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La competitivitÓ del sistema economico italiano. Una valutazione di medio-termine. E-mail
di Mauro Lossani
24 febbraio 2014
competition.jpg Secondo le più recenti indagini ISTAT (ISTAT, Mercati, Strategie e Ostacoli alla Competitività, 7 Novembre 2013), nel corso degli ultimi trimestri, più imprese italiane hanno collocato un maggior numero di prodotti su più mercati esteri consentendo al nostro paese di limitare le conseguenze negative sul PIL indotte dal crollo registrato dalla domanda interna. 

Non casualmente, da diversi trimestri, le esportazioni di beni e servizi rappresentano l’unica componente della domanda in grado di godere di tassi di crescita persistentemente positivi –  anche se in fase di decelerazione. 
In realtà dietro questi dati si nascondono delle tendenze di medio-lungo periodo che suscitano preoccupazione. Da circa 20 anni, l’espansione dei volumi esportati avviene in ragione di tassi di crescita inferiori a quelli del commercio mondiale. Ciò comporta inevitabilmente una flessione della quota del mercato mondiale – valutata a prezzi costanti –  passata dal 4,5% nel 1995 al 2,7% nel 2013, con un calo del 40% circa. La situazione risulta solo marginalmente diversa quando le quote di mercato vengono valutate in ragione di prezzi e cambi correnti, più adatti a cogliere eventuali miglioramenti qualitativi incorporati nella produzione esportata. Peraltro, il trend negativo persiste anche durante gli anni in cui il tasso di cambio reale effettivo conosce un deprezzamento.
Le ragioni sottostanti questa tendenza non possono essere esclusivamente costituite dalla crescente concorrenza proveniente dalle economie emergenti. Se è vero che l’ascesa di paesi come Brasile, Cina, India, Vietnam, Polonia (e molti altri ancora)ha sicuramente alterato la divisione internazionale del lavoro, è altrettanto vero chela forte perdita di quote di mercato costituisce una tendenza solo parzialmente condivisa dai nostri principali partner commerciali. Con riferimento al periodo 1995-2013, la Francia ha conosciuto una riduzione della propria quota simile alla nostra, mentrela Germania e persino gli USA hanno sofferto una caduta più contenuta.

In generale, i fattori scatenanti questa debolezza italiana sono stati individuati nel combinato disposto di introduzione dell’Euro, diffusione della ICT e accresciuta tendenza verso la globalizzazione. L’impossibilità di ricorrere alla svalutazione del tasso di cambio, unita alla riorganizzazione dell’attività produttiva lungo catene globali del valore (Global Value Chain, GVCs) – frutto di processi di crescente frammentazione geografica delle fasi del ciclo produttivo – e alla accresciuta dimensione dei mercati hanno messo impietosamente a nudo le fragilità di un sistema produttivo fortemente incentrato su micro e piccole imprese. La ridotta dimensionedelle imprese italianeè diventatoun vincolo sempre più stringente, soprattutto quando si è reso necessario sostenere gli elevati costi fissispecifici dell’entrata sui mercati internazionali.
Più in particolare, la debolezza del nostro modello di specializzazione sarebbe da ascrivere a tre fattori. In primo luogo, una penalizzante composizione merceologica delle esportazioni – evidenziata in una lunga serie di esercizi di shift&shareanalysis periodicamente condotti dall’ICE – costituite da beni la cui domanda tende a crescere meno dell’espansione goduta dalla domanda mondiale(ma che sono comunque esportati all’interno di mercati in cui la domanda di importazioni è relativamente dinamica). In secondo luogo, una certa incapacità – come dimostrato da alcuni lavori di OECD e IMF – di integrarsi efficientemente nelle GVCs. L’indice di partecipazione alle GVCs – calcolato come somma della incidenza degli input importati sul valore delle esportazioni e della rilevanza dei semilavorati italiani nel ciclo produttivo di esportazioni di altri paesi –  è rimasto invariato negli ultimi 20 anni, attestandosi su di un livello inferiore a quello di Francia e Germania (invece in continua crescita).Infine, la competitività – valutata in termini di costo unitario del lavoro – ha conosciuto un drastico peggioramento. Sulla base dei dati elaborati dalla Commissione Europea, nel periodo 1999-2013, la posizione competitiva italianasi è deteriorata per quasi 30 punti percentuali nei confronti della  Germania, per effetto di una maggior crescita del costo del lavorounita a una pessima performance registrata dalla produttività. Peraltro, qualora nei costi di produzione venisse incluso anche il costo dell’energia e soprattutto quello del credito, la condizione competitivasarebbe ancora peggiore. Non va infatti dimenticato che nel periodo compreso tra l’avvio dell’Euro e lo scoppio della crisi finanziaria globale, la compressione degli spread sovrani aveva consentito un accesso al credito a condizioni sostanzialmente uniformi tra imprese italiane e tedesche, mentre ora le imprese italiane pagano – nei confronti dei concorrenti tedeschi – un differenziale di tasso ancora consistente.

Nel tentativo di contrastare la ridotta competitività dal lato dei costi le imprese italiane hanno seguito una strategia tesa a migliorare la qualità dei beni esportati, come si evince dalla maggior crescita dei valori meni unitari delle esportazioni rispetto a quella dei prezzi all’export. Allo stesso tempo le imprese hanno aumentatoi prezzi alle esportazioni – soprattutto nell’Eurozona–meno di quanto non abbiamo fatto sul mercato interno. Il miglioramento qualitativo dell’export mix unito alla relativa compressione dei margini sulle esportazioni ha sicuramente concorso a limitare la perdita di quote di mercato. Tuttavia queste dinamiche si sono inserite su un modello di specializzazione che è rimasto grosso modo invariato. Tranne la meccanica strumentale – il cui vantaggio comparato è stato rafforzato al punto tale da arrivare a generare il maggior contributo positivo al saldo della bilancia commerciale italiana – la chimica farmaceutica e il comparto ICT – per i quali si è invece manifestata un’accentuazione degli svantaggi comparati – tutti gli altri macro-settori hanno conosciuto una riduzione dei loro vantaggi/svantaggi comparati. In altre parole, è rimasta invariata una struttura produttiva in cui il peso delle produzioni ad alta e media intensità tecnologica rimane molto ridotto e sostanzialmente incapace di esprimere – tranne che per il caso della meccanica strumentale – dei vantaggi comparati. Il miglioramento della qualità dei beni prodotti ed esportati (oltre tre quarti delle imprese del campione ISTAT hanno dichiarato come questo sia il vero fattore competitivo, mentre solo un terzo delle imprese – generalmente quelle piccole – ha segnalato il prezzo come fattore di competizione) è stato quindi realizzato all’interno degli stessi settori in cui le imprese erano già operative. Ciò è avvenuto attraverso un approfondimento della specializzazione intra-industriale attuatomediante rinnovamento e differenziazione delle produzioni, con interventi fondati su operazioni di marketing, creazione di marchi, allestimento di reti di assistenza post-vendita. In estrema sintesi, abbiamo assistito a un processo di “moving up the quality ladder” in presenza di cristallizzazionedel modello di specializzazione.

Quanto è sostenibile nel tempo questo nuovo “modo italiano” di stare sui mercati internazionali?La domanda ha ragione di essere per diversi motivi. In primis, la già citata indagine ISTAT mostracome la ricerca di una più elevata qualità come elemento a sostegno della competitivitàsia stata perseguita da due terzi delle (relativamente poche) imprese con almeno 250 addetti e da solo poco più di un terzo delle micro-imprese italiane (probabilmente anche per via di un effetto di selezione che ha decretato l’uscita dall’attività di esportazione di molte micro-imprese). Sorge quindi il dubbio che il processo di miglioramento qualitativo trovi un limite nellagià citata ridotta dimensione di impresa, tipica del sistema produttivo italiano. In secondo luogo, il riposizionamento verso l’alto è stato realizzato mediante interventi che hanno sfruttato l’utilizzo di attività intangibili e di servizi alle imprese (business services, quali i  servizi erogati dal comparto ICT ma anche trasporti e attività legali di consulenza, studi di mercato, etc…), due fattori –  in modo particolare l’ultimo – che sono relativamente scarsi nel nostro paese. Infine, benché le analisi più sofisticate abbiano dimostrato che il grado di sovrapposizione tra il modello di specializzazione italiano e quello cinese – quando le attività produttive vengono valutate con sufficiente disaggregazione –  sia meno elevato di quanto temuto solo pochi anni fa, è del tutto evidente che il riposizionamento verso settori caratterizzati dall’utilizzo di una tecnologia più elevata consentirebbe di sottrarsi in modo più deciso alla concorrenza internazionale proveniente dalla Cina, e più in generale dal mondo emergente.

Come si esce da questa potenziale impasse? Le misure decise negli ultimi anni (la rinascita dell’ICE; la realizzazione della Cabina di Regia per l’internazionalizzazione; la costituzione del Desk Italia; il lancio dei Contratti di rete) sembrano aver prodotto effetti per il momento modesti e riconducibili per lo più al mero tentativo di sostenere l’attività di internazionalizzazione all’interno dello stesso modello di specializzazione. Mantenendo invariato il modello di specializzazione sarebbe semmai utile – come sottolineato a gran voce in numerosissimi contributi– favorire una volta per tutte la crescita dimensionale delle nostre imprese (andando ben oltre ciò che si potrebbe  ottenere mediante i Contratti di rete). Diversi ricercatori hanno mostrato che una maggior dimensione di impresa – analoga a quella mediamente prevalente all’interno del sistema di Mittelstand tedesche – garantirebbe da sola un sostanziale incremento di produttività, capace di favorire un netto recupero di competitività e sostenere modalità di internazionalizzazione complesse, in grado di generare un valore aggiunto maggiore di quello associato alla mera attività di esportazione. Inoltre, l’allentamento del vincolo dimensionale unitamente all’adeguato sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto (business services quali servizi di progettazione e logistica, servizi professionali e legali, servizi in ambito finanziario e assicurativo) consentirebbe una partecipazione più intensa e di maggior qualità delle imprese italiane alle catene globali del valore, secondo una strategia di “moving up the value chain”.

L’aumento della dimensione di impresa non costituirebbe però l’unico aspettosu cui intervenire.Ridurre il peso della fiscalità sul lavoro – compatibilmente con il rispetto dei vincoli di finanza pubblica imposti dalla partecipazione all’Eurozona – è un altro passo in avanti per frenare la tendenza verso il declino della posizione italiana sui mercati internazionali. Così come realizzare quelle riforme utili per superare le inefficienze di sistema costituisce un’operazione quanto mai necessaria, invocata da lungo tempo  e mai attuata.Tuttavia, nel più lungo periodo,  la sfida della competizione internazionale impone un cambiamento della specializzazione produttiva e richiede una ristrutturazione verso settori a più elevata tecnologia e a più elevato utilizzo di capitale umano. E’ davvero giunto il tempo di ripensare in modo serio a una nuova politica industriale.

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