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Squilibrati e Squilibranti E-mail
di Emiliano Santoro
24 marzo 2014
tightrope_walking.jpgLa Commissione Europea ha recentemente pubblicato un rapporto sulla prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici in Italia. Non sorprendentemente, da esso emerge che il Bel Paese è interessato da squilibri giudicati eccessivi, e che questi richiedono attività di monitoraggio ed interventi dedicati.

Tali rilievi scaturiscono a seguito di un precedente rapporto pubblicato nell’Aprile del 2013, nel quale veniva già posta una certa enfasi sui problemi di competitività esterna e indebitamento pubblico. L’ultimo rapporto rilancia il dibattito su questi temi, ponendo l’accento sull’insostenibilità del debito pubblico italiano nella perdurante fase di bassa crescita e sul fatto che i recenti segnali di riassorbimento del deficit di partite correnti scaturiscano da una contrazione delle importazioni, piuttosto che da un aumento delle esportazioni. L’analisi è corroborata da un approfondito esame di altre dimensioni di carattere macroeconomico, quali la dinamica salariale in rapporto alla produttività del lavoro, le distorsioni nell’allocazione dei fattori produttivi, la scarsa accumulazione di capitale umano - nonché la sua inadeguatezza ad affrontare l’attuale contesto competitivo internazionale - e l’incapacità del settore bancario di supportare imprese e famiglie nella ripresa. Infine, non manca uno spigoloso richiamo agli effetti di spillover negativo che la bassa crescita italiana esercita sul PIL dell’area Euro, contribuendo dunque a frenarne la ripresa.

Un’analisi puntuale, dati incontrovertibili. Ma non si può non rilevare una certa dissonanza cognitiva da parte della Commissione, nel momento in cui si passano in rassegna i punti di carattere normativo. Per certi aspetti, le prescrizioni di policy sono largamente condivisibili, auspicando esse la necessità di perseguire riforme strutturali volte a ridurre le marcate inefficienze della macchina amministrativa e giudiziaria, combattere la corruzione e l’evasione fiscale, rimuovere le barriere alla competizione nei mercati dei beni, riformare la scuola e l’università. Per altri versi, le misure caldeggiate sono in aperta contraddizione con l’impostazione di policy da tempo sostenuta dalla Commissione Europea, che di fatto limita ogni possibilità di esito favorevole. Nella fattispecie, ci riferiamo a due cardini della critica mossa da Bruxelles: 1) la riduzione del rapporto debito/PIL, da perseguire a colpi di avanzi primari; 2) la minestra riscaldata della svalutazione interna, volta a rilanciare l’export italiano, e da perseguire attraverso misure che riallaccino la dinamica salariale a quella della produttività del lavoro.
Nell’esplicitare le proprie indicazioni, la Commissione continua ad apparire cieca, o se non altro sorda, rispetto all’oggettiva individuazione dei fattori alla radice degli squilibri macroeconomici in seno all’Eurozona. Non ci si limita a questo, ma si persevera nel dispensare raccomandazioni nel solco dell’ortodossia di Maastricht, che ha come obiettivo primario e praticamente esclusivo il bilanciamento dei libri contabili a livello nazionale, nella speranza che la risoluzione degli squilibri macroeconomici passi attraverso la riduzione dei gap di produttività tra i Paesi membri. È infatti questo l’unico canale di aggiustamento individuato nel precario assetto di questa incompleta Unione.
Con riguardo alla sostenibilità del debito pubblico, va notato come gli scenari disegnati dalla Commissione poggino su valori degli avanzi primari in rapporto al PIL difficilmente compatibili con i livelli attuali e le proiezioni per il prossimo futuro (3% nello scenario più negativo e 5% in quello più roseo), nonché su di un quadro macroeconomico in cui la crescita del PIL nominale si dovrebbe attestare intorno al 3% nel periodo 2014-2020. Questo valore scaturisce da un’ulteriore proiezione del deflatore del PIL, che è atteso convergere al 2% entro il 2018. Tuttavia, non ci si può non attendere come la contemporanea riduzione del grado di indebitamento del comparto bancario, da un lato (con conseguente credit crunch), e il Fiscal Compact, dall’altro, imporranno una sovrapposizione degli effetti contrattivi del deleveraging in atto nel settore pubblico e in quello privato, consegnandoci con ogni probabilità a una fase di profonda stagnazione. Le stime della Commissione appaiono alquanto implausibili alla luce di questi sentieri di rientro.

Per quanto attiene alla possibilità di praticare svalutazioni interne attraverso la deflazione salariale, bisogna necessariamente partire dalla genesi stessa della scarsa competitività esterna dei Paesi dell’Euro-periferia. A tal proposito, molti commentatori hanno rilevato come, a partire dall’introduzione dell’Euro, crescenti surplus di partite correnti nei Paesi del centro-nord Europa si siano accompagnati a crescenti deficit nei Paesi della periferia. La letteratura macroeconomica si è occupata di comprendere le cause di questi squilibri, proponendo due possibili interpretazioni, che non devono tuttavia apparire come mutualmente esclusive. Una prima ricostruzione, peraltro sostenuta dalla Commissione Europea, pone l’enfasi sulla progressiva perdita di competitività dei Paesi periferici, dovuta a una crescita salariare eccessiva rispetto alla dinamica della produttività. La seconda linea interpretativa poggia sulla constatazione che, a seguito dell’introduzione della valuta comune, la crescita della domanda interna alle economie periferiche sia stata trainata da copiosi afflussi di capitali finanziari, provenienti principalmente dai Paesi core. L’integrazione finanziaria, i bassi tassi d’interesse e le aspettative di una convergenza economica tra i Paesi membri avrebbero poi amplificato questo impulso. In base a tale versione, le spinte rialziste sui salari e la conseguente perdita di competitività sarebbero imputabili alla mancata adozione di opportuni criteri macro-prudenziali e di stabilizzazione finanziaria.
Entrambe le tesi appaiono ragionevoli e sembrano sostenute da una serie di fatti stilizzati che, tuttavia, non ci dicono nulla sul nesso di causalità tra produttività, salari, squilibri finanziari e commerciali. Stabilire un tale legame causale rappresenta un passo obbligato se vogliamo valutare la bontà delle ricette dispensate dalla Commissione Europea. A tal proposito, recenti studi arrivano a quantificare il contributo relativo dei gap di produttività e dei fattori finanziari agli squilibri esterni dei Paesi periferici. Utilizzando varie misure di competitività, è stato infatti possibile dimostrare come solo una trascurabile parte di tali squilibri sia acrivibile a discrepanze tra salari e produttività del lavoro. Al contrario, i fattori finanziari arrivano a spiegare quasi il 50% delle variazioni nei saldi di partite correnti.
Cosa concludere da un punto di vista di politica economica? Certamente che le auspicate svalutazioni interne sono destinate ad avere una efficacia limitatissima, potendo al meglio favorire la nostra competitività rispetto al resto del mondo nel medio-lungo periodo. Qualora perseguibile, una svalutazione interna sarebbe solo in grado di favorire i margini di profitto delle imprese, ma non di stimolare la leva degli investimenti, se l’economia arranca. Questo vale, a maggior ragione, se l’economia in questione denota importanti squilibri e ritardi strutturali, come avviene nel nostro Paese. È inoltre necessario considerare che, in ragione dei limitati margini di aggiustamento sul piano fiscale, guadagni di competitività indotti dalle svalutazioni interne sarebbero inesorabilmente destinati a essere neutralizzati dall'apprezzamento del cambio. È l’ennesima riprova di come l’architettura della valuta comune sia viziata alla nascita. D’altronde, questo punto è stato ripetuto fino allo sfinimento numerosi commentatori, già da molto prima che l’Euro si concretizzasse.
Bruxelles ha certamente ragione nel porre l’accento sulla scarsa produttività delle imprese italiane. Tuttavia, in un quadro istituzionale e congiunturale così complicato dobbiamo stabilire priorità e tempistiche delle riforme, evitando di innescare ulteriori avvitamenti recessivi. A tal proposito, esistono almeno tre fattori da considerare nella riduzione del divario tra salari e produttività attraverso misure di deflazione salariale. Innanzitutto, i salari sono notoriamente rigidi nel momento in cui si tratta di diminuire, in particolar modo durante una fase recessiva. E lo sono ancor di più in Italia, rispetto ai nostri partner Europei. Da questo punto di vista sarebbe auspicabile, quanto banale, che fossero i Paesi in surplus di bilancia commerciale ad assecondare l’aggiustamento nell’Eurozona. In secondo luogo, almeno in parte condivisibili riforme volte a garantire maggiore flessibilità nei processi di determinazione salariale e allocazione del lavoro, sono destinate a risultare inutili - se non controproducenti - in assenza di interventi a sostegno della domanda aggregata. In una fase di forte contrazione di quest’ultima, l’allentamento delle frizioni esistenti rispetto alla risoluzione dei rapporti di lavorativi porterebbe inevitabilmente a pressioni ribassiste sui livelli occupazionali. Il taglio del cuneo fiscale rappresenta un’alternativa alla riduzione delle tutele lavorative. Tuttavia, date le condizioni di rigidità del nostro mercato del lavoro, la copertura necessaria dovrebbe essere ben superiore a 10 miliardi di Euro. Stime attendibili suggeriscono che, al fine di riportare l’Italia in linea con l’obiettivo minimale (la media dei paesi OCSE), sarebbe necessario un taglio di circa 12 punti percentuali (in ragione del costo complessivo del fattore lavoro), traducibili in una copertura di 24 miliardi di Euro. In pratica, si parla di una cifra dieci volte superiore alle risorse individuate dal Governo Letta e più che doppia rispetto alle somme che dovrebbero essere stanziate dall’attuale Governo. Infine, pur non essendo ancora autorizzati a parlare di deflazione in senso proprio, l’eccezionale livello di contrazione della dinamica inflazionistica rischia di limitare le spinte verso l’aggiustamento del grado di competitività relativa, così come limita la nostra capacità di invertire il sentiero di accumulazione del debito pubblico.
In definitiva, l’Italia non ha alibi per non aver raccolto il dividendo dell’Euro agli esordi della moneta comune, quando le problematiche legate all’architettura dell’Eurozona erano già note, ma esistevano comunque dei margini d’intervento a livello dei singoli Stati. Tuttavia, Bruxelles non può continuare a sostenere un’analisi parziale sulle origini dei problemi che affliggono l’Italia, stigmatizzando la nostra incapacità di riformare il Pease con sconcertante miopia circa la reale desiderabilità delle riforme propugnate. La speranza è che la prossima Commissione si faccia portatrice di un cambio di paradigma della Governance Europea. Affinché ciò avvenga l’Italia dovrà fare la propria parte. L’impressione è che proprio e principalmente nell’agone Europeo dovremo fare ricorso a una “sconfinata ambizione”, la sola in grado di poter produrre il cambiamento necessario a concederci realistici margini di manovra per affrontare l’attuale crisi e le sfide future.

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