole soggiornare per più di tre mesi deve provare di esercitare in Italia un’attività lavorativa o di possedere in reddito minimo e un’assicurazione malattia: a tal fine, gli Stati possono richiedere l’adempimento di alcune formalità, quali l’iscrizione anagrafica e la dimostrazione, in tale ambito, del possesso dei requisiti ora richiamati. La mancata iscrizione può comportare l’applicazione di sanzioni proporzionate e non discriminatorie (in pratica, di natura pecuniaria, dato che la Corte di giustizia ha precisato che non è ammissibile un’espulsione o una pena detentiva). Solo chi non possiede i requisiti per un soggiorno superiore a tre mesi o li perde può essere allontanato.

Al di là di queste ipotesi, l’allontanamento di un cittadino UE soggiornante da più di tre mesi è possibile solo per motivi di ordine pubblico e sicurezza pubblica. Questi ultimi concetti non sono definiti dal diritto comunitario, ma la Corte di giustizia e la stessa direttiva 2004/38 hanno specificato alcuni parametri e garanzie. In primo luogo, l’allontanamento deve essere motivato in relazione al comportamento personale del destinatario, il quale deve rappresentare una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave per un interesse fondamentale della società. Non sono pertanto ammissibili provvedimenti che siano finalizzati a dare un segnale alla collettività degli stranieri comunitari presenti sul territorio oppure a rispondere ad un allarme sociale non attinente al comportamento del singolo.

A ciò si aggiunga che, dopo cinque anni di residenza, solo gravi motivi di ordine pubblico e sicurezza pubblica permettono l’espulsione, mentre dopo dieci anni l’allontanamento è possibile solo in circostanze eccezionali dovute a motivi imperativi di sicurezza pubblica. Infine, ogni provvedimento di allontanamento è impugnabile di fronte a un’autorità giudiziaria, alla quale il ricorrente può richiederne la sospensione dell’esecuzione: finché il giudice non si pronuncia, l’allontanamento non può essere eseguito a meno che non ricorrano motivi imperativi di sicurezza pubblica.

Appare chiaro quanto siano "strategici" i motivi imperativi di pubblica sicurezza: dal punto di vista delle autorità nazionali, consentono di espellere anche i comunitari residenti da lungo tempo e di rendere, in ogni caso, immediatamente eseguibile il provvedimento; dal punto di vista della normativa comunitaria, tuttavia, la nozione in esame è di strettissima interpretazione.

Le modifiche ipotizzate dal nuovo esecutivo sembrano ampliare a dismisura la nozione di motivi imperativi di sicurezza pubblica, in quanto questi sussisterebbero infatti ogni qual volta un cittadino UE abbia soggiornato per più di tre mesi senza richiedere l’iscrizione anagrafica nei termini previsti (cioè, nei dieci giorni successivi al decorso del trimestre): se è vero che la direttiva 2004/38 ammette sanzioni per il mancato adempimento di tale formalità, è altresì certo che queste non possono consistere in un’automatica qualificazione di detta inosservanza in termini di "motivi imperativi di pubblica sicurezza", con conseguente espellibilità immediata per chiunque. Di più, l’esecutivo indica ulteriori ipotesi di motivi imperativi, ravvisabili per qualsiasi reato contro la moralità pubblica e il buon costume, oppure ogni qual volta la legge preveda l’arresto obbligatorio in flagranza (per esempio, oltre che reati molto gravi, anche per fattispecie comuni quali il furto aggravato e la rapina).

La dilatazione abnorme della nozione di motivi imperativi di sicurezza pubblica che ne deriva condurrebbe ad uno stravolgimento del rapporto tra la regola della libertà di soggiorno e l’eccezione della sua restrizione per ragioni di sicurezza pubblica. Si noti che il diritto comunitario non impedisce di reprimere attività illecite imputabili a un cittadino UE: diversamente, esige che lo strumento dell’espulsione venga utilizzato solo in casi eccezionali, dovendosi normalmente sottoporre a sanzione (penale o di altro tipo) il soggetto responsabile, così come si farebbe per il cittadino nazionale, lasciando impregiudicata la sua libertà di circolazione.

Un altro profilo di contrasto con la direttiva 2004/38 concerne l’esecuzione di un provvedimento di allontanamento in pendenza di ricorso e a seguito della richiesta di sospensiva: mentre la direttiva prevede che l’allontanamento non sia eseguito fino all’effettiva pronuncia del giudice, lo schema di decreto afferma che ove il giudice non si pronunci entro 60 giorni il provvedimento sia comunque eseguito. Infine, appare criticabile la previsione circa il trattenimento per 15 giorni dei cittadini comunitari in un CPT "ove sussistano ostacoli tecnici all’esecuzione dell’allontanamento o difficoltà nell’identificazione". Il governo sembra ignorare che un cittadino comunitario ha diritto di recarsi in qualsiasi paese UE e che pertanto, se gli si può ingiungere di lasciare il territorio italiano, non lo si può obbligare a tornare nel proprio paese e a trattenerlo da noi in attesa dell’organizzazione di un rimpatrio forzato. Inoltre, non si comprende il senso dell’ipotesi delle difficoltà di identificazione. Delle due l’una: o il soggetto è stato identificato come comunitario (e allora non lo si può trattenere in un CPT), o non lo si è identificato (e allora verrà sottoposto al regime generale valido per gli stranieri).

 

Marcello Di Filippo

  Commenti (1)
Clandestina la badante. Quali prospettiv
Scritto da Anna Maria Candela, il 01-06-2008 08:21
Il dibattito e, tra le tante parole, i fatti che si stanno susseguendo in queste settimane rispetto all’emergenza immigrazione nel nostro Paese, sta alimentando, a mio modo di vedere una pericolosa isteria collettiva. Diversi i sintomi di questa isteria, allarmanti gli effetti che stanno già producendosi e potrebbero registrarsi di qui a breve. 
Tutti i problemi di sicurezza delle nostre città sono ormai ridotti alla presenza degli immigrati, al modo in cui vivono ai margini della città o alla pretesa di frequentare le nostre scuole e le nostre piazze. Come con una bacchetta magica, le scelte del nuovo governo hanno fatto sparire la microcriminalità, la criminalità organizzata, il bullismo nelle scuole, il degrado urbano, la mancanza di sistemi di sicurezza, le auto delle forze dell’ordine che non camminano perché mancano i soldi del carburante, la cocaina che gira in tutti gli ambienti come il polline in un campo di fiori in primavera, la pedofilia, l’economia sommersa di una parte importante del sistema produttivo, i maltrattamenti a danno dei minori e delle donne. Abbiamo così appreso che “i selvaggi sono loro” e abbiamo trovato il tempo e il modo di liberarci la coscienza. Ma il risveglio non tarda ad arrivare. 
E così gli imprenditori agricoli del foggiano cominciano a tremare perché la campagna del pomodoro sta per arrivare e se mancasse la manodopera, quel sistema produttivo sarebbe in ginocchio. E quante famiglie che hanno costruito il loro precario equilibrio sul lavoro di una “badante”, stanno chiedendosi adesso come fare se quella badante non ha il permesso di soggiorno e se non ne possono fare a meno? 
“Finalmente ci si è accorti che i clandestini li abbiamo in casa”. “Cercavamo braccia, e sono arrivati uomini”. Sono due frasi a mio parere molto evocative dello stato d’animo di queste settimane, uno stato d’animo che non appartiene solo agli addetti ai lavori ma a tante famiglie normali, a tanti cittadini comuni. 
Con un tasso di irregolarità che tocca - secondo le stime dell’IRS di Milano – almeno il 45% delle badanti presenti in Italia, che sono più di settecentomila, non sarebbe forse necessario interrogarsi su quale integrazione possibile, su quali percorsi per assicurare nelle nostre città il pieno rispetto delle regole, prima e insieme al riconoscimento dei diritti?  
E se il tema del giorno è diventato come regolarizzare gli immigrati “buoni”, io vorrei aggiungere un tema che è quello di conciliare il bisogno egoistico di immigrati con l’integrazione delle persone immigrate, ricordandoci che sono persone in carne e ossa, dietro di loro spesso ci sono donne e bambini, sentimenti, storie di vita, aspirazioni professionali, sacrifici e nostalgie dei loro paesi. 
Attenzione a non distribuire l’etichetta di “immigrato buono” a chi è funzionale ai bisogni degli italiani. Non rende “buono” un immigrato il bisogno che giustifica la sua presenza, ma le ragioni per cui è arrivato nel nostro paese, il modo in cui vive, la capacità di rispettare le regole della convivenza civile, oltre che la legge italiana.  
Dovremmo ricordarci che chi non rispetta la legge italiana, delinque quale che sia la sua nazionalità, ma chi non ha un lavoro non è un bandito, come non lo era nessun italiano che andava a cercare una sorte migliore in America o in Argentina o in Germania all’inizio del secolo scorso, e come non lo era nessun pugliese che andava a cercare lavoro a Torino o a Milano nel dopoguerra, senza avere prima un contratto di lavoro. 
Il tema dei rom e della loro (storicamente) difficile convivenza nelle nostre città e in quelle di tutta Europa non può nascondere tutto quello che c’è dietro l’immigrazione, e perfino dietro l’immigrazione clandestina. Peraltro si dimentica che la gran parte dei rom è in Italia da generazioni e che rappresentano una minoranza linguistica e culturale piuttosto che immigrati clandestini, e non può essere banalizzata la loro presenza né banale è la ricerca di soluzioni durature per il problema della integrazione dei rom. Così come non è banale pretendere tolleranza zero per “i ladri di bambini”, per chi violenta una donna sola che torna dal lavoro, per chi fa furti in appartamento, o maltratta i bambini, ma ricordiamoci che questo deve valere per stranieri e per italiani. E non è possibile creare eserciti di “delinquenti a norma di legge”, cosa che sarebbero le famiglie la cui badante non è regolare, i Sindaci che si preoccupano di offrire i servizi minimi per i lavoratori stagionali immigrati nelle campagne pugliesi, i medici che prescrivono le medicine essenziali a immigrati senza permesso di soggiorno. 
E infine alcune proposte per un settore, quello delle colf e delle badanti, che riguarda da vicino anche molte famiglie pugliesi e, mi permetto di aggiungere, la tenuta complessiva di un sistema ancora molto fragile - quale quello delle prestazioni domiciliari per la non autosufficienza ancora poco assicurato dalle ASL e dai Comuni pugliesi. Un decreto flussi per quelle assistenti familiari che abbiano un alloggio, un lavoro stabile e padronanza della lingua italiana, come ogni misura speciale, non risolve un problema strutturale che si ripresenterà. E’ un film già visto: la sanatoria del 2002 portò alla regolarizzazione di centinaia di migliaia di badanti, ma la situazione tornò uguale due-tre anni dopo. Proviamo a ragionare di come non rendere irregolari persone che semplicemente vengono in Italia per lavorare e con le migliori intenzioni di integrazione: cominciamo a cancellare, per esempio, l’ipocrisia della chiamata "a distanza". Quale famiglia assume un’assistente familiare che non conosce, perché vive all’estero? E in alternativa perché dovrebbe trovarsi “per legge” nel paradosso del favoreggiamento di chi “delinque”, in quanto immigrato irregolare. 
In secondo luogo, va rivisto il sistema delle quote d’ingresso, che non tiene conto della domanda reale di lavoro: in Italia le quote stabilite fissano a 112.000 le badanti che possono essere assunte con regolare permesso di soggiorno, ma le domande sono annualmente 400.000 e a queste va aggiunta la domanda che non emerge, e che incontra l’offerta di lavoro su un mercato informale e sommerso. 
Finchè i numeri sono questi, e si usa come una clava il reato di immigrazione clandestina, vuol dire che non si vuole leggere la fragilità del sistema di offerta dei lavori di cura in Italia e anche in regioni in cui il sistema sanitario e quello sociale sono molto più strutturati e robusti. 
Un welfare amico delle famiglie deve essere un welfare che dà cittadinanza alle assistenti familiari, che magari le forma prima di dare loro un contratto di lavoro, senza trattarle come clandestine e senza lasciare da sole le badanti e le famiglie che le prendono in casa.  
I controlli nelle case, le espulsioni delle clandestine non appartengono al welfare che vogliamo. Ma nemmeno il pietismo di una regolarizzazione che tocca solo quegli immigrati ritenuti “buoni”, perché entrano nelle nostre case e aiutano i nostri anziani.

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