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Il PD entra nel Partito socialista europeo: le nuove sfide per un’Europa più solidale e meno austera E-mail
di Daniele Gallo
17 marzo 2014
pesIl 1° marzo 2014, il PD, a seguito del voto favorevole di 121 componenti la Direzione nazionale (a fronte di due astenuti e del voto contrario dell’onorevole Fioroni), è entrato a far parte del Partito socialista europeo (Pse). L’occasione è stata il Congresso del Pse, svoltosi a Roma, che ha lanciato la candidatura di Martin Schulz alla guida della Commissione europea. Proprio in ragione di tale adesione, peraltro, il partito politico europeo, fondato nel 1992, ha cambiato il nome in Pse-Socialists&Democrats(Pse-S&D).

L’adesione del PD al Pse, chiaramente, va letta nella prospettiva delle prossime elezioni europee che si terranno nei 28 Stati membri dell’Unione europea (UE) dal 22 al 25 maggio. In un tale quadro, va capito quali saranno le sfide principali che il PD nel Pse-S&D, il Pse-S&D nel Parlamento europeo e gli esponenti Pse-S&D nell’ambito del Consiglio europeo e del Consiglio dei ministri dovranno fronteggiare per dare un segnale di cambiamento radicale quanto a priorità e obiettivi dell’UE, dal punto di vista della risposta alla crisi economico-finanziaria e di una più equilibrata governance socio-economica.

Prima considerazione. Come ribadito da più parti e in diverse sedi, è impensabile ritenere che l’UE possa recuperare consenso nella società civile europea senza mettere mano alla misura delle misure: la revisione del Patto di stabilità. L’istituzione degli eurobonds, la tassazione delle transazioni finanziarie e la trasformazione della Banca centrale europea in prestatrice di ultima istanza sono tutte riforme giuste, orientate a mettere al centro delle politiche dell’UE il welfare e la crescita piuttosto che il mantra dell’austerità. Tuttavia, è la riforma del Patto di stabilità a dover essere perseguita con maggiore convinzione e dunque a dover trainare tutto il resto.In questo senso, vanno accolte con favore le recenti dichiarazioni di Matteo Renzi, orientate a ritenere che il tetto del 3% possa (e debba) essere sforato. Il PD dovrebbe quindi farsi portavoce di questa istanza, sebbene un cenno non sia presente nel suo programma.

A breve termine, l’Italia potrebbe seguire l’esempio di Francia e Germania quando, come noto, nel 2003 violarono il Patto ma alcuna sanzione fu adottata nei loro confronti. Certamente, per farlo, bisognerà prima convincere la Commissione a non avviare una procedura di infrazione e, qualora non ci si riuscisse, i ministri degli altri Stati membri per evitare che accada quel non è accaduto nel 2003. Certamente, allo stato attuale, è più difficile che il Consiglio, a maggioranza qualificata, si dichiari contrario all’applicazione di sanzioni in caso di deficit eccessivo come previsto dal Six Pack del settembre 2010 e dal Fiscal Compact del marzo 2012 che hanno, de facto, introdotto una sorta di automatismo, salvo, appunto, voto qualificato del Consiglio, in caso di proposta di sanzioni da parte della Commissione. Vale la pena comunque tentare in questo senso in una fase crescente di sfiducia nei confronti del Patto emersa in molti paesi europei in questi ultimi mesi.
 
A medio termine, l’Italia, che con il Governo Letta ha mantenuto i conti in ordine, dovrebbe ribadire che la riduzione del debito è una priorità, e, nel contempo, raccogliere il consenso tra i partners europei al fine di rendere più flessibile il Patto di stabilità. 

A lungo termine, infine, il Governo italiano dovrebbe mettere sul tappeto dei prossimi Consigli europei e dei ministri una rimodulazione complessiva del Patto di stabilità, a cominciare da una critica esplicita al meccanismo del trasferimento, sul piano numerico, dei principi attraverso i quali individuare il disavanzo compatibile con la sostenibilità (3% di deficit/PIL e 60% di debito/PIL), con l’obiettivo ultimo di modificare i trattati, considerato chei parametri numerici sono specificati nel Protocollo n. 12 sulla procedura per i disavanzi eccessivi. 

Seconda considerazione. Pare necessario modificare sensibilmentelo strumento della “condizionalità”, facendo perno sulle aperture, anche di carattere interpretativo, offerte dal diritto UE. Si tratta di uno strumento modellato sul sistema in vigore nell’ambito del FMI, che ha operato e continua ad operare in Europa nei confronti di quei paesi maggiormente colpiti dalla crisi destinatari delle misure di austerità (Grecia, Irlanda, Portogallo) concordate con la (in verità imposte dalla) temutissima troika (FMI; BCE; Commissione). Si pensi all’European Financial Stabilization Mechanism del 2010, all’European Financial Stability Facility del 2010 e all’European Stability Mechanism che lo ha sostituito contestualmente all’emendamento del 2011 all’articolo 136 del Trattato sul Funzionamento dell’UE (TFUE) e, infine, al pacchetto,adottato dalla BCE nel 2012, delle cosiddette Outright Monetary Transactions, la cui applicazione non è ancora avvenuta eche è stato al centro dell’ordinanza di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE effettuata il 14 gennaio scorso dal Bundesverfassungsgericht.

Il carattere draconiano delle misure adottate nel quadro della condizionalità UE e la loro insostenibilità sul piano sociale sono state messe bene in evidenza, recentemente, oltre che dal Parlamento cipriota nel marzo 2013, anche e soprattutto dal Tribunale costituzionale portoghese che, con una serie di sentenze del 2012 e del 2013, ha – seppure parzialmente – dichiarato l’incostituzionalità di numerose norme per le leggi di bilancio del 2012 e del 2013 contenute nei programmi recepiti dal Governo e dal Parlamento lusitano. Nel ritenere che i provvedimenti di contrazione della spesa sociale violino il principio di uguaglianza, l’Alta Corte, sollecitata a pronunciarsi da parte di un gruppo consistente di deputati socialisti portoghesi, ha fatto quel che il Pse-S&D dovrebbe fare a livello europeo: porre al centro del progetto di integrazione europea la necessità di una riforma del meccanismo della condizionalità, tenendo ampiamente conto delle istanze sociali che provengono dalla società civile. Non è tanto e solamente una questione di salvaguardia della sovranità sociale degli Stati e di effettività dei diritti sociali consacrate nella Carta costituzionale portoghese e nelle Costituzioni degli altri paesi UE; al contrario, è lo stesso diritto UE a fondarsi sull’assunto che il risanamento del debito e la stabilità finanziaria non siano obiettivi assoluti, ma relativi, soggetti ad un’azione di bilanciamento anche con valori, obblighi, diritti, di carattere sociale, soprattutto a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. 

Si pensi ad alcune delle innumerevoli e dettagliate richieste contenute nella Decisione del Consiglio 2011/734/UE del 12 luglio 2011 riguardante la Grecia (ma il discorso, mutatis mutandis, vale anche per Irlanda e Portogallo): introduzione di una legge che sopprima tutte le esenzioni e le disposizioni fiscali autonome vigenti nel sistema fiscale; riduzione degli investimenti pubblici per 500 milioni di EUR rispetto a quanto già programmato; riduzione di 900 milioni di EUR della spesa farmaceutica da parte dei fondi di previdenza sociale. Il tema relativo agli effetti sul welfare di tutte queste misure non è nemmeno sfiorato nella Decisone del luglio 2011. Ora, esistono seri problemi di compatibilità di questa come di altre decisioni del Consiglio con l’ordinamento UE. L’articolo 3 del TUE, modificato con il Trattato di Lisbona, afferma, tra le altre cose, che l’Unione si fonda su un’economia sociale di mercato “che mira alla piena occupazione e al progresso sociale” e promuove “la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri”. Sempre il Trattato di Lisbona ha introdotto l’articolo 9 del TFUE che prevede una vera e propria clausola sociale atta ad imporre all’UE di tenere conto, nell’attuazione delle sue politiche, delle esigenzeconnesse con “la promozione di un elevato livello di occupazione, la garanzia di un'adeguata protezionesociale, la lotta contro l'esclusione sociale e un elevato livello di istruzione, formazione e tutela dellasalute umana”.Inoltre, come noto, la Carta dei diritti fondamentali dell’UE, oramai equiparata ai trattati europei quanto a vincolatività, contiene tutta una serie di norme, rivolte a Stati e istituzioni UE,finalizzate a tutelare i diritti sociali fondamentali. Di tutto questo né il Consiglio né la troika si sono preoccupati. Si auspica pertanto che il Parlamento europeo, guidato dal Pse-S&D, possa farsi carico di questa gigantesca lacuna.

Terza considerazione. Il fatto che il Parlamento europeo sia completamente escluso dalle procedure, di carattere intergovernativo e dunque non propriamente comunitarie, che portano alla conclusione dei trattati sui prestiti e sul monitoraggio successivo tra gli Stati dell’area euro e lo Stato destinatario del prestito, suscita molti dubbi. Sarebbe molto positivo se il PD e il Pse-S&D scegliessero di riaffermare il ruolo del Parlamento europeo, ponendo al centro la legittimità democratica dell’UE, assolvendo in questo modo a quella funzione di tutela della dimensione sociale europea che il Parlamento portoghese e altri parlamenti nazionali sembrano aver sacrificato sull’altare dei vincoli di bilancio imposti da Commissione, BCE e FMI. Il Parlamento europeo aveva tentato di attenuare l’approccio “radicalmente austero” del Consiglio europeo quando, in occasione della procedura di emendamento del già richiamato articolo 136 TFUE, aveva proposto di inserire nella norma un riferimento alla necessità che la condizionalità dovesse essere attuata nel rispetto dei principi e degli obiettivi dell’Unione.Tuttavia, una tale proposta è stata rigettata dallo stesso Consiglio europeo.
Il prossimo banco di prova per testare volontà e potere effettivo del Parlamento europeo nel rimodulare l’approccio UE alla disciplina di bilancio degli Stati membri è rappresentato dal contenuto che avrà – se sarà adottato – il nascituro regolamento sul rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria nella zona euro. Esiste una proposta della Commissione, rispetto alla quale il Parlamento, che in questo caso opera nell’ambito della classica procedura legislativa ordinaria (dunque con pari poteri rispetto al Consiglio), a differenza di quanto previsto per la procedura di revisione dei trattati (nel contesto del già richiamato articolo 136 TFUE), ha approvato emendamenti significativi tesi a inquadrare il meccanismo della condizionalità e dell’assistenza finanziaria nell’ordinamento dell’Unione, tenuto conto altresì di quanto previsto dalla Carta dei diritti fondamentali e dal Titolo X del TFUE in materia di politica sociale.

La convinzione di chi scrive, pertanto, è che esistano i margini, sul piano giuridico, e possano essere colti gli spazi sul piano politico perché il PD nell’ambito del Pse-S&D e quest’ultimo in seno al Parlamento europeopossano operare per rafforzare la dimensione sociale dell’Unione economia e monetaria, dimensione questa finalmente scoperta anche dalla Commissione in una sua recente Comunicazione dell’ottobre 2013. Ciò potrebbe essere fatto non puntando su inutili empiti anti-europeistici, ma, all’opposto, sottolineando che gli strumenti per contrastare il dogma del risanamento dei conti pubblici e per abbandonare una lettura fondamentalista di austerità sono forniti dallo stesso ordinamento europeo, come si è cercato di dimostrare a grandi linee in questa sede.

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