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La causa mista dell’apprendistato: più formazione o occupazione? E-mail
di Sandra D’Agostino
09 giugno 2014
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Tra i primi provvedimenti approvati dal nuovo Governo, il decreto-legge n. 34/2014 intende affrontare il problema della disoccupazione giovanile riformando il contratto di apprendistato e quello a tempo determinato. Per l’apprendistato si tratta dell’ennesima revisione del dispositivo: tre riforme più ampie intervenute negli ultimi quindici anni (legge 196/ 1997, decreto legislativo 276/2003, Testo Unico sull’Apprendistato) e una pluralità di interventi normativi di portata più limitata. Un dibattito che appare incessante, alla ricerca della configurazione più adeguata dello strumento perché esplichi anche in Italia – come in tanti altri Paesi - i suoi effetti benefici nel contrasto alla disoccupazione giovanile.

I risultati del dispositivo sul fronte occupazionale sono visibili dai dati riportati nella nota sull’andamento delle CO nel IV trimestre 2013, recentemente pubblicata dal Ministero del lavoro. 

A partire dal secondo trimestre del 2012, gli avviamenti in apprendistato rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente presentano tutti un segno meno, al pari di quanto avviene per gli avviamenti complessivi nello stesso periodo. Tuttavia, la quota di avviamenti in apprendistato sul totale dei rapporti di lavoro stipulati si contrae progressivamente: nel 2011 la media degli apprendisti avviati nel corso dell’anno è stata pari al 2,8% del totale, contro il 2,5% registrato nel 2013. Evidentemente, in un contesto difficile per tutta l’occupazione, l’effetto negativo sull’apprendistato è stato maggiore.

Nel dibattito che ha animato l’elaborazione e approvazione del decreto-legge n. 34/2014 e poi della legge di conversione, i risultati sul fronte dell’occupazione in apprendistato vengono addebitati alle riforme più recenti (decreto legislativo 167/2011 e legge Fornero), che hanno modificato il rapporto costi-benefici dello strumento rispetto alle altre tipologie contrattuali. Pertanto, vista la contrazione degli avviamenti in apprendistato, le riforme del 2012 non sono andate nella direzione auspicata di valorizzare lo strumento come via prioritaria per l’ingresso al lavoro dei giovani.


Le criticità dell'apprendistato vengono ricondotte a due elementi: 

- vincoli normativi all'utilizzo dello strumento da parte delle imprese;

- vincoli formativi che comunque ostacolano/disincentivano il ricorso allo strumento. 


Può avere un senso immaginare che l’eliminazione o l’allentamento del vincolo di una quota percentuale minima di trasformazione dei contratti avviati nei tre anni precedenti produca un qualche effetto benefico. Al termine (come qualcuno dice e molti auspicano) di un periodo lungo di crisi occupazionale, rendere meno pressante tale clausola di salvaguardia significa aprire ad un numero più elevato di imprese la possibilità di accedere all’apprendistato. La sintesi finale trovata nella legge di conversione attenua la proposta iniziale del decreto-legge – che aboliva la percentuale di conferme necessarie -, lasciando per le sole imprese con più di 50 dipendenti il vincolo di effettuare almeno il 20% di trasformazioni.


Meno comprensibili appaiono invece gli interventi sulla formazione: quello sul piano formativo individuale e quello sulla formazione di base e trasversale (5 giorni l’anno per tre anni) offerta dalle Regioni.

Il piano formativo individuale è lo strumento che rende esplicito il patto formativo fra impresa e apprendista, sul quale poggia la finalità formativa dello strumento e dunque le conseguenti previsioni di riduzione della remunerazione e di riconoscimento di agevolazioni contributive all’impresa. Deve essere predisposto sulla base dei profili professionali elaborati dalla contrattazione collettiva, ad assicurare una più ampia occupabilità degli apprendisti; nella realtà spesso è compilato meccanicamente dalle imprese o dai consulenti del lavoro, riportando integralmente i profili professionali individuati dalla contrattazione collettiva.

Eliminare il piano formativo individuale significa indebolire il ruolo della formazione in apprendistato, in particolare quella componente fondamentale che è la formazione tecnico-professionale affidata all’impresa, che spesso si svolge sul luogo di lavoro. Nella legge di conversione il piano formativo rimane “in forma semplificata”: una soluzione di compromesso, che sarà difficile tradurre in modalità operative preservando la funzione specifica dello strumento.


La formazione di base e trasversale è l’unico impegno formativo esterno offerto dal sistema pubblico. Rispetto ai sistemi di apprendistato di altri Paesi, che prevedono una formazione esterna obbligatoria di almeno 400 ore l’anno, si tratta di una previsione assolutamente minimale. Oltretutto, appena il 30% degli apprendisti viene effettivamente coinvolto dal sistema pubblico di formazione (cfr. Isfol-Inps, XIV Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato), generalmente a partire da quei giovani con i più bassi livelli di istruzione (quelli con al più licenza media costituiscono ancora una quota rilevante degli apprendisti). Nella legge di conversione il vincolo della partecipazione obbligatoria rimane, ma alla formazione pubblica si chiede uno sforzo di efficienza che sia in grado di dare certezza in tempi brevi alle imprese su luogo e tempi di tale formazione. Certo, il tempo accordato sembra talmente breve che – se non si avvia subito un’azione mirata di stimolo e supporto tecnico alle Regioni e Province Autonome – il rischio è che in molti territori non si faccia neanche lo sforzo di provare a individuare modalità operative di offerta della formazione pubblica in linea con le nuove previsioni normative.

Se la formazione viene individuata come il problema dell’apprendistato, l’ostacolo che ne limita il ricorso da parte delle imprese, occorre ricordare che la finalità formativa è il fondamento dell’apprendistato, la sua ragion d’essere: non c’è apprendistato senza formazione. Il contratto di tipo subordinato senza vincoli formativi assume denominazione e quadro giuridico diversi nel nostro ordinamento. Ad esempio, è il contratto a tempo determinato.


L’impressione però è che tutto il dibattito italiano da lungo tempo si nasconda dietro la duplice natura dell’apprendistato: strumento di formazione e strumento di ingresso al lavoro. Una duplicità in cui spesso la prima finalità è enunciata, anche a giustificazione della quantità di agevolazioni contributive e riduzioni salariali previste che altrimenti sarebbero incompatibili con le regolamentazioni europee, ma la seconda è quella prevalente: nel perseguimento di quest’ultima finalità trova giustificazione ogni intervento di depauperamento della formazione. 

 


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