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Badbank, politica economica e politica industriale E-mail
di Claudio Gnesutta
10 marzo 2014
euro-96289_150.jpgLa proposta per una badbank di sistema avanzata da Barucci-Milani su questo sito è importante non solo perché tecnicamente interessante, ma soprattutto perché il problema viene posto in maniera organica esplicitando obiettivi e modalità di attuazione. 

 

Condivido pienamente la valutazione delle difficoltà che sta incontrando il sistema bancario italiano così come la necessità di un intervento per affrontarle. Ritengo inoltre fondata la considerazione che il peso dei crediti dubbi nei bilanci delle banche sia una delle cause del blocco del credito bancario alle imprese (e alle famiglie) e quindi del rilancio produttivo. Definito il perimetro all’interno del quale è produttivo riflettere sulla proposta Barucci-Milani, è necessario affrontare nel merito la questione se la costituzione di una badbank (nel senso da loro immaginato) costituisca la soluzione ottimale. A questo proposito, a mio avviso, due sono le questioni preliminari che possono condizionare il senso dell’iniziativa.

La prima riguarda la necessità di una compartecipazione pubblica a questa iniziativa che, a differenza di altri, i due autori evidenziano correttamente nel primo punto della proposta. Assunta la necessità di un contributo pubblico, sorge inevitabilmente la questione politica di possibili trade-off. Dato che l’obiettivo non è il risanamento dei bilanci bancari di per sé, ma il rilancio del credito bancario in funzione della ripresa economica va valutato se l’impegno richiesto dalla gestione in perdita della badbank (5-10 miliardi di euro, una stima peraltro generosa) non possa essere più efficacemente utilizzato in altro modo per riattivare il credito bancario.

Per quanto riguarda il “quanto”, è dubbio che, data la dimensione delle sofferenze e delle perdite previste, il contributo pubblico possa avere un effetto significativo sulle condizioni patrimoniali delle banche (ai fini Basilea) da indurre l’aumento auspicato nella loro offerta di credito.

Per quanto riguarda il “se”, mi sembra che andrebbe considerato che il rischio di potenziale insolvenza delle imprese che è alla base dell’avversione delle banche alla concessione di credito è in larga parte frutto del clima recessivo in cui versa la nostra economia (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Perche-la-Bce-di-Draghi-sbaglia-politica-17954). Si dovrebbe valutare se destinare lo stesso ammontare di risorse finanziarie al sostegno della domanda interna non avrebbe un effetto più rilevante sul rilancio della produzione di quanto non lo possa avere l’adozione di una badbank. Un miglioramento delle condizioni prospettiche di solvibilità delle imprese potrebbe, allentando le preoccupazioni delle banche sul rimborso dei crediti passati e dei nuovi crediti, ridimensionare in misura maggiore il peso delle sofferenze bancarie e compensare l’attuale insufficienza dei requisiti patrimoniali delle stesse.

Lo spunto per la seconda riflessione è offerto dalla stessa proposta di Barucci-Milani quando essi dedicano la dovuta attenzione a evitare situazioni di informazione asimmetrica sia nella selezione dei crediti che nel loro prezzo di trasferimento. Va però rilevato che un’analoga attenzione non viene adottata alla possibilità di azzardo morale indotta dalla badbank, con la conseguenza di trascurare la responsabilità delle (singole) banche nell’aver determinato la situazione in cui esse si trovano. Non mi riferisco tanto a responsabilità penali (che pure ci sono), quanto al fatto che il “buco” drammatico dei loro bilanci non è (solo) frutto di eventi esogeni, ma (anche) di una gestione operativa poco oculata. Puntare sull’attività finanziaria piuttosto che sul credito diretto, adottare politiche di corporate finance che privilegino settori di rendita piuttosto che attività produttive promettenti, operare su orizzonti brevi se non brevissimi sono tutti criteri operativi che hanno inciso sulla pesantezza dell’odierna situazione, ma che non sono presi in considerazione nelle determinanti tecniche della badbank. Restringere l’operazione all’interno dell’esistente assetto bancario avrebbe quindi il probabile effetto di confortare le banche (e i banchieri) a proseguire nella loro gestione con i medesimi criteri del passato; verrebbe ribadita la filosofia - anche se forse non è nelle intenzioni dei due autori - che solamente al “mercato” (in questo caso ai nostri banchieri) va affidata la discrezionalità del nostro futuro.

La questione rimane invece, a mio avvio, ancora aperta e alcune considerazioni interessanti della proposta mi confortano nel senso che, se opportunamente approfondite, potrebbero indurre a ripensare la funzione stessa della badbank. La considerazione di Barucci-Milani che l’intervento pubblico dovrebbe riguardare (soprattutto) i finanziamenti alle imprese e che l’acquisizione dei crediti in sofferenza di un’impresa potrebbero essere trasferiti alla badbank assieme ai suoi crediti in bonus, indica che non tutti i debitori sono uguali sia per la diversa capacità di onorare i debiti, ma soprattutto per la loro rilevanza all’interno del sistema produttivo. Naturalmente la valutazione di entrambi questi aspetti è ampiamente discrezionale, tanto che si propone di coinvolgere in questa valutazione la Banca d’Italia in quanto soggetto che dispone delle necessarie informazioni e competenze. In una pesante fase di destrutturazione del nostro apparato manifatturiero quale quella attuale, non sarebbe opportuno prendere in considerazione l’alternativa di attribuire i fondi destinati alla badbank a un apposito agente di politica industriale con l’obiettivo di gestire – con una visione strategica complessiva e in un orizzonte lungo (nella proposta si parla di un arco temporale tra i 5 e 10 anni) – il ripianamento delle sofferenze in vista della riorganizzazione, ristrutturazione e rilancio del nostro apparato produttivo?

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