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Di quanto si è ridotta la quota dei redditi da lavoro nell’economia italiana? E-mail
di Giuseppe Ciccarone, Enrico Saltari
14 aprile 2014
euro_calcNegli ultimi anni, e da più parti, si è dibattuto a lungo sull’andamento della quota distributiva dei redditi da lavoro. Se si considera il ventennio 1992-2012, questa quota ha subito una netta flessione. Utilizzando i dati resi disponibili dall’Istat, nel 1992 i redditi da lavoro rappresentavano il 72% del valore aggiunto; intorno alla metà degli anni 2000 hanno subito un calo di circa 8-9 punti percentuali, attestandosi attorno al 64%; dopo una lieve risalita, nel 2012 erano pari al 67% del valore aggiunto. Nell’arco del ventennio la quota dei redditi da lavoro è dunque diminuita di 5 punti percentuali.

Il dibattito ha riguardato proprio la spiegazione di questa caduta dei redditi da lavoro, incentrandosi più che altro sull’andamento della produttività e del salario reale. In effetti, la quota dei redditi da lavoro può essere anche vista come il costo unitario reale del lavoro, ossia come il rapporto tra salario reale e produttività del lavoro (mentre il costo nominale unitario del lavoro, o CLUP, è dato dal rapporto tra salario nominale e produttività). Dunque, una spiegazione della caduta dei redditi da lavoro può essere trovata nel raffronto tra le diverse dinamiche che il salario reale e la produttività del lavoro hanno sperimentatonel corso del ventennio. La spiegazione abitualmente proposta è che il salario reale sia aumentato meno della produttività del lavoro, quanto meno fino al 2007. La sua risalita negli ultimi anni è dovuta al meccanismo di contrattazione adottato in Italia: quella di primo livello, che opera attraverso i contratti nazionali, pone la parte fondamentale dei salari al riparo dall’inflazione, mentre la scarsa estensione della contrattazione di secondo livello, che opera a livello aziendale, o territoriale, ha impedito al salario di recuperare in modo appropriato i guadagni di produttività, favorendo la sua stagnazione. Il recente aumento della quota dei redditi da lavoro può essere dunque ricondotto a un salario reale stagnante e a una produttività declinante. La spiegazione della dinamica della quota dei redditi da lavoro si sposta così sui fattori che hanno determinato la dinamica della produttività nell’ultimo ventennio, come la scarsa propensione all’innovazione, la ridotta dimensione delle imprese italiane, il contesto economico-istituzionale, l’organizzazione interna delle imprese, un tasso di accumulazione del capitale in continuo rallentamento, e così via.

Pur mantenendo ferme queste interpretazioni incentrate sulla produttività del lavoro, riteniamo possibileintrodurre nel dibattito un ulteriore elemento di riflessione. L’Istat pubblica con cadenza annuale un rapporto intitolato “Misure di produttività”, l’ultimo dei quali risale al dicembre 2013, nel quale si effettua un esercizio di contabilità della crescita. Sotto certe ipotesi, ciò consente di scomporre le variazioni del valore aggiunto nei contributi del capitale e del lavoro, e di attribuire il residuo non riconducibile ai due input a ciò che viene denominato produttività totale dei fattori. Questo esercizio non si riferisce però all’intera economia, ma a un suo sottoinsieme che esclude “le attività di locazione di beni immobili, le attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro di personale domestico, tutte le attività economiche appartenenti al settore istituzionale delle Amministrazioni Pubbliche e le organizzazioni e gli organismi internazionali”. Per brevità, possiamo dire che il calcolo effettuato dall’Istat riguarda sostanzialmente il settore privato. 
Proprio questa delimitazione, forse paradossalmente, costituisce l’aspetto più interessante del rapporto. I dati resi disponibili dall’Istat (reperibili sul sito dati.istat.it) mostrano che, relativamente al solo settore privato, l’input di capitale (in particolare gli investimentinelle tecnologie ITC) ha subito una vera e propria caduta negli ultimi anni, registrando per la prima volta nel ventennio considerato una variazione negativa dello 0.5% nel periodo 2008-2012.  Poiché il contributo di ciascun input è dato dal prodotto tra lasua variazione ela sua quota nel valore aggiunto, quello del capitale è stato negativo. L’aumento della disoccupazione ha fatto sì che anche il contributo del lavoro al valore aggiunto nel periodo 2008-2012 (misurato in ore lavorate), anch’esso definito dal prodotto della sua variazione per la quota del reddito da lavoro, sia stato negativo.

Gli andamenti della quota dei redditi da lavoro per il totale dell’economia e di quella relativa al solo settore privato è riportata nella figura seguente.

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Ciò che risalta immediatamente dal grafico è che,mentre la quota dei redditi da lavoro per il totale dell’economia registra unaflessione di 5 punti percentuali, se si guarda al solo settore privato, si è verificato un aumento di circa 2 punti percentuali. Naturalmente ciò non significa che i redditi da lavoro siano aumentati, ma soltanto che non si è ridottala loro quota nel valore aggiunto espresso al netto dell’inflazione, che nel frattempo è diminuito a causa della crisi economica. Per la definizione fornita sopra, questo andamento può essere spiegato soltanto in un modo: nel ventennio 1992-2012, il salario reale nel settore privato è aumentato allo stesso passo della produttività del lavoro. A sua volta, questa conclusione ne implica un’altra. Per il resto delle attività economiche non considerate nell’indagine – la principale delle quali è la pubblica amministrazione (che contiene al suo interno l’amministrazione pubblica vera e propria, la difesa, l’assicurazione sociale obbligatoria, l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale) – il salario reale è rimasto invariato, o è diminuito, a fronte di un pur modesto aumento della produttività del lavoro in quei settori.Per inciso, la produttività del lavoro nella pubblica amministrazione è aumentata perché a fronte di un piccolo aumento del valore aggiunto reale, l’occupazione in unità di lavoro si è ridotta di quasi centomila unità.

La disaggregazione della dinamica della quota dei redditi da lavoro tra settore privato e pubblico contribuisce dunque a comprendere quanto è accaduto nell’economia italiana nell’ultimo ventennio, a circoscrivere le cause di una stagnazione che dura da quindici anni e a superarle attraverso interventi di policy volti a incentivare la dinamica della produttività anche attraverso la contrattazione salariale. 


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