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Un semestre italiano riformista? Il nodo dei diritti sociali in Europa E-mail
di Silvana Sciarra
09 giugno 2014
flags.jpgIl semestre europeo a guida italiana, ormai prossimo all’inizio, ci riporta all’eterno dilemma del riformismo. Stretti fra l’urgenza di un avvio sollecito e l’ansia del lungo periodo, i riformisti devono saper scegliere le priorità e le mosse per renderle concrete. Le questioni istituzionali sono indiscutibilmente al centro, anche perché questa volta, sulla scorta di una Raccomandazione della Commissione europea del marzo 2013, i partiti politici europei hanno reso visibile agli elettori la loro dimensione sovranazionale e democratica, indicando il candidato alla Presidenza della Commissione e dunque segnando, non sempre in modo inequivocabile, il nesso fra strategie nazionali e sovranazionali. 

 

Questa scelta diviene ancor più densa di potenzialità, dopo che, lo scorso 16 aprile, il Parlamento Europeo ha licenziato il testo della Proposta di Regolamento sullo statuto e il finanziamento dei partiti e delle fondazioni europee, fortemente voluto dall’attuale presidenza greca dell’UE. Un terreno istituzionalmente sicuro si apre all’ingresso di corpi intermedi sovranazionali, cui spetta il compito di disegnare strategie propriamente europee, ispirate ai valori fondanti dell’UE. Le pulsioni dei partiti nazionali, tuttavia, hanno reso difficile, nell’avvio della campagna elettorale, l’aggregazione delle candidature intorno a temi qualificanti e condivisi da larghe alleanze. La presidenza italiana sarà dunque al centro di un delicato passaggio istituzionale, degno di una scelta riformista, poiché il piano delle azioni urgenti dovrà intersecarsi con la negoziazione sui nomi di chi guiderà le principali istituzioni europee. 

 

Sarà, in quell’occasione, ascoltata la voce di altri e già sperimentati corpi intermedi europei, quali a tutti gli effetti, sono definibili le parti sociali europee? Non si dimentichi che esse coprono nel Trattato sul funzionamento un ruolo quasi-istituzionale, consistente in un peculiare coinvolgimento nel processo di formazione della legislazione secondaria che attiene alle politiche sociali. Inoltre, esse sono artefici di numerose autonome iniziative nella così detta contrattazione di settore, sulla scorta di chiari e trasparenti criteri di rappresentatività. Questo rende le parti sociali europee soggetti collettivi partecipi a pieno titolo di strategie riformiste sovranazionali. Le rende anche portatrici di interessi diffusi molto diversificati, che segnano in modo inequivocabile l’emersione di nuovi bisogni e di aspettative assai articolate. Di questa prima importante ricognizione dovrebbe farsi carico una Presidenza italiana riformista, tenendo conto che, come  accaduto in queste settimane per la Fiat, dalla sfera nazionale e poi europea le parti sociali tentano di saltare nel cerchio ancora più stimolante delle negoziazioni globali, anch’esse simbolo di nuove esigenze delle imprese multinazionali e dei sindacati che se ne fanno interlocutori.

 

I diritti sociali – individuali e collettivi – sono in primo piano. Uno studio recente dell’istituto di ricerca che fa capo al sindacato europeo segnala che la crisi ha accentuato alcune drammatiche contraddizioni. Sembra attenuarsi la disuguaglianza fra uomini e donne solo perché peggiorano le condizioni lavorative degli uomini; la solidarietà intergenerazionale è dilaniata dalle distinte emergenze occupazionali di giovani e adulti; la povertà si diffonde fra gli occupati, mentre si allarga la fascia dell’esclusione sociale; titoli di studio qualificati non sempre tutelano i lavoratori dal rischio della povertà. In altre parole, gli obiettivi dell’Agenda 2020 sembrano miraggi nel deserto delle politiche sociali europee, aggrappate per ora a misure di stretta emergenza, come il piano ‘Garanzia giovani’.

 

C’è di più. La stessa Commissione si accorge che la fredda ingegneria del Semestre europeo ha erroneamente escluso dalla consultazione le parti sociali, ovvero quelle stesse cui il Trattato riconosce il diritto di sedere nel Consiglio europeo trilaterale sulla crescita e l’occupazione. Ecco dunque un altro tema per la Presidenza italiana: la riforma della governance economica non può aversi senza il coinvolgimento di gruppi organizzati rappresentativi di vasti interessi. Ad essi, oltre che alla valutazione degli esperti, si deve ricondurre la ridefinizione degli indicatori sociali, ovvero di parametri condivisi per misurare e comparare lo stato dei diritti sociali nei singoli stati membri. Il Parlamento europeo ha ritenuto inadeguato lo scoreboard  degli indicatori presentato dalla Commissione, proprio perché carente nel rilevare i dati relativi alla povertà e all’esclusione sociale. L’Italia chiami a raccolta le sue eccellenti competenze a questo riguardo e solleciti i rappresentanti che siedono nei comitati previsti dal Trattato, primo fra tutti il Comitato economico e sociale.

 

Un altro tema da affrontare è quello delle tecniche regolative proposte dalla Commissione nelle politiche sociali. Si apprende che i diritti di informazione e consultazione, inclusi fin dagli anni Settanta in direttive miranti a rafforzare l’integrazione del mercato interno, dovrebbero essere oggetto di  ‘consolidamento’, ovvero di una riscrittura che potrebbe sconvolgerne le iniziali funzioni. L’armonizzazione di tali diritti ha avuto benefiche ricadute nelle ristrutturazioni aziendali, perché ha favorito il confronto e la ricerca di soluzioni alternative a traumatiche emergenze occupazionali. Anche in questo campo il riformismo italiano ha molto da indicare alle parti sociali europee, oltre che ai partiti in cerca di una nuova identità genuinamente sovranazionale. 

 

* Silvana Sciarra - Università di Firenze

 

 

 


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