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Risparmiano, tassiamoli E-mail
di Franco Osculati
31 marzo 2014
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La spending review ipotizza di aumentare la tassazione e di ridurre l’indicizzazione delle pensioni. Sarebbero interventi già conosciuti o tentati. È però nuovo l’argomento a sostegno. Ma anche questo non convince. Né l’equità intergenerazionale, né la giustizia tributaria giustificano una tassazione speciale delle pensioni.   

 

Dovremmo essere alla vigilia di un nuovo tentativo di operare una tassazione speciale delle pensioni, dopo le esperienze per ora infruttuose di precedenti governi, sempre giustamente bloccate dalla Corte Costituzionale. È uno dei provvedimenti adombrati dal Commissario alla revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli (slides da 52 a 56). Si tratterebbe di un “contributo temporaneo” da 1,4 miliardi già nel 2014. Poi, nel 2015, il gettito scenderebbe a 1 miliardo, ma a questo si aggiungerebbe, in maggiore sintonia lessicale con “spending” (review), un risparmio sull’indicizzazione delle pensioni di 0,6 miliardi e, infine, nel 2016 le cifre dei sottraendi, per i pensionati, passerebbero a 0,5 miliardi alla voce “contributo” e a 1,5 miliardi alla voce mancata “indicizzazione”.

 

I proventi di ciò che viene chiamato talora “contributo” e talora “risparmio” si sommerebbero a, e si integrerebbero con, quanto già previsto dalla legge di stabilità e sarebbero utilizzati per finanziare la fiscalizzazione degli oneri sociali su nuovi assunti. E fin qui niente di inedito rispetto a recenti tentativi e a proposte di interventi calmieratori sulle pensioni cosiddette d’oro, una definizione che, per garantire un gettito oltre il miliardo, dovrebbe essere abbassata sotto i 3.000 euro mensili. Il fatto nuovo è la motivazione. Infatti nel documento del Commissario si osserva che “una quota elevata delle pensioni viene risparmiata. Su quasi tutte le classi di reddito il risparmio delle famiglie con pensionati è più elevato delle altre”.

 

La finalità principale e congiunturale della riduzione del cuneo per dieci miliardi, tutti dalla parte dei lavoratori a basso/medio reddito, è la spinta ai consumi che essa dovrebbe comportare. Se la copertura fosse reperita in una spesa di trasferimento, come le pensioni, a basso moltiplicatore, i risultati di tale manovra ne uscirebbero rafforzati. Tuttavia, a parte la macroeconomia, rimane qualche criterio di fondo, anche economico, ma soprattutto sociale e istituzionale, da non trascurare.

 

Per esempio, al di là dei riflessi sul consenso immediato, non si può lasciare intendere che le pensioni possono essere tassate, oltre la regola valida per gli altri redditi, perché esse servono a poco, prova ne sia che vengono, in parte, risparmiate. Nel caso degli anziani, titolari di assegni pensionistici, i quattrini servono, per così dire psicologicamente, anche per la parte che non va ad alimentare i consumi e che, magari, concorre alla sottoscrizione di un Bot o di un Cct. Un tanto di precauzione agli anziani va concesso. Comunque l’argomento del risparmio porta lontano perché esso può essere utilizzato anche per giustificare una tassazione più severa dell’attuale anche in capo ai più abbienti, non ancora pensionati, i quali, di solito, vengono accreditati di una propensione al consumo inferiore a quella dei meno abbienti. 

 

Ma il discorso può ampliarsi anche da un altro, più frequentato, punto di vista. Sottolineare e giudicare la destinazione delle risorse da pensione rappresenta un ribaltamento degli argomenti fin qui proposti per motivare la tassazione speciale delle pensioni. Infatti, negli ultimi tempi, l’inasprimento dell’imposizione sulle pensioni in essere è stato giustificato in base soprattutto all’argomento del “mal guadagnato”. Le pensioni ora erogate dall’Inps sono state calcolate in base al conteggio retributivo, che viene assunto sempre e comunque come più favorevole del metodo contributivo (avviato con la riforma del 1995). Il rendimento dei contributi del retributivo è considerato superiore al rendimento dei contributi del contributivo e questa differenza sarebbe la ratio  del rincaro della tassazione delle pensioni in essere, più o meno d’oro.

 

Lasciamo da parte il fatto che per una persona avanti con l’età, ma non ancora in pensione, potrebbe essere preferibile il metodo contributivo, in vece del retributivo, dato che il tasso di trasformazione (valido per il contributivo) dopo i 65 anni è assai elevato. Rimane la questione centrale che le pensioni retributive (oggi erogate) non possono essere giudicate con lo stesso metro delle pensioni contributive (di un domani ormai non troppo lontano). Se è difficile riscrivere la storia tout court, forse è altrettanto complicato ripercorrere le vicende previdenziali, contributive e non solo contributive, di una persona che abbia incominciato a lavorare tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso. Il contesto istituzionale e la riflessione economica sul medesimo erano molto diversi.

 

Valga un solo esempio. Consideriamo ciò che veniva insegnato nelle Università e prendiamo in esame il testo di Sergio Steve che probabilmente era allora il più diffuso (“Lezioni di Scienza delle Finanze”, quinta edizione, Cedam, 1965). In esso si discutevano i pro e i contro del finanziamento della sicurezza sociale mediante la fiscalità generale o mediante contributi ad hoc. E si spiegava come fosse auspicabile una miscela tra le due fonti. Anche nei fatti è piuttosto probabile che i pensionati retributivi abbiano in passato contribuito al sistema pensionistico sia con imposte, sia con contributi. Pertanto l’eventuale conteggio del rendimento dei soli contributi sarebbe esercizio vano, oltre che ingiusto.

 

Oggi i rapporti tra fisco e contributi si pongono in modo diverso, ma non nel senso che sembra il preferito dai tifosi della tassazione speciale delle pensioni retributive. In primo luogo, il sistema contributivo in essere non contiene al suo interno accorgimenti redistributivi. L’importanza della funzione perequatrice del sistema fiscale ne risulta accresciuta. In secondo luogo, c’è qualche differenza tra un imponibile costituito da un lato da reddito da lavoro o da capitale e un imponibile da pensione. Si assume (spesso esagerando) che a fronte di un inasprimento dell’imposizione un lavoratore o un imprenditore reagiscano lavorando o intraprendendo di meno. Gli spazi di risposta di un pensionato a simile evenienza fiscale, invece, sono assai ridotti (tolta qualche correzione sul livello dei consumi). Una tassazione speciale sulle pensioni, quindi, avrebbe scarsi effetti di efficienza. Ma anche l’imposta di successione non promana grandi effetti di disincentivo. Da questa comune particolarità si dovrebbe trarre lo spunto per studiare di reintrodurre in Italia un’imposta di successione significativa (opportuna di suo) e di considerare e conteggiare formalmente per un certo numero di anni i pagamenti a titolo di tassazione speciale sulle pensioni d’oro come un anticipo della medesima.              

 

In sostanza, le pensioni elevate devono essere tassate in quanto elevate, non perché veicolo di risparmio o perché mal guadagnate.  

 
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