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Il piano del lavoro del Governo Renzi: un aspetto importante e un limite del Jobs Act E-mail
di Luigi Apollonio
07 aprile 2014
renzimatteo_50x70.jpgIl Piano del Lavoro del Governo Renzi si pone l'obiettivo di migliorare i livelli occupazionali e sostenere i lavoratori espulsi dal mercato del lavoro attraverso un mix di politiche attive e passive. In questo articolo si presta attenzione alle politiche attive dedicate alle donne ed all'assenza di politiche passive dedicate ai giovani inoccupati.

Nel 2006, in base ai dati Istat dell'Indagine sulle FdL, l'incidenza dei disoccupati nella fascia d'età 15-34 anni era del 60,7% sul totale dei soggetti in cerca di lavoro. Nonostante i licenziamenti che hanno coinvolto i soggetti più adulti negli ultimi anni, nel 2013 più della metà dei disoccupati ha un'età tra i 15 e i 34 anni (il 50,9%). Anche la componente femminile, nel periodo precedente all'inizio della crisi, rappresentava la maggioranza dei disoccupati (il 52% nel 2006) subendo poi una tendenziale riduzione dell'incidenza a causa dei licenziamenti del “capofamiglia” ma anche grazie all'aumento della domanda nel settore dei servizi di cura alla persona (soprattutto riguardo agli anziani). Molto più alta invece la componente femminile nel tasso di inattività che nel 2006 si attestava al 61,9% del totale degli inattivi e al 60,3 nel 2013. 

PASSI AVANTI E MANCANZE NEL PIANO DEL LAVORO
Rispetto a queste due categorie il Piano del lavoro del Governo Renzi presenta delle novità piuttosto interessanti se si guarda alle politiche attive dedicate alle donne, con la scelta di investire nei servizi di conciliazione tra vita lavorativa e cura dei figli. Al contempo però il Job Act non ha colto la sfida di trasformare le politiche passive di sostegno al reddito dedicando attenzione ai giovani inoccupati che non hanno mai avuto un'occupazione. Il piano propone infatti la tradizionale formula degli ammortizzatori per coloro che hanno perso il lavoro ma continua a escludere quei giovani i quali, anche se disoccupati, non possono godere di nessun sostegno non avendo avuto alcuna occupazione. 

SOSTEGNO ALL'OCCUPAZIONE FEMMINILE
Per quanto riguarda la “questione femminile”, si diceva, la volontà di investire nelle strutture di sostegno per la cura dei figli come gli asili nido pubblici e privati, è sicuramente un elemento positivo. Un'indagine del 2011 di Cittadinanzattiva certifica una scarsa copertura di asili nido comunali che ammonta al 6,2% del territorio italiano. Aumentare quindi il numero di strutture è una scelta strategica importante che può portare con sé due conseguenze significative. Da un lato, garantire ad una donna la possibilità di avere un sostegno nella cura del figlio può indurla più facilmente a entrare nel mercato del lavoro, cercare una occupazione con maggiore serenità e ridurre i tempi di ricerca. Dall'altro, la diffusione di tali strutture e servizi può comportare un aumento dell'occupazione soprattutto femminile, come avviene in molti paesi europei.

POLITICHE PASSIVE: SCARSA ATTENZIONE AI GIOVANI INOCCUPATI
Ritorno a sottolineare invece, le mancanze del piano rispetto all'altra categoria di soggetti “deboli” del mercato del lavoro ossia i giovani i quali, da poco usciti dai sistemi di formazione, sono in buona parte inoccupati per cui non possono beneficiare di alcun sostegno al reddito. Rispetto ad essi, sono due i punti importanti sui quali le politiche del lavoro italiane dovrebbero concentrare una maggiore attenzione. La difficoltà che essi incontrano nell'entrare per la prima volta nel mercato del lavoro e la loro difficoltà nell'uscire dalla casa dei genitori. La recente pubblicazione di Eurofound Social situation of young people in Europe, dedicata alle problematiche di esclusione sociale giovanile, mostra come dal 2007 al 2011 mediamente in tutta Europa siano aumentati i giovani tra i 15 e i 29 anni che vivono ancora con i genitori. L'aumento ha coinvolto sia la fascia più giovane dei 15-19 anni sia quella più adulta dei 25-29. Questi ultimi in particolare sono soggetti che hanno in gran parte terminato gli studi e sono alla ricerca di occupazione, ed è tra di essi che si concentra il maggio numero di inoccupati. L'Italia presenta uno dei tassi più alti d'Europa con il 79% dei ragazzi che vivono con le loro famiglie, in aumento di quasi il 10% dall'inizio della crisi economica. Sebbene sotto il profilo delle politiche attive occorre un ragionamento più ampio che coinvolge il rapporto tra sistemi di formazione e mercato del lavoro che non compete il Job Act, dal punto di vista delle politiche passive quel che preme qui sottolineare è la necessità di rimodulare il sistema di sostegno al reddito concentrando maggiore attenzione a chi non può usufruirne non avendo mai avuto un lavoro “da perdere”. La questione del reddito minimo garantito in Italia è piuttosto delicata, soprattutto in questa fase di crisi dell'economica e del debito pubblico. Le difficoltà nel reperimento di risorse economiche per un sostegno universale sono tante ma non mancano le iniziative parlamentari. Le proposte del Partito Democratico e di SeL ad esempio differiscono nella definizione delle soglie di reddito per accedere al fondo e per la differenza nell'ammontare del sussidio (500 euro al mese peri primi, 600 per i secondi) ma di fatto entrambe propongono un sistema integrato di politiche attive rivolte alla formazione professionale con supporto attivo nella ricerca di lavoro, e politiche passive di sostegno al reddito per tutti i soggetti in cerca di occupazione.
Un tale sostegno potrebbe comportare due effetti positivi di natura occupazionale ed economica, da un alto ridimensionando il fenomeno dello “scoraggiamento” dei giovani inoccupati che sarebbero comunque vincolati alla ricerca attiva di lavoro per beneficiare del sostegno, e dall'altro  permettendo ad una quota di giovani che vivono ancora con i genitori a uscire dalla casa natale, aumentare consumi precedentemente non sostenuti e iniziare con una maggiore facilità il percorso di transizione all'età “adulta”.

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