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Unione monetaria 2014: Si o No? E-mail
di Roberto Tamborini
17 febbraio 2014
euro.jpgL'estate del 2012, nel mezzo di uno degli anni peggiori del dopoguerra, sembrò un momento di svolta dell'Euro-crisi. Prima di tutto venne annunciato l'ambizioso programma per la creazione di una "Genuina Unione economica e monetaria" (EU Council , 2012). 

Sottoscritto dai Quattro Presidenti (Consiglio europeo, Commissione, Eurogruppo, Banca centrale), il programma dava finalmente il segnale politico ai massimi livelli del fatto che l'Europa non era teatro di una sequela di crisi locali, ma di una vera e propria crisi dell' Unione monetaria con cause profonde, istituzionali e strutturali. Veniva tracciata la road map di una riforma complessiva dell'Unione. In tre ambiti  bancario, fiscale, politico  il programma prevedeva l'introduzione di significativi meccanismi di "condivisione della sovranità" e la creazione di nuovi istituti sovranazionali, con lo scopo di correggere errori, mancanze e storture emerse durante la crisi. Nello stesso tempo, la Banca centrale europea attivò il meccanismo d'intervento per la stabilizzazione del mercato dei titoli di Stato (Outright Market Transactions), il quale colmava, in parte, l'evidente anomalia operativa della BCE rispetto alle consorelle del resto del mondo. Infatti l'OMT, accompagnato dal famoso discorso di Mario Draghi sull'impegno incondizionato a difendere la stabilità monetaria e finanziaria del sistema, ebbe l'immediato effetto di domare le aspettative crescenti di default sovrani (che si stavano autoavverando), portando ad uno sgonfiamento dei premi di rischio che ha resistito fino ad ora (Draghi , 2012). Infine, nuovi leader politici e nuovi governi insediati nei paesi più a rischio tamponavano il crescente malcontento popolare e l'ascesa di forze anti-europee, e dichiaravano la loro determinazione a promuovere interventi immediati e riforme di più lungo termine coerenti con lo spirito della nuova Unione.

Il 2013 è stato un anno di (relativa) quiete finanziaria. I tre eventi ricordati sopra hanno continuato a calmierare gli spread dei titoli di stato, le borse si sono rivitalizzate, Spagna e Irlanda sono uscite dai rispettivi programmi di aiuti, l'Italia non è più in emergenza finanziaria. I disavanzi fiscali sono stati riportati in linea col limite del 3% del PIL in quasi tutti i paesi. I debiti sovrani invece hanno continuato a crescere anche in rapporto al PIL, ma senza effetti apprezzabili sui tassi d'interesse. Il merito della quiete finanziaria va soprattutto all'OMT, visto che gli altri due eventi del 2012 non hanno, in verità, finora sortito effetti tangibili di grande portata. Il progetto per la nuova Unione ha fatto qualche progresso sul fronte bancario  con luci e ombre che approfondiremo nei prossimi numeri. Quasi nulla su quello fiscale, né tanto meno politico. Quanto all'OMT, merita di essere evidenziato che esso costituisce la prova dell'errore commesso in precedenza: non sono i colpi del bastone dello spread dati dagli investitori lasciati a loro stessi che danno ai governi la volontà e la forza per consolidare le finanze pubbliche.
Il 2013 ha lasciato, invece, un'eredità ancora pesante sul fronte dell'economia reale, delle tensioni sociali e politiche. La tabella seguente riassume i dati relativi ai tassi di crescita forniti da Eurostat (dicembre 2013) per i primi 12 paesi dell'Unione.

 

 

Paesi in recessione

Tasso di crescita > 00-07

2013

7 (FIN, GRE, IRE, ITA, OLA, POR, SPA) + UME12

Nessuno

2014

Nessuno

Nessuno tranne GER

2015

Nessuno

Nessuno tranne GER


Nel 2013 ben 7 paesi, oltre all'intera Unione, erano ancora in recessione, e nessuno ha recuperato il tasso di crescita medio precedente alla crisi. Le recessioni, si stima, finiranno nel 2014, ma solo la Germania tornerà al tasso di crescita pre-crisi (peraltro assai modesto su scala mondiale). Se prendiamo a riferimento il livello del PIL, il quadro è ancora più cupo: nel 2013 ben 7 paesi su 12 non hanno ancora recuperato il PIL che avevano nel 2007 (Finlandia -2%, Grecia -22,8%, Irlanda -5,4%, Italia -8%, Olanda -1,2%, Portogallo -7%, Spagna -6,4%). Il tasso di disoccupazione dell'Unione si è attestato al 12,2%, quasi 5 punti in più del 2007, ed è aumentato costantemente in tutti i paesi tranne la Germania (Grecia +18,7, Spagna +18,7, Irlanda +9,5, Portogallo +9,3, Italia +5,7). I paesi più colpiti per perdita di PIL e occupazione hanno anche registrato consistenti riduzioni delle remunerazioni reali per occupato: Grecia -18,6%, Irlanda -9,7%, Portogallo -5,8% (Italia e Spagna hanno contenuto la perdita a meno dell'1%, sollevando critiche per la rigidità del mercato del lavoro). Effetti della Grande Recessione o dell'austerità? Il dibattito è aperto, anche se, dopo il Fondo monetario, anche la Commissione europea inizia a riconoscere che gli effetti recessivi dell'austerità sono stati maggiori del previsto (per un'analisi complessiva dell'austerità rimando a "Transatlantic austerity 2010-…", DEM Discussion Paper 2013/10 ).
Sia come sia, la gestione, quantomeno problematica, della crisi  (ma anche una parte della crisi) è figlia legittima dell'impianto istituzionale creato a Maastricht, il che ci riporta alla necessità della sua riforma. Avremo modo, nei prossimi mesi, di seguirne gli sviluppi, ma all'inizio di questo settimo anno di crisi la percezione è che il 2014 potrà essere (e forse è sperabile che sia) l'anno decisivo per il futuro dell'Unione, in cui tutti i paesi membri, alla fine, dovranno decidere, per davvero, per un nuovo inizio o per la fine (possibilmente ordinata) dell'esperienza dell'euro. La ragione è che le cifre che abbiamo visto sono solo campanelli d'allarme di quel che sta avvenendo in profondità nei paesi dell'Unione, a livello sociale e politico. Un aspetto paradossale, ma cruciale, è il malcontento, generalizzato e acuto, in tutti i paesi. Sia in quelli in più forte sofferenza, ma anche in quelli che son riusciti a dettare l'agenda della gestione della crisi, e meno hanno sofferto. Il discredito, se non il rigetto, delle istituzioni europee è crescente. Ancora peggio, la dottrina di Maastricht applicata alla crisi ha rivitalizzato, anziché annientare definitivamente, il virus letale dell'Europa: il nazionalismo economico. Sempre più europei pensano che i propri guai siano la conseguenza di stranieri imbroglioni o malvagi. La capacità di contenimento politico delle spinte anti-euro, e anti-Europa, si sta esaurendo; il caso dell'Italia è emblematico, e  vedremo l'esito delle prossime elezioni europee. La quiete del 2013 è destinata a terminare presto, e il tempo per  l'accanimento terapeutico sul Trattato di Maastricht, nella convinzione, più o meno in buona fede, che possa riprendere a funzionare, è finito  (De Grauwe, 2013; Steinherr, 2013).
Ma dietro la facciata di unanimismo per la "Genuina Unione economica e monetaria"  delineata dai Quattro Presidenti si fatica a vedere sinceri sforzi riformatori. Se è lecita una dose d'incertezza sulla reale volontà e capacità dei paesi più deboli di riformare se stessi per far parte credibilmente della nuova Unione, l'incertezza sulla reale volontà dei paesi più forti è altrettanto legittima. Lo scenario strategico si presenta molto più complesso, e pericoloso, della sola contrapposizione tra partiti pro-euro e anti-euro. La vera battaglia si combatterà dentro il campo degli ufficialmente pro-euro, tra  genuini riformatori dell'Unione e conservatori dello status quo, e sarà di natura essenzialmente politica, dato che tocca il cuore delle ragioni fondative dell’Unione stessa. L’obiettivo massimale dei conservatori è l'agognato progetto dell' "euro del Nord" da allargare via via, e molto selettivamente. Mantenere lo status quo è l'obiettivo minimale e strumentale: se i paesi del "Sud" desiderano restare devono farsi interamente carico dei costi imposti dal sistema vigente, altrimenti possono uscire, aprendo la strada all' "euro del Nord" senza pagare il pedaggio della colpa della rottura.
Un ulteriore elemento d'incertezza è che riformatori e conservatori si fronteggiano per ora nel campo dell'opinion making, ma non hanno ancora espresso, o conquistato, una propria leadership politica là dove si prendono le decisioni. Il leader naturale dei conservatori è la Germania, ma i governi a guida Merkel, finora, hanno mantenuto un ruolo enigmatico in questo gioco. La nuova Grosse Koalition non ha sciolto l'enigma, ma l'attrazione tedesca per l' "euro del Nord" è in ascesa (A. Steinherr, "Why Germany should leave the euro", 2013). Quanto ai genuini riformatori, possono trovare rappresentanza, voce e guida in Francia e in Italia. La Francia è certamente ostile all' "euro del Nord" oggi come lo era a Maastricht, ma dopo aver archiviato l'asse Sarkozi-Merkel è scomparsa dai radar della politica europea. Per quanto ci riguarda, non possiamo ignorare i forti handicap politici ed economici del nostro paese,  né  il fatto che Monti e (finora) Letta non siano riusciti ad ottenere molto più di attestati di stima e simpatia per aver preso il posto del Cavaliere di Arcore. Dunque se il 2014 sarà l'anno decisivo per le sorti dell'Unione monetaria, l'Italia, cui toccherà la guida nel secondo semestre, dovrà fronteggiare compiti e responsabilità formidabili. Come in ogni negoziato di alta politica, occorrerà una combinazione straordinaria di idee chiare, determinazione e spregiudicatezza. 
Primo, l'Italia dovrà convincere sé stessa, per convincere tutti gli altri, che la riforma dell'Unione monetaria non è un sistema di scappatoie dalle responsabilità politiche, fiscali ed economiche che sono indispensabili per vivere e prosperare nell'Europa dell'euro. Secondo, dovrà evitare la trappola retorica degli Stati Uniti d'Europa, belli e impossibili, e la prospettiva immediata di balzi in avanti federali con massicci meccanismi di solidarietà e mutualità fiscale. C'è invece urgente bisogno di quel che è drammaticamente mancato durante la crisi: un sistema efficace di prevenzione e stabilizzazione dell'instabilità economica e finan¬ziaria opportu¬namente articolato a livello nazionale e sovranazionale:
1. regolazione macroprudenziale del sistema finanziario, con effettivi poteri di controllo e d'intervento dentro e fuori i confini dei paesi membri;
2. meccanismi di stabilizzazione finanziaria  forti e credibili (risoluzione delle crisi bancarie + rafforzamento del Meccanismo europeo di stabilità); 
3. completo ridisegno delle regole di finanza pubblica basandole su: a) passaggio dall'approccio "paese per paese" ad un sistema orientato al coordinamento delle politiche fiscali; b) rimozione dei vincoli di bilancio di breve e rifocalizzazione su piani di sostenibilità del debito di medio-lungo termine; c) flessibilità concordata e monitorata dei piani medesimi in relazione alla fase del ciclo economico, nazionale e complessivo; d) alleggerimento di alcune competenze fiscali passandole al bilancio dell'Unione (difesa, spese infrastrutturali, stabilizzatori automatici…) 
4. coordinamento tra politica fiscale e politica monetaria per la stabilizzazione del livello aggregato di attività economica dell’Unione; 
5. riallineamento delle competenze delle BCE con quelle delle banche dei paesi sviluppati.
Infine, il leader dei genuini riformatori dovrà avere la capacità e la forza di porre con durezza e chiarezza l'alternativa : o si vara una riforma con tutti i crismi e carismi, quelli che non piacciono al "Sud" e quelli che non piacciono al "Nord", oppure ognuno dovrà prendersi la propria responsabilità di dire 'No' all'Unione economica e monetaria europea. Tertium non datur.

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