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Tagliare il cuneo fiscale per aumentare la produttivitą E-mail
di Giuseppe Ciccarone, Enrico Saltari
10 marzo 2014
paiement_euros_50x70.jpg È ormai generalizzato il convincimento che per aumentare la competitività delle nostre imprese sia necessario ridurre il divario tra crescita del salario lordo nominale e crescita della produttività. A tal fine, quasi tutti i commentatori ritengono indispensabile agire sia sulle cause che limitano la seconda, sia sul cuneo fiscale imposto sul lavoro. Queste due azioni vengono però sempre viste come indipendenti l'una dall'altra, anche se possibilmente da compiere simultaneamente. Noi condividiamo questa duplice necessità, ma crediamo che il taglio del cuneo possa essere utilizzato, in questa fase dell'economia italiana, anche come incentivo per accrescere la dinamica della produttività.

Sosteniamo da diversi anni, e più recentemente anche in compagnia di Marcello Messori e un numero crescente di altri studiosi e attori coinvolti, che il miglioramento della nostra posizione competitiva potrebbe essere favorita dall’introduzione della “produttività programmata”, ossia della fissazione da parte del governo e delle parti sociali di un tasso di crescita condiviso della produttività, al conseguimento (o al mancato conseguimento) del quale legare il salario pagato dalle imprese. Senza tornare nuovamente sulla proposta, facilmente rintracciabile in altri articoli apparsi anche sul sito di nelMerito, basta qui ricordare che si tratta di un semplice meccanismo volto a disegnare la contrattazione salariale in modo da incentivare le nostre imprese piccole e medio-piccole, poco esposte alla concorrenza internazionale, ad effettuare gli investimenti innovativi e la riorganizzazione dei luoghi di lavoro senza i quali non è possibile accelerare in misura significativa la crescita della produttività. 

In attesa che questa proposta maturi nel convincimento dei nostri policy maker, il nostro radicato convincimento che la crescita della produttività debba rappresentare uno dei principali obiettivi che la politica economica italiana dovrebbe perseguire nell’immediato ci induce a ricercare altri meccanismi capaci di incentivarla, piuttosto che disegnare ulteriori "patti" che tanto poco efficaci si sono rivelati a tal fine. La necessità, ampiamente condivisa nell’opinione pubblica, di contrarre il cuneo fiscale sul lavoro può essere uno di questi meccanismi incentivanti, a patto di concepirlo come uno strumento destinato principalmente ad aumentare la competitività delle nostre imprese piuttosto che a migliorare la distribuzione del reddito.

La discussione, in effetti poco appassionante, che si è sviluppata alla fine dello scorso anno intorno alle modalità di contrazione del cuneo ha focalizzato la sua attenzione su due elementi: le risorse da allocare per il provvedimento e i soggetti beneficiari. In attesa di conoscere le somme che il nuovo governo riterrà di poter destinare a questa misura, e concentrandoci quindi sul secondo aspetto della questione, ricordiamo che la discussione a riguardo si è concentrata esclusivamente sul tetto di reddito dei lavoratori ai quali applicare il "taglio". Partendo da un valore di 55 mila euro di reddito annuo e ipotizzando benefici uniformi all'interno della classe reddituale considerata ci si è presto resi conto che sarebbe stata in tal modo consegnata in busta paga una miseria incapace di avere effetti significativi sulla domanda e sulla distribuzione. Di fronte a questa conclusione inevitabile, lo sforzo intellettuale collettivo è riuscito a produrre soltanto una rimodulazione dei benefici del taglio del cuneo che, con le somme allora ipotizzate, sarebbero stati pari in media a 225 euro per la classe di reddito compresa tra i 15 mila e i 18 mila euro, con una graduale diminuzione sino ai 35 mila euro.

Neanche una parola (un concetto?) è stata spesa sulla coerenza di questa operazione con l'obiettivo da raggiungere, ossia la competitività delle nostre imprese. 

Proviamo allora a svolgere un ragionamento differente, forse un po' provocatorio, ma capace di riportare nella giusta luce il rapporto necessario tra obiettivi e strumenti. Innanzi tutto, data la scarsità di risorse disponibili, la competitività di quali imprese dovrebbe essere aumentata attraverso il taglio del cuneo? A prima vista, sembrerebbe indiscutibile che l'insieme coinvolto dovrebbe essere innanzi tutto quello delle imprese aperte alla concorrenza internazionale. Una prima possibilità potrebbe essere allora quella di concentrare la misura su questi soggetti, possibilmente elevando, per motivi distribuitivi, il tetto reddituale dei beneficiari. Non essendo ovviamente incoerente la platea delle imprese destinatarie, è peraltro evidente che questa scelta favorirebbe alcuni lavoratori dipendenti rispetto ad altri. Ciò può essere ovviamente discutibile, ma forse non inaccettabile alla luce delle differenziazioni di questa natura necessariamente operate da politiche esplicitamente volte a favorire soltanto una parte di imprese/settori (e della nota difficoltà di realizzare politiche che avvantaggino tutti simultaneamente, soprattutto in situazioni che richiedono di operare sotto stringenti vincoli di bilancio).

Se però si accetta il nostro convincimento di partenza, l'insieme delle imprese da beneficiare potrebbe non essere delimitato concettualmente dalla esposizione alla concorrenza internazionale, ma dalla crescita della produttività al di sopra di un valore condiviso (“programmato”) tra governo e parti sociali, ossia dall'obiettivo primario da perseguire. Anche in questo caso si avvantaggerebbe ovviamente qualcuno rispetto a qualcun altro, ma ciò avverrebbe in base agli sforzi intrapresi per accrescere la dotazione di capitale umano e di capitale fisico di tipo innovativo, per migliorare l'organizzazione dei luoghi di lavoro, per realizzare relazioni sociali e sindacali volte a favorire l'impegno individuale dei lavoratori. Nulla impedirebbe poi, a parità di risorse totali, di mantenere immutati i tetti di reddito attualmente stabiliti, per destinare i risparmi di spesa derivanti dalla contrazione del numero di imprese beneficiarie al conseguimento di un obiettivo di equità distributiva attraverso la riduzione di imposte e contributi su particolari tipologie di lavoratori.

Se la nostra economia non è più in grado di vivere con provvedimenti a pioggia e senza meccanismi in grado di generare gli incentivi necessari alla crescita, è necessario prenderne atto e cominciare a premiare chi si ritiene di voler favorire. La cosa importante è che ciò avvenga sulla base di scelte trasparenti, condivise e coerenti. I curricula dei ministri del nuovo governo garantiscono che scelte di questo tipo sono possibili. Confidiamo nella loro volontà di dimostrarlo al più presto, perché il tempo è la risorsa maggiormente scarsa a loro disposizione.

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