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Un’analisi dei bilanci delle principali banche europee in attesa degli stress test E-mail
di Carlo Milani
14 luglio 2014
I sistemi bancari dei principali paesi europei sono al centro di importanti trasformazioni, sia per l’impulso di storici cambiamenti normativi, come l’Unione bancaria, sia per effetto delle normali dinamiche di mercato. Le pressioni verso il cambiamento si esercitano soprattutto sulle banche dei paesi periferici: Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo stanno infatti rivedendo il loro focus sul tradizionale business bancario consistente nell’erogazione del credito, diminuendo progressivamente il peso degli impieghi sul complesso delle attività bancarie. 

 

Un fattore determinante in questo cambiamento di rotta è stato l’incremento dei crediti in sofferenza che ha implicato una netta riduzione dei margini di manovra, a parità di capitale disponibile, necessari per poter continuare a finanziare l’economia reale. La reazione delle principali banche dei paesi periferici di fronte a questo shock è stata sufficientemente differenziata. L’Irlanda ha attuato un’intensa politica di deleveraging, con conseguente netta riduzione del complesso delle attività bancarie (all’incirca diminuite del 30 per cento rispetto al 2006 – grafico 1). In Spagna e Italia, grazie anche alla possibilità di ottenere liquidità dalla BCE a tassi particolarmente vantaggiosi, si è osservato una forte riallocazione delle attività bancarie a favore dei titoli di Stato, con contestuale penalizzazione del credito all’economia reale (grafico 2). In altri termini, banche spagnole e italiane hanno attuato una politica di derisking, accompagnata in ogni caso con una crescita del totale dell’attivo nell’ordine del 50 per certo circa rispetto ai livelli osservati nel periodo pre-crisi (la crescita più elevata tra i principali paesi europei) e solo in leggera riduzione rispetto all’anno precedente. Le banche portoghesi, infine, si situano a metà tra questi due gruppi di paesi, avendo da un lato investito in abbondanza in titoli di Stato, ma avendo allo stesso tempo contenuto la crescita degli attivi.

  

Grafico 1. Dinamica del totale dell’attivo
(base 100=2006)
grafico_1_milani.jpg
























Note: medie semplici delle banche incluse nel campione. Per ogni paese sono state considerate le prime 3/5 banche domestiche. Per l’Italia sono stati presi in esame Unicredit, Intesa-SanPaolo, MPS, UBI e Banco Popolare.
Fonte: elaborazioni su dati Thomson-Reuters Datastream.

  

Grafico 2. Titoli di Stato emessi da paesi dell’Area euro e di proprietà delle IFM
(in % degli impieghi a imprese e famiglie)

grafico_2_milani_.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazioni su dati BCE.


Tale rimodulazione delle attività bancarie, tra l’altro, ha consentito a molti istituti di credito di migliorare i requisiti patrimoniali basati sui criteri contabili di Basilea. Quest’ultimi, infatti, consentono un trattamento di favore, in termini di assorbimento di capitale, per gli investimenti in bond governativi, sulla base dell’irrealistico presupposto che tali obbligazioni siano prive di rischio. L’eccessivo peso dei titoli governativi nei bilanci di alcune banche europee è probabilmente uno tra i principali fattori che ha spinto la BCE a non mettere subito in campo lo strumento più efficace per il contrasto del rischio deflazione, il quantitative easing (QE), rinviandolo quanto meno alla fine dell’anno in corso, dopo la diffusione dei risultati del comprehensive assessment attualmente in corso. Il QE, infatti, avvantaggerebbe consistentemente gli istituti di credito più esposti verso il rischio sovrano, facendo in tal modo perdere all’asset quality review e agli stress test la loro fondamentale valenza segnaletica sull’effettivo stato di salute delle banche. Stato di salute che in molti casi desta qualche preoccupazione, sia per il soprarichiamato problema dell’esplosione delle sofferenze bancarie – la cui incidenza sul totale dei finanziamenti è cresciuta, rispetto al 2006, di 33 volte in Irlanda, 12 volte in Spagna, 6 in Portogallo e 4 in Italia – sia per la modesta performance degli indicatori di patrimonializzazione non aggiustati per il rischio (le principali banche tedesche e francesi evidenziano, nel 2013, un livello di capitale e riserve, in percentuale del totale attivo, pari ad appena il 4%, 5% circa per le banche portoghesi e inglesi, 6% per le italiane e 7% per quelle spagnole e irlandesi).

 

Nel caso specifico delle banche italiane, un fattore di debolezza è poi legato alla composizione del passivo, con un eccessivo peso delle obbligazioni bancarie e la speculare bassa incidenza dei depositi (grafici 3 e 4). I problemi di reperimento di fonti di finanziamento stabili nelle fasi di turbolenza finanziaria, come osservato ad esempio nel caso delle crisi di Northern Rock e Lehman Brothers, hanno spinto i gruppi bancari europei a rivedere pesantemente la loro struttura del passivo, cosa che in Italia, invece, non si è ancora verificata. Questo aspetto presenta criticità anche alla luce dell’entrata in vigore del meccanismo del bail-in, previsto nell’ambito del secondo pilastro dell’Unione bancaria europea, che porterà queste forme di finanziamento a partecipare alle potenziali perdite della banca che si dovesse trovare in una situazione di dissesto finanziario.


Grafico 3. Depositi bancari
in % del totale attivo

grafico_3_milani.jpg
























Note: medie semplici delle banche incluse nel campione. Per ogni paese sono state considerate le prime 3/5 banche domestiche. 

Fonte: elaborazioni su dati Thomson-Reuters Datastream.


Grafico 4. Obbligazioni bancarie
in % del totale attivo

 

grafico_4_milani_.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note: medie semplici delle banche incluse nel campione. Per ogni paese sono state considerate le prime 3/5 banche domestiche.
Fonte: elaborazioni su dati Thomson-Reuters Datastream.

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