Home arrow Servizi Pubblici arrow L’acqua è avvelenata: chi ne risponde?
L’acqua è avvelenata: chi ne risponde? E-mail
di Alberto Maria Benedetti
31 marzo 2014
water_drop2_50x70.jpg

Tanto si discute di acqua come bene comune, del servizio idrico e di tutti i profili che questo tema comporta: che l’acqua (come il gas, l’energia elettrica ma, perché no, anche come i servizi di comunicazione) sia un bene essenziale alla sopravvivenza, non c’è dubbio. Che debba per questa ragione essere ritenuto bene comune è più opinabile, soprattutto se si guarda alla cosa dal punto di vista del servizio: i costi per la raccolta e la distribuzione dell’acqua (e i relativi investimenti per migliorare il servizio), infatti, dovrebbero gravare integralmente sul soggetto pubblico.

 

Quel che è certo è che, dopo il Referendum del 2011, il ruolo del pubblico sulla gestione del servizio idrico si è ingigantito: l’AEEG ha ricevuto sul settore competenze analoghe a quelle che già esercita sul gas e sull’energia (ma che, fino ad ora, ha esercitato solo sul versante delle tariffe, mentre attendiamo che la eserciti sul delicato versante delle regole dei contratti di somministrazione) e le famigerate ATO continuano, nonostante vari tentativi di eliminarle, ad esistere.

 

In un quadro non ancora del tutto chiaro, in cui i confini tra pubblico e privato stentano a chiarisi, spicca una decisione interessante, e per certi aspetti curiosa, del Tribunale di Mantova: da essa sembra emergere che, ove l’acqua erogata non sia bevibile, al di là (e forse in aggiunta alla) responsabilità del gestore potrebbe aggiungersi quella del proprietario dell’immobile, nel caso in cui sia il conduttore-inquilino a non poter usufuire del servizio. Insomma la cattiva qualità dell’acqua da questione squisitamente pubblica puà diventare faccenda tra privati e, coerentemente, trovare soluzioni nel contesto del diritto privato.

 

Il Tribunale di Mantova (con una sentenza dell’11 febbraio 2014, riportata sul sito de Il fatto quotidiano) ha risolto in modo innovativo un caso così costruito: l’acqua erogata in un condominio del mantovano è avvelenata da arsenico; l’amministratore del condominio dispone la sospensione dell’erogazione, dopo aver fatto analizzare l’acqua del pozzo condominiale; alcuni inquilini che vivono nel condominio chiedono la riduzione del canone per il periodo in cui si è verificato il problema, poi risolto dall’installazione di un apposito impianto di depurazione dell’acqua. Il Tribunale di Mantova, a quanto è dato sapere, accoglie la domanda degli inquilini, disponendo che il canone, per il periodo in cui l’acqua non era bevibile, venga ridotto del 40% considerato che «L’acqua potabile costituisce un servizio essenziale per la destinazione a uso abitativo. La sua assenza, ancorché sopravvenuta, ne limita le normali potenzialità di godimento e ne diminuisce la concreta utilizzabilità ad opera del conduttore».

Il caso, probabilmente, non poteva essere risolto chiamando in causa l’erogatore dell’acqua, perché, come sembra dai dati disponibili, l’avvelenamento sembrava derivare da infiltrazioni che interessavano il pozzo condominiale; se così non fosse stato, però, è evidente che l’erogazione di acqua avvelenata avrebbe costituito un sicuro inadempimento al contratto di somministrazione dell’acqua, tale da giustificare, da una parte, la sospensione del pagamento delle relative bollette e, dall’altra, l’accesso degli utenti a un’azione di risarcimento dei danni cagionati dalla fornitura dell’acqua non salubre (e in questo caso l’inquilino avrebbe dovuto chiamare in causa l’erogatore con cui ha stipulato il contratto di somministrazione; o, comunque, lo stesso proprietario dell’immobile – citato dal conduttore la riduzione del canone – avrebbe potuto chiamare in causa l’erogatore alla cui responsabilità era da ascrivere la cattiva qualità dell’acqua).

 

Ma se, invece, l’avvelenamento dell’acqua nasce da problemi “a valle” (che riguardano, cioè, le strutture condominiali destinate a raccoglierla o altre situazioni che, comunque, discendono da cause che sono esterne alla sfera di controllo dell’erogatore), la soluzione scelta dal Tribunale di Mantova si colloca esclusivamente all’interno del rapporto di locazione e, naturalmente, mira a proteggere gli interessi dei conduttori che, per un periodo di tempo, non hanno potuto accedere all’uso dell’acqua nell’immobile di cui sono utilizzatori per finalità abitative: la strada prescelta sembra passare da un’applicazione dell’art. 1578 c.c., a tenore del quale nel caso in cui al momento della consegna la cosa locata sia affetta da vizi che ne diminuiscono in modo apprezzabile l’idoneità all’uso pattuito, il conduttore, oltre alla risoluzione, può domandare la riduzione del corrispettivo, salvo che si tratti di vizi conosciuti o facilmente riconoscibili.

Sull’essenzialità dell’acqua all’uso abitativo di un’abitazione non ci possono essere dubbi e, certamente, l’art. 1578 può applicarsi (oltre che ai vizi esistenti al momento della consegna della cosa locata) anche ai “vizi sopravvenuti nel corso della locazione” in forza di quanto previsto dall’art. 1581 c.c.; è evidente, infatti, che il vizio lamentato pur non essendo “intrinseco” alla cosa locata (né relativo alla sua struttura materiale), assume rilievo e essenzialità se lo si parametra sul godimento della cosa che il locatore ha l’obbligo di garantire.

 

Insomma, con la decisione del Tribunale di Mantova, l’area dell’obbligazione del locatore sulla garanzia del godimento dell’immobile sembra estendersi, appunto, a tutti quei servizi che sono necessari all’uso abitativo, ivi compresa la fornitura dell’acqua (come quella del gas o dell’energia elettrica): chi affitta un immobile, da ora in poi, ha qualche preoccupazione in più, perché, in definitiva, rischia di patire le conseguenze dell’inefficienza altrui.

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >