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Una proposta per la badbank di sistema E-mail
di Emilio Barucci, Carlo Milani
24 febbraio 2014
bank.jpg Se le banche italiane sono state in larga misura al riparo della crisi finanziaria dei mutui subprime, non altrettanto può essere detto riguardo alla crisi dell’economia reale e dell’euro che ne è seguita. 

In un sistema banco-centrico, con il sistema produttivo fortemente esposto nei confronti degli intermediari creditizi, si è venuta a creare una spirale negativa assai pericolosa. Le banche soffrono sia sotto il profilo del patrimonio che della liquidità. Il primo motivo di tensione le porta a cercare di reperire capitali freschi, cosa non sempre facile in questa situazione, e a portare avanti la riduzione del loro perimetro. Il tema della liquidità ha acuito il problema per il prosciugarsi di forme indirette di raccolta inducendo le banche a limitare la loro attività creditizia. La combinazione di questi fattori ha fatto diminuire la concessione del credito ad un sistema economico che da sempre si fonda sul canale bancario per reperire risorse. In sintesi un’economia ‘‘drogata’’ da troppo credito è andata in crisi non appena si sono chiusi i rubinetti. Il peggioramento dell’economia reale, che ha accompagnato questo processo, ha chiuso il cerchio alimentando la crescita dei crediti dubbi nei bilanci delle banche. Un fenomeno che ha contribuito alla diminuzione dell’afflusso del credito all’economia in quanto gli accantonamenti delle banche sono cresciuti in misura significativa.
In questo scenario si discute in un modo che appare spesso inconcludente di come liberare i bilanci bancari dai crediti dubbi.  Può sembrare un artificio di finanza creativa ma il ripulire il bilancio di una banca dei crediti dubbi permetterebbe alla stessa di aumentare il flusso di credito all’economia. Questo perché i crediti dubbi pesano molto in termini di riskweight ed assets e quindi consumano molto capitale. Liberandosi di questi assets, anche a prezzi di favore, le banche potrebbero aumentare il credito concesso all’economia in quanto il vincolo patrimoniale diverrebbe meno stringente.

In questo contesto è sempre di maggiore attualità l’ipotesi di ripulire i bilanci bancari dalle sofferenze tramite operazioni straordinarie. Da notizie di stampa si apprende che Mediobanca sta preparando una badbank per le banche medio-piccole mentre Unicredit e Intesa San Paolo hanno in programma di cedere i loro crediti dubbi ad un veicolo partecipato da operatori specializzati in questo settore.
Il dibattito sulla possibilità di una badbank italiana non è nuovo ed aveva preso avvio circa un anno e mezzo fa, quando la Spagna decise di mettere in piedi la sua badbank per aiutare le banche domestiche a ripulire i bilanci dall’ingente peso dei mancati pagamenti sui mutui immobiliari. La questione in Italia si chiuse velocemente data la netta avversione per la costituzione di una badbank italiana da parte del Governo, dell’industria bancaria e della stessa Banca d’Italia anche a causa dei potenziali risvolti negativi sui conti pubblici. La tesi prevalente era quella della mancata necessità di prendere simili decisioni di portata straordinaria; gli istituti di credito italiani avrebbero trovato le soluzioni interne per approcciare in modo autonomo il problema. 

Guardando al crescente peso dei crediti dubbi sui bilanci delle banche, e alla conseguente reazione di chiusuradei rubinetti del credito, si può affermare ex-post che l’ipotesi della badbank italiana è stata archiviata in modo troppo sbrigativo. In particolare, i crediti in un qualche stato di insolvenza più o meno grave (sofferenze, partite incagliate, ristrutturate e scadute/sconfinanti) hanno superato i 270 miliardi di euro nel terzo trimestre del 2013, in crescita di quasi 50 miliardi rispetto ad un anno prima (grafico 1). I crediti di peggiore qualità, le sofferenze bancarie, si sono attestate a 155 miliardi di euro secondo i dati relativi alla fine del 2013, con un crescita del 25% su base annua. Sono in particolare i finanziamenti erogati alle imprese ad incidere sui mancati pagamenti (quasi l’80% dell’intero aggregato). 

Grafico 1. Finanziamenti deteriorati delle banche italiane

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Fonte: Banca d’Italia.

Con le verifiche da parte della Banca Centrale Europea (BCE) e dell’Autorità Bancaria Europea (EBA) sullo stato di salute delle principali 130 banche europee, tra cui 15 istituti italiani, la pressione sul management bancario al fine di presentare bilanci più robusti e trasparenti si sta facendo sempre più forte. 
Al momento si sta discutendo di diverse possibili soluzioni, ognuna delle quali presenta dei pro e dei contro (per una breve rassegna si veda Rapporto CER, Aggiornamenti Banche). Qui di seguito cerchiamo di avanzare una proposta di badbankdi sistema curando i dettagli che sono cruciali per la sua riuscita. 
La costituzione di una badbank ben congegnata dovrebbe affrontare i seguenti nodi cruciali:

1) Compartecipazione pubblica. In analogia con tutte le esperienze positive più o meno recenti, il veicolo di sistema dovrebbe operare con la compartecipazione del settore pubblico. Proprio la natura di sistema del fenomeno, per i suoi risvoltiper tutta l’economia, chiama in causa un ruolo del pubblico. Questo permetterebbe di far abbassareil rischio percepito dagli operatori di mercato favorendo l’afflusso di capitali privati. Questo deve avvenire in modo trasparente al fine di rendere l’operazione attraente per il privato, il rischio di sussidi indistinti alla parte del sistema improduttivo del paese deve essere scongiurato. Le vie maestre sono due: una partecipazione di minoranza qualificata dello Stato (o di un soggetto ad esso collegato quale ad esempio CDP) con un ruolo di minoranza (tra il 25 e il 49% ad esempio). Un’alternativa potrebbe essere quella della garanzia con lo Stato che svolge la funzione della componente equity di una cartolarizzazione comprendo il primo 10-30% delle possibili perdite. L’utilizzo della garanzia dovrebbe essere comunque limitato onde evitare che il tutto si tramuti in un sussidio indistinto;
2) Specializzazione sulle imprese. Essendo il problema dei crediti dubbi legato soprattutto ai finanziamenti erogati alle imprese, il veicolo dovrebbe specializzarsi solo su questa tipologia di crediti, come nel caso spagnolo la specializzazione riguardava i mutui immobiliari;
3) Modalità di acquisizione dei crediti. le banche che decidono di partecipare all’iniziativa devono mettere a disposizione l’intero portafoglio crediti verso le imprese. In altri termini, e in analogia con quanto osservato in Irlanda, è il veicolo a decidere quali finanziamenti acquisire, avendo come obiettivo primario i crediti in uno stato più o meno grave di insolvenza, ma lasciandosi comunque aperta la possibilità di rilevare anche crediti in bonus qualora lo ritenesse opportuno. Lasciando alla badbank la decisione sui crediti da acquisire si diminuisce il problema delle asimmetrie informative tra la banca, che ha una conoscenza approfondita del debitore, e i gestori della badbank;
4) Prezzo di trasferimento equo. Elemento cruciale nel funzionamento della badbank è il prezzo di trasferimento dei finanziamenti, soprattutto nel caso in cui sia previsto l’intervento del settore pubblico. E’ importante quindi che un’istituzione terza rispetto alla banca, e alla badbank stessa,stimi con accuratezza il valore di mercato dei crediti. In analogia con il ruolo ricoperto dalla Banca di Spagna nel caso della badbank spagnola, un naturale candidato potrebbe essere la Banca d’Italia che dispone delle competenze necessarie alla valutazione degli asset bancari. Sfruttando anche le informazioni raccolte nell’ambito dell’asset quality review, la Banca d’Italia potrebbe individuare delle best practice adottate dalle banche italiane per la valutazione dei crediti dubbi, classificandole in base alla dimensione e al settore di appartenenza dell’impresa debitrice;
5) Tempestività di azione. Una volta acquisiti i crediti dubbi, la badbank dovrà decidere, in tempi rapidi, se portare l’impresa debitrice al fallimento, oppure riorganizzarla convertendo i suoi crediti in capitale e/o valutando l’opportunità di fusioni con altre imprese, in salute o anch’esse in stato di difficoltà. La badbank svolgerebbe in qualche misura anche la funzione di fondo specializzato in operazioni di turn around/ristrutturazione. Attraverso questa attività la badbank potrebbe quindi fornire un impulso alla crescita dimensionale e alla ristrutturazione delle imprese, con effetti anche sulla loro competitività. Affinché l’azione della badbank sia efficace è determinante il fattore temporale: una durata troppo breve spingerebbe a prendere decisioni troppo affrettate; una durata troppo lunga permetterebbe di mantenere in vita imprese inefficienti. Al riguardo l’esperienza della Svezia degli anni ’90 insegna che è possibile ottenere risultati ampiamente positivi nella gestione dei crediti delle imprese nell’arco di 5 anni. Per l’Italia un arco temporale tra 5 e 10 anni potrebbe funzionare;  
6) Governance indipendente. Con riguardo alla governance della badbank, per ottenere risultati efficienti è importante che questa sia scollegata da logiche di consenso politico. Il management deve avere caratteristiche professionali riconosciute ed essere indipendente da organismi politici, così come devono essere evitati conflitti d’interesse con l’industria bancaria che potrebbe essere tentata di rifilare ‘‘bidoni’’ in pessime condizioni alla badbank. Per minimizzare i problemi connessi con il problema principale-agente, per cui si può verificare il disallineamento tra gli interessi degli azionisti della badbank, tra cui i contribuenti, e i manager, quest’ultimi dovrebbero essere incentivati a massimizzare il risultato finale, che potenzialmente potrebbe anche rilevarsi in un guadagno per le casse pubbliche. 

Se quelli appena descritti sono gli elementi fondamentali che sintetizzano la nostra proposta per una badbank italiana, ultimo elemento da trattare riguarda la sua dimensione. Tenuto conto che al netto delle svalutazioni già effettuate l’ammontare complessivo delle sofferenze verso le imprese è stimabile in circa 60 miliardi di euro, e posto che i due primari istituti bancari sono in una condizione patrimoniale che probabilmente non necessita di un supporto esterno, una badbank con una dotazione tra i 20 e i 30 miliardi di euro dovrebbe essere sufficiente. L’impegno per le casse statali come capitale potrebbe essere tra i 5 e i 10 miliardi.


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