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Ormai siamo tutti d’accordo: bisogna far crescere la produttività. Sì, ma come? E-mail
di Giuseppe Ciccarone, Enrico Saltari
09 giugno 2014
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Negli ultimi giorni, Istat, Banca d’Italia e Ministro dell’Economia hanno identificato nella stagnazione della produttività il malanno principale che affligge la nostra economia, con le prime due istituzioni inclini a individuarne una causa importante nel deficit di investimenti registrato da tempo nel nostro Paese, in particolare di quelli innovativi. A questa importante convergenza analitica non ha però fatto seguito alcuna proposta concreta sulle politiche da attuare per invertire la rotta e accrescere gli investimenti, siano essi pubblici o privati, italiani o europei.

Sono giorni di speranza per chi sostiene da tempo, anche su queste pagine, che “il” problema dell’economia italiana debba essere individuato nella stagnazione della produttività e che la causa principale di questa stagnazione sia la ridotta crescita degli investimenti innovativi. Il nostro punto di vista è noto ai lettori, ed è comunque presente in numerosi articoli pubblicati sul sito, e può essere quindi sintetizzato molto brevemente. 
L’insoddisfacente dinamica della produttività sperimentata in Italia è il frutto della riduzione del prezzo del lavoro rispetto a quello del capitale, innescato dalle riforme legislative volte a “flessibilizzare” il mercato del lavoro. Questa modificazione del prezzo relativo, insieme alla modificazione della composizione della forza lavoro, ha spinto le imprese a rimanere nei settori tradizionali dove domina l’occupazione a bassa specializzazione, ha scoraggiato gli investimenti e l’adozione delle nuove tecnologie (Ict) e delle nuove forme di organizzazione della produzione che il progresso tecnico richiede. La conseguente ricomposizione del capitale ha favorito quello tradizionale a scapito di quello Ict, scoraggiando la riorganizzazione dei luoghi di lavoro e contribuendo, di conseguenza, alla insoddisfacente performance della produttività totale dei fattori. La crisi economica e la stretta creditizia si sono innestate su questa tendenza in atto, scoraggiando ulteriormente l’investimento e l’innovazione produttiva, e favorendo la stagnazione della produttività. 

La scorsa settimana, numerosi ed autorevoli Istituzioni del nostro Paese hanno manifestato il proprio sostegno a questo punto di vista. Il 31 maggio, intervenendo al Festival dell’Economia di Trento, il Ministro dell’Economia ha affermato che il problema della nostra economia è proprio la produttività.  Il giorno prima, il Governatore della Banca d’Italia ha sostenuto nelle sue Considerazioni Finali che “in Italia la crisi può essere per le nostre imprese l’occasione per attuare ed estendere quello che fino ad oggi in molti casi ha tardato: un profondo rinnovamento del modo di produrre di fronte alla rivoluzione digitale, in grado di generare nuove forme di impresa e di occupazione”. Questo atteggiamento delle nostre imprese ha prodotto una stagnazione della produttività che deve essere interrotta, accompagnando la sua ripresa con quella della crescita e dell’occupazione. Ciò richiede di far ripartire la domanda interna attraverso la crescita degli investimenti, diminuiti di 4 punti percentuali in rapporto al PIL dal 2007 al 2013, quando hanno raggiunto il valore più basso dal dopoguerra (17%). Gli investimenti fissi, oltre a sostenere rapidamente la domanda aggregata, potrebbero garantire di potenziare anche l’offerta delle nostre imprese, “sfruttando il progresso della tecnologia e rispondendo alla globalizzazione dei mercati e degli stessi processi produttivi”.

Il 28 maggio scorso, il Presidente (facente funzioni) dell’Istat, leggendo il Rapporto Annuale sulla situazione del Paese, ha affermato che la prolungata stagnazione della produttività ricopre una posizione di rilievo tra le cause della mancata crescita dell’economia italiana e che “la mancata accelerazione della spesa in Ict può essere in parte responsabile della stagnazione della dinamica della produttività italiana, costituendo uno degli ostacoli al recupero dei livelli di attività pre-crisi”.
Più chiaro di così non potrebbe essere. Se ci fosse anche una sottolineatura della mancata riorganizzazione dei luoghi di lavoro conseguente a questa insufficienza degli investimenti innovativi il quadro, oltre che condiviso, sarebbe anche completo. Nel complesso, bisogna essere però molto soddisfatti di questa messa a fuoco della questione fondamentale per la ripresa della produttività e della competitività delle nostre imprese, per la crescita del reddito e dell’occupazione, per la sostenibilità del debito pubblico. Siamo invece rammaricati nel dover notare che questa analisi ormai condivisa non sia stata seguita da puntuali suggerimenti di policy. 
Il nostro punto di vista a riguardo, insieme a quello di molti altri, è stato riportato in un recente contributo alla Rivista dove si  sintetizzano le principali posizioni emerse negli ultimi anni (http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1958&Itemid=1). Siamo convinti che per indirizzare le scelte delle imprese verso l’investimento innovativo, in un contesto condiviso da tutte le parti sociali, sia necessario programmare la crescita della produttività e disegnare incentivi fiscali mirati all’accumulazione di capitale Ict e alla connessa modificazione dell’organizzazione del lavoro. In presenza di persistenti difficoltà nell’accesso al credito e di elevato rischio sui prestiti destinati ai progetti innovativi, oltre che dei ben noti vincoli del bilancio pubblico, una strada da esplorare continua ad essere rappresentata dalla costituzione di fondi pubblici di garanzia che assistano la domanda di finanziamento per investimenti innovativi e spesa in R&S, soprattutto per le imprese con maggiori difficoltà di ingresso nei mercati dei capitali.  

Nel più lungo periodo, questa strategia non consentirebbe soltanto di saldare il lato della domanda con quello dell’offerta, garantendo simultaneamente la ripresa della produttività e della competitività, da un lato, e la crescita del reddito e dell’occupazione, dall’altro. Essa permetterebbe anche di indirizzare la domanda di lavoro verso il capitale umano maggiormente qualificato, incentivando cambiamenti coerenti nel sistema dell’istruzione e della formazione. Ciò eleverebbe i rendimenti dell’istruzione e attiverebbe un processo di crescita basato sulla conoscenza, piuttosto che sulla contrazione dei redditi da lavoro e sul dumping sociale.
Confidiamo nella capacità del Governo di individuare rapidamente una efficace strategia di politica industriale, perché la riorganizzazione della produzione richiede tempo e può incontrare strozzature nella ridotta elasticità della offerta di imprenditorialità, oltre che nelle caratteristiche dell’offerta di lavoro. E’ però necessario fare in fretta. La competitività del nostro apparato industriale non può aspettare ancora molti Rapporti e Considerazioni Finali che convergano anche sulle politiche da attuare.

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