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Unioni civili: molti i nodi ancora da sciogliere E-mail
di Alberto Maria Benedetti
14 luglio 2014

Governo e opposizione sembrano oggi concordare sul fatto che, anche in Italia, è giunto il momento di affrontare, sul piano legislativo, il tema delle coppie che non “possono” sposarsi; di quelle coppie, cioè, che, appartenendo al medesimo sesso, non sono abilitate, pur desiderandolo, ad accedere al matrimonio, almeno per come oggi esso è costruito dal legislatore. Il tema è sul tavolo da tempo: la Corte costituzionale si è più volte espressa, auspicando che il legislatore affrontasse il tema delle coppie omosessuali, individuando le forme giuridiche idonee a dare soddisfazione all’aspirazione a un riconoscimento giuridico di realtà che rappresentano, nell’attuale configurazione sociale, un fenomeno di grande rilievo.

 

Nella sentenza n. 138/2010, la Corte prefigurava due scenari, rimessi alla discerzionalità del Parlamento: o il legislatore estende il matrimonio alle coppie del medesimo sesso (come pure accaduto in molti paesi) o individua altre forme di tutela che, direttamente o indirettamente, realizzino il medesimo effetto.

Ancora recentemente, la Corte costituzionale (sentenza n. 170/2014) ha riaffermato questa linea di pensiero: in caso di cambiamento di sesso da parte di uno dei coniugi durante il matrimonio, il divorzio è automatico e il matrimonio non può proseguire proprio perché viene meno il requisito essenziale della differenza di appartenenza sessuale dei coniugi. Tuttavia se, nonostante la rettificazione del sesso, i due (già) coniugi vogliono continuare a restare giuridicamente legati, è necessario trovare per loro una qualche forma di unione che dia sfogo a questa legittima aspirazione. Scrivono i giudici costituzionali:  “(…) sarà, quindi, compito del legislatore introdurre una forma alternativa (e diversa dal matrimonio) che consenta ai due coniugi di evitare il passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione, su tal piano, di assoluta indeterminatezza. E tal compito il legislatore è chiamato ad assolvere con la massima sollecitudine per superare la rilevata condizione di illegittimità della disciplina in esame per il profilo dell’attuale deficit di tutela dei diritti dei soggetti in essa coinvolti”. Qui la Corte avrebbe potuto direttamente operare, con una sentenza c.d. manipolativa, sulle disposizioni impugnate, ma, forse per la delicatezza della materia, ha preferito passare la palla al legislatore, che oggi appare politicamente più maturo per affrontare la questione.

Un dato, a leggere le notizie di stampa, appare abbastanza certo: il nostro paese non sceglierà la via dell’estensione del matrimonio alle persone appartenenti al medesimo sesso. La via che, forse, sarebbe stata più semplice sotto il profilo degli effetti e sotto il profilo dell’eguaglianza delle posizioni garantite; ma che, da una parte, avrebbe determinato un tasso più elevato di conflitto tra portatori di valori diversi e, dall’altra, poteva determinare  problemi di rapporti/compatibilità con l’ordinamento canonico.

Se davvero il Governo vuole davvero farsi promotore di una disciplina delle unioni civili – che, tuttavia, non può non passare attraverso un serio dibattitto parlamentare – i nodi da sciogliere sono (almeno) i seguenti: i) quali forme saranno previste perché l’unione civile si perfezioni? Basterà un accordo tra i conviventi o sarà necessario, seguendo la scia del matrimonio, un intervento di un pubblico ufficiale? ii) saranno previsti meccanismi di pubblicità similmente a quanto accade per la trascrizione dell’atto di matrimonio? iii) i diritti e i doveri scaturenti dall’unione civile legalizzata saranno gli stessi di quelli che derivano dal matrimonio? In particolare: il convivente legato dall’unione civile potrà succedere al suo partner automaticamente, anche se, cioè, quest’ultimo non ha fatto testamento? E, ancora, sarà elevato al rango di legittimario come il coniuge (potendo dunque essere titolare di una quota di eredità anche contro la volontà del de cuius?). Sempre sotto il profilo economico: quale sarà il regime patrimoniale dell’unione civile per quanto attiene alla comunione/separazione dei beni?; iv) lo scioglimento dell’unione civile come verrà regolato? Che accadrà se uno dei conviventi non acconsente allo scioglimento? Si prevedrà un intervento del giudice? Quali saranno le obbligazioni alimentari successive allo scioglimento dell’unione civile? Quando l’altro potrà, in questo caso, concludere una nuova unione civile con terzi? v) la coppia legata da un’unione civile potrà accedere all’adozione in generale o solo uno dei conviventi potrà adottare, se sussistono i presupposti, gli eventuali figli dell’altro?

Questi interrogativi rendono evidente il problema di fondo, che è un problema di metodo: le improvvisazioni e gli slogan, in questo settore, funzionano e funzioneranno poco. Bisogna affrontare ciascun nodo con un disegno regolatore razionale e coerente, dal quale non è estranea la collocazione logistica delle norme sulle unioni civili (codice civile, com’è preferibile trattandosi di diritto di famiglia, o legge speciale?). Sul piano della disciplina sostanziale, gli interrogativi che ho sopra enunciato evidenziano un rischio: quello che consiste nel creare un istituto giuridico che del matrimonio non reca solo il nome. Ma se così sarà, avranno ragione coloro che consigliavano la mera estensione del matrimonio alle coppie del medesimo sesso, evitando operazioni tanto ipocrite da sfociare nel ridicolo. Forse però il punto è un altro: le vicende delle due tipologie di coppie - quelle appartenenti a sessi diversi, quelle dello stesso sesso - non possono essere sovrapposte sic et simpliciter, ma recano elementi differenti che richiamano discipline differenti, per esempio con riferimento alla regolazione del diritto alla genitorialità. Dunque quello che attende Governo e Parlamento non sarà un lavoro facile e richiederà quel tanto di riflessione, anche scientifica, che non può mai mancare quando si interviene sul diritto di famiglia.

 

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