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L’esclusione in “crisi” nel Mezzogiorno E-mail
di Enrica D’Urzo, Francesco Pastore
19 maggio 2014
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Lo scopo di quest’articolo è analizzare le condizioni di disagio in cui versano i giovani del Mezzogiorno ed, in particolare, della Campania. Nel Mezzogiorno, la quota di disoccupati e di inattivi supera di gran lunga le medie nazionali e rappresenta una emergenza economica e sociale, non paragonabile in alcun modo alla situazione del resto della penisola.

Premessa

La recessione ha avuto le più pesanti ricadute sulle giovani generazioni. I giovani pagano il prezzo più alto della crisi. Oltre al problema generale della disoccupazione che pure affligge i giovani più degli adulti, soprattutto durante la crisi, esiste un problema più specifico: quello dei giovani inattivi. Li conosciamo ormai meglio come NEET, giovani esclusi dal mondo del lavoro e della formazione: un indice del progressivo depauperamento delle risorse umane, presenti e future.

Una “generazione perduta”. È così che spesso la si sente definire. Sono giovani che a causa del loro  permanere in uno stato di esclusione/inattività per lunghi periodi, trovano difficoltà di inserimento e/o reinserimento nel mercato del lavoro ben più gravi di coloro che semplicemente vivono “episodi brevi” di disoccupazione. Il rischio infatti, in questo caso, è di cadere in uno stato di marginalità, in cui il soggetto arriva a percepire se stesso come escluso e dunque impossibilitato a modificare la propria condizione. 

Non si tratta  di un fenomeno nuovo, ma l’aumento notevole delle sue dimensioni ha fatto si che emergesse qualcosa di diverso rispetto al passato: la possibilità che, sotto certe condizioni, si possa giungere a intaccare finanche il senso individuale di appartenenza ad una comunità, rischiando di relegare se stessi nella posizione del “fuori”. 

I NEET meridionali

Per quanto il fenomeno abbia portata europea, in alcuni paesi, tra cui l’Italia, e, in particolar modo, il Sud Italia, diventa una vera e propria emergenza sociale ed economica. I dati mostrano, infatti, il progressivo aumento delle dimensioni del fenomeno, contestualmente all’intensificarsi della crisi economica. 
Secondo l’identikit del NEET italiano, elaborato dall’Eurostat, i fattori di rischio che maggiormente comporterebbero una caduta verso la marginalizzazione sono: l’esser donna, avere una basso livello d’istruzione e vivere in una delle regioni del Mezzogiorno. È netta, in effetti, la  differenza tra le regioni del Nord  e del Centro con quelle del Mezzogiorno, dove l’incidenza del fenomeno raggiunge il livello più alto, arrivando a tassi del 35,4% che superano di gran lunga le medie nazionali. (Figura 1)

Figura 1. Esclusione giovanile per ripartizione geografica (2013)
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Fonte: Ns. elaborazione su dati ISTAT.

Il caso della Campania
La Campania è tra le regioni che presenta una più alta percentuale di inattivi, superando anche la media, già di per se alta, del Mezzogiorno stesso. Il fenomeno è talmente diffuso da azzerare l’azione di quei fattori che, in altre zone d’Italia e d’Europa, ancora intervengono come elemento di immunizzazione.

Generalmente, infatti,  un titolo di studio basso è un fattore di rischio riconosciuto come causa di inattività/esclusione, ma in Campania, possedere un titolo di studio elevato non rappresenta più una rassicurazione, dato che va assottigliandosi il  rendimento dell’istruzione in termini sia di incrementi salariali che di minore probabilità di disoccupazione. Inoltre, non è più possibile affermare che esser donna determini un rischio maggiore: i tassi di inattività calcolati per i due generi tendono infatti quasi a coincidere. 
Il problema forse è da ricercare, oltre che nelle defaiance del mercato del lavoro, che dovrebbero condurre ad una maggioranza di disoccupati più che di inattivi, nelle cause che conducono all’inattività stessa. Dall’Indagine Istat sulle forze lavoro (2013), si desume che  in Campania la prima tra le cause vi sia lo scoraggiamento, con una percentuale del 34%, contro il 12% rilevato al Centro e il 20% al Nord. È dunque la percezione di non poter cambiare la propria condizione, che interviene sul mancato riconoscimento di un  ruolo di soggetto attivo che facilmente conduce ad un immobilismo.

Il costo economico e sociale dei NEETs
Inutile affermare che i costi sia in termini economici che sociali di una tale condizione siano piuttosto gravi. È possibile quantificare una perdita, in termini economici, di circa 4 miliardi di euro per la sola Campania. Un dato a dir poco allarmante se ci si spinge a pensare alle ripercussioni future di tali dinamiche, conseguenza e allo stesso tempo causa di una mancata crescita prolungata che non fa che incrementare il circolo vizioso del disagio giovanile campano. Secondo uno studio pubblicato da Svimez, infatti,  fino al 2011 la sola città di Napoli avrebbe perso ben 42mila abitanti, che sono emigrati in altre regioni d’Italia o all’estero.
Allo stesso tempo i costi sociali, non agevolmente quantificabili, si concretizzano in quelle che sono le conseguenze di un percorso verso la marginalità e cioè il disinteresse e la mancata partecipazione a quelle attività politiche e sociali che contribuiscono al senso di appartenenza ad una comunità.

Figura 2. Costi economici e sociali dei NEETs
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La Garanzia Giovani in Campania
La  Regione Campania ha attivato di recente il programma “Garanzia Giovani Campania”, lanciato dall’Unione Europea. Tale programma prevede lo stanziamento di ben 650 milioni di euro destinati ai 400 mila giovani tra i 15-29 anni residenti in regione. Sono previste azioni d’intervento personalizzato, da parte dei servizi per il lavoro pubblici e privati che, sulla base delle esigenze e caratteristiche dei singoli, opteranno per percorsi di avvio al lavoro, di rafforzamento delle competenze, di esperienze in servizio civile, di mobilità territoriale in inserimento lavorativo o in esperienze formative, di avvio di attività imprenditoriali.
La scelta della non standardizzazione ma della personalizzazione delle proposte potrebbe essere l’arma vincente di una tale proposta di intervento, ma quanto realmente potrà funzionare, metaforicamente parlando,  indicare una strada senza che ci sia una strada? Se non si creerà domanda di lavoro creare professionalità non risolverà, probabilmente, l’annosa questione. Inoltre, c’è il serio rischio che la infrastrutturazione debolissima dell’intervento pubblico nel mercato del lavoro in Campania renda l’intervento stesso inefficace anche per chi vi parteciperà. 

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