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Industrial Compact Europeo E-mail
di Raffaele Brancati
10 marzo 2014
produttivita_1.jpgL’Unione Europea sta avviando un accordo tra i paesi membri per promuovere la “rinascita dell’industria”. Si tratta di una strategia ancora generale e priva di strumenti efficaci, ma anche di un’eccellente occasione per promuovere finalmente una strategia nazionale adeguata. In un successivo contributo si ragionerà delle strategie nazionali.

Il 22 gennaio 2014 l’Unione Europea ha varato il memorandum per la rinascita industriale europea, divulgato con l’espressione sintetica di industrial compact. Si è voluto così parafrasare il cosiddetto fiscal compact definendo un patto tra i paesi membri dell’Unione Europea per il rilancio dell’industria.
E’ bene, tuttavia, non porre sullo stesso piano i due patti: la loro forza e il loro impatto sono ben diversi. 
Nel caso del fiscal compact esistono parametri definiti con la previsione di sanzioni specifiche e attuate per i paesi inadempienti, oltre alla raccomandazione di inserimento dei vincoli stringenti per la finanza pubblica nelle carte costituzionali dei singoli stati membri (in Italia, con una solerzia meritevole di miglior causa, ciò è già avvenuto).
Nel caso dell’industrial compact si tratta di indirizzi, di priorità e di obiettivi destinati alla Rinascita Europea che non sembra possano portare a obblighi formali e a sanzioni (gli obiettivi fissati, come il target del 20% del Valore Aggiunto totale prodotto dal settore industriale indicato nei documenti,sono destinati a rimanere puramente indicativi per gran parte dei paesi dell’Unione). Per il 2012, se si esclude la Germania, largamente al di sopra della quota richiesta con il 25%, tutti gli altri grandi paesi membri erano al di sotto del valore: alcuni, come l’Italia, con valori non troppo lontani dall’obiettivo (18,4%), altri come Gran Bretagna e Francia, lontanissimi (rispettivamente 14,6% e 12,5%).  

Si tratta di una scelta importante, quella della rinascita industriale, che è bene valorizzare al massimo e possibilmente riempire di contenuti operativi, ma è evidente che la differenza di peso tra i “due compact” non può che essere evidenziata: il potenziale conflitto tra politiche industriali, che necessitano di risorse finanziarie, e politiche di bilancio, che tali risorse negano, sarà inevitabilmente risolto a favore della disciplina del bilancio pubblico come cardine (nella migliore delle ipotesi lievemente attenuato) delle politiche economiche europee del prossimo futuro.
Il senso generale che ne può essere tratto, quindi, è che il contesto in cui dovremo muoverci, almeno nel breve termine, deve prevedere una strategia concreta e convincente di politica industriale, ma che questa dovrà essere attuata in un quadro di risorse di finanza pubblica scarse (molto scarse nel caso di un paese come l’Italia): perché le politiche possano essere realistiche, gli interventi programmati dovranno tener conto di tali vincoli stringenti e non prevedere spese impossibili da sostenere.
In queste note ci si pone l’obiettivo di presentare, in estrema sintesi, ciò che viene previsto nel documento di indirizzo dell’industrial compact (http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-14-37_en.htm) e ciò che pare utile sottolineareper il dibattito italiano.
Il documento citatoparte dall’identificazione di alcuni fattori critici.
Ne sono indicati quattro: 

la debolezza della domanda interna (naturalmente il riferimento alfiscal compact sarebbe immediato, ma nel documento non vi è traccia di tale aspetto);
la presenza di un business environment sfavorevole;
le difficoltà di accesso a input della produzione considerati critici;
e, infine, si fa cenno ai livelli di investimenti e di innovazione che sono a livelli inferiori rispetto a quanto si realizza in altri continenti.

Si tratta di analisi non particolarmente innovative che si associano a ricette, appena accennate nel documento, che non si discostano molto dalle raccomandazioni tradizionali provenienti dagli uffici della Commissione Europea. Inevitabilmente l’attenzione viene posta sui temi che non rischiano di urtare le sensibilità dei diversi paesi membri diverse a seconda degli aspetti considerati e, talvolta, ci si concentra su questioni di qualche rilievo, ma che difficilmente potranno essere il motore decisivo della crescita industriale.
Per esempio, vengono sottolineate le potenzialità di un’amministrazione “amichevole”, capace di accorciare i tempi necessari per avviare nuove iniziative cercando di raggiungere l’obiettivo generale di un’impresa in tre giorni nella media europea; così pure si valorizzano gli effetti di ulteriori progressi nel processo di unificazione del mercato europeo (oltre 22 anni dopo il suo avvio!).
Le forme di liberalizzazione dei mercati trovano conferma nel documento, ma con enfasi meno marcate di quanto non avvenisse nel recente passato, mentre si sottolinea con forza la necessità di favorire l’internazionalizzazione delle imprese e l’impegno nella formazione e nell’arricchimento del capitale umano.
Infine, vi è il riferimento all’accesso al credito come vincolo significativo alla crescita, in particolare per le piccole e medie imprese. Il tema viene affrontato citando il ricorso a Fondi di Garanzia in parte sostenuti da risorse pubbliche nazionali e comunitarie e con un riferimento -modesto- alla creazione di un mercato europeo del credito (o quanto meno di un mercato transfrontaliero).
E’ ampiamente dimostrato dalle vicende degli anni 2011-2013 che la costruzione dell’Euro e i modi in cui è stata impostata la sua governance non possono che essere, allo stato, dei forti ostacoli alla parificazione delle condizioni del credito all’interno dell’area europea.La questione non poteva essere affrontata nel memorandum: rimane la circostanza, più volte ricordata dalla BCE che, a parità di altre condizioni, il costo del credito per le imprese in Italia o in Spagnasia molto più elevato di quanto non si registri in Germania;questo rappresenta una distorsione grave per le condizioni concorrenziali sui mercati e influenza in misura significativa la competitività industriale. 
Rimanendo in ambito europeo e con riferimento a misure promosse dalla stessa UE, due ulteriori suggerimenti sono presenti nel documento:la circolazione di best practice tra paesi membri e la corretta utilizzazione dei fondi europei.
Sono strumenti già da tempo utilizzati con risultati spesso trascurati, ma che meritano modifiche e miglioramenti.
La circolazione di buone pratiche è stata in passato di ridotta utilità: le informazioni sono state sempre troppo aggregate per consentire un reale trasferimento del disegno di policy in paesi diversi. Quasi mai ci si è soffermati sui dettagli operativi e sulla possibilità di applicare i processi in altri paesi.
Più che portare esemplificazionicapaci di produrre effetti di diffusione, si è trattato in larga misura di certificazioni di qualità che venivano esibite come trofei dalle amministrazioni interessate.
I fondi europei rappresentano, in Italia, la spinta principale verso una politica industriale selettiva e propulsiva; in chiusura si parlerà dei possibili obiettivi, ma regole e procedure adottate meritano un breve commento poiché rischiano di ridurre grandemente gli effetti e il rilievo strategico dei programmi adottati.
Le regole dei fondi europei e le loro variazioni hanno rappresentato prevalentemente la risposta delle amministrazioni comunitarie alle criticità emerse nel ciclo di programmazione precedente e alle distorsioni registrate. Poche volte ci si è posti nell’ottica di comprendere quale potesse essere l’effetto della combinazione, talvolta perversa, delle regole comunitarie con processi e norme che regolano le attività della Pubblica Amministrazione nei singoli paesi membri; ancor più raro è stato il disegno dei provvedimenti a partire dalla domanda delle imprese e dalle loro esigenze.
In sostanza, il ruolo degli uffici della Commissione dovrebbe essere profondamente rivisto per consentire un’efficacia maggiore alle attività svolte.
Gli aspetti generali citati nell’industrial compact sono in buona parte condivisibili, ancorchè parziali.L’aspetto essenziale, tuttavia, è rappresentato dal fatto che la loro declinazione e la traduzione in politiche concrete viene affidata pienamente ai paesi membri nei quali intensità, qualità e modi della politica industriale sono molto differenziati.
Nel prossimo articolo ci si soffermerà sulle questioni strategiche e di contenuti, qui preme sottolineare, la differenza di peso finanziario delle politiche industriali nei paesi europei.
Due grafici sono illuminanti della situazione italiana e rappresentano il peso degli aiuti di stato in rapporto al PIL nei diversi paesi e la dimensione finanziaria degli interventi in Italia.

Aiuti di Stato alle imprese, totali (strumenti non di sostegno alla "crisi") per paese, percentuale sul PIL, medie biennali, industria e servizi.
grafico_1.jpg




















Fonte: Elaborazioni su dati Unione Europea, DG Competition, http://ec.europa.eu/competition/state_aid/studies_reports/expenditure.html#2, 2013


Il primo riferimento quantitativo offre un quadro di evidente disimpegno dell’Italia dalle politiche industriali non solo in termini assoluti, ma anche in termini relativi: la riduzione degli Aiuti di Stato è fenomeno diffuso in tutta Europa (con eccezioni non marginali, come Francia e Gran Bretagna), ma in Italia assume dimensioni eclatanti, portandoci dall’essere uno dei paesi con maggiori livelli di aiuti agli inizi degli anni ’90 alla attuale posizione di coda.
Partendo da fonti dirette, la rilevazione annuale di MET (www.met-economia.it) mostra un quadro analogo con livelli di “sussidio” in forte calo e molto modesti per tutta l’industria proprio negli anni della crisi, livelli che si mantengono ridotti anche se riferiti alle sole regioni meridionali, tradizionalmente considerate come molto sussidiate.

I Valori della Politica Industriale. Erogazioni in Equivalente Sovvenzione Lorda della Politica industriale in Italia (milioni di euro), Industria in senso stretto e servizi alla produzione.

grafico_2.jpg



























Fonte: Rilevazione MET 2013.
Nota: I valori esposti escludono gli interventi operati attraverso garanzie fidejussorie su fondi pubblici che sono evidenziati in tabella separatamente (il loro valore in ESL sarebbe molto ridotto e non riuscirebbe a dar conto adeguatamente della mole di finanziamenti garantiti)


Gli altri interventi rilevanti della politica industriale, non sommati nei quadri precedenti per la loro intrinseca diversità operativa, sono rappresentati dalle garanzie a valere su fondi pubblici: gli interventi in materia sono stati significativi, ma non tali da mutare radicalmente lo scenario degli aiuti erogati.

In sostanza, quindi, l’Italia si avvicina all’applicazione dell’Industrial compact con un impegno finanziario ridottissimo, con una qualità amministrativa particolarmente debole e con una quasi totale assenza di strategie. La presenza di casi isolati (di singole regioni o di amministrazioni) di eccellenza non è in grado di mutare il contesto generale.



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