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L’INFORMAZIONE PUBBLICA E LE POLITICHE DI CONTRASTO ALLA POVERTÀ E ALLA DISUGUAGLIANZA E-mail
di Elena Granaglia
29 marzo 2013
disuguaglianza.jpgCome ci ammoniva Hume, “il dover essere non può derivare dall’essere”. Potremmo aggiungere, l’essere stesso è, quanto meno in parte, una costruzione normativa.


 

 

Ciò riconosciuto, se si ha a cuore il contrasto alla povertà e alla disuguaglianza, sono usciti, in quest’ultimi mesi, due rapporti, il Rapporto Bes (Benessere Equo e Sostenibile) a cura dell’Istat e il Global Wage Report 2012-2013 a cura dell’ILO, che offrono un insieme di informazioni essenziali per delineare il quadro degli interventi da effettuare.

 

Fra i molti dati, vorrei soffermarmi brevemente su cinque. Primo, dopo anni di sostanziale stabilità (perdurante anche nei primi anni della crisi), nel 2010, la povertà in Italia ha ripreso a crescere. La povertà di reddito è salita al 19,6% (+1,4 % rispetto all’anno precedente) mentre la grave deprivazione ha raggiunto l’11,1% (+4,2%). Certo, tutte le misure di povertà comportano aspetti critici. La misura in termini di reddito, essendo relativa, è non solo pro-ciclica, ma assume una visione di povertà come disuguaglianza (rispetto a valori mediani) a prescindere dal riferimento ad uno standard di vita decente. La misura in termini di grande deprivazione si basa su una batteria di indicatori che potrebbero essere opinabili: ad esempio, l’indicatore relativo al ritardo nel pagamento delle bollette potrebbe avere a che fare più con preferenze che non con situazioni di svantaggio.

 

Ciò nondimeno, dopo tanti anni di stabilità, entrambi i valori sono in aumento (pur partendo da livelli superiori rispetto alla media UE per quanto concerne l’indicatore monetario). L’incremento della povertà, inoltre, si associa ad un incremento dell’indebitamento (in ispecie per piccole somme) e il passaggio in condizioni di deprivazione, lungi dall’essere circoscritto a soggetti poveri di reddito (o con redditi vicini alla soglia di povertà), ha interessato anche soggetti con redditi vicini se non superiori alla media (12% dei deprivati nel 2011 si trovava, nel 2010, nel terzo quintile della distribuzione dei redditi).

 

Secondo, con la crisi economica, il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 5%. A partire dal 2010, la dinamica del reddito aggiustato (reddito disponibile + fitti imputati + un ulteriore valore imputato per tenere conto del valore delle prestazioni sociali in natura) peggiora, addirittura, rispetto a quella del reddito disponibile.

 

Terzo, la concentrazione della ricchezza ha continuato a crescere (pur partendo da valori relativamente più bassi rispetto alla media UE): dal valore minimo di 0,6 nel 2004, l’indice di Gini è salito a 0,62, mentre la quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco è arrivata al 45.9. Rispetto al reddito, l’Italia resta poi uno dei paesi più disuguali dell’area euro.

 

Quarto, la crisi ha acuito le disuguaglianze nell’accesso al mercato del lavoro (nei tassi sia di occupazione sia di stabilizzazione dei rapporti di lavori), con particolare riferimento alle disuguaglianze territoriali e generazionali. L’unica eccezione riguarda la disuguaglianza di genere, che è diminuita. La diminuzione, tuttavia, lungi dal riflettere un miglioramento effettivo per le donne, altro non riflette che il fenomeno, certamente non attraente, del levelling down, ossia, del miglioramento al ribasso, prodotto dalla diminuzione dell’occupazione maschile nei settori dell’edilizia e del manifatturiero. Peraltro, il divario di genere resta fra i più elevati in ambito europeo. Aumentano, poi, i lavoratori irregolari stimati attorno al 10% (2,5 milioni di persone), mentre la percentuale di laureati e diplomati sovra-istruiti cresce interrottamente da poco più del 15% nel 2004 a 21% nel 2010. Interessante, su questo fronte, è rilevare come il Mezzogiorno, tipicamente la zona più svantaggiata del paese, ceda la posizione al Centro (ponendosi, invece, su valori simili a quelli delle regioni del Nord).

Tutte le informazioni finora presentate derivano dal Rapporto Bes1. L’ultimo insieme di dati su cui vorrei portare l’attenzione è racchiuso nel grafico 1 tratto dal sopra citato Rapporto ILO. In sintesi, la “great divergence”/la ”painful separation” fra crescita e miglioramento delle condizioni dei lavoratori che aveva incominciato a prendere piede negli Stati Uniti a metà degli anni 70 è diventata un dato generalizzato, i valori del grafico riguardando il complesso delle principali economie sviluppate2. Aggiungo come l’indice delle retribuzioni riportato nel grafico concerni i valori medi, a prescindere dalle disuguaglianze fra lavoratori. A quest’ultimo proposito, sempre il rapporto ILO indica, per i 10 paesi sviluppati per i quali ci sono dati, una diminuzione, fra il 1980 e il 2005, di ben 12 punti della quota delle retribuzioni dei lavoratori unskilled.

 

Grafico 1

grafico-granaglia.jpg

 

 

Come sopra riconosciuto, i dati non indicano di per sé cosa fare. Se si è interessati al contrasto della povertà e della disuguaglianza, i dati forniti offrono, tuttavia, indicazioni preziose. Il mantra ancora diffuso secondo cui ulteriori deregolazioni del mercato del lavoro sarebbero il prezzo da pagare per incrementare la produttività e di conseguenza fare stare meglio anche i lavoratori va, con decisione, abbandonato. Certamente, l’Italia rappresenta una bestia nera nel panorama internazionale della produttività: da noi l’esigenza di incrementare la produttività è indiscutibile. Ciò nondimeno, l’evidenza è univoca: l’incremento di produttività non assicura il miglioramento delle condizioni di vita della gran massa dei lavoratori. Istituzioni forti del mercato del lavoro restano cruciali per assicurare una maggiore equità nella distribuzione primaria (o, nei termini di Hacker, sul piano della ­pre-distribution). Similmente, va abbandonato l’altro mantra secondo cui l’investimento in istruzione sia la via principale per migliorare le retribuzioni dei lavoratori unskilled.

 

Anche rispetto all’istruzione, è indubbia l’esigenza di innalzare la qualità media delle competenze fornite (in particolare, in alcune aree del paese) nonché di diminuire la persistente e crescente disuguaglianza intergenerazionale nei percorsi formativi. I dati (e il trend) sulla sovra-istruzione ci obbligano, però, ad una maggiore cautela circa gli effetti sulle retribuzioni: cruciale, al miglioramento delle retribuzioni, è la qualità della domanda di lavoro (e con essa, della politica industriale). Infine, per quanto desiderabili, politiche di reddito minimo contro le povertà estreme appaiono del tutto insufficienti, lasciando scoperte sia le esigenze di contrasto alla povertà relativa nonché alle crescenti difficoltà di accesso alla soddisfazione di bisogni fondamentali anche da parte di soggetti non poveri di reddito sia la questione della concentrazione delle risorse fra i percentili più elevati della popolazione.

 

Per quanto allentabili, i vincoli sono sotto gli occhi di tutti. Le evidenze empiriche ci obbligano, tuttavia, ad inquadrare anche piccoli passi dentro una strategia composita e pluridimensionale di contrasto alla povertà e alla disuguaglianza.


 



1 Come sopra indicato, il rapporto contiene molte altre informazioni di interesse, dai dati sulle disuguaglianze di istruzione e intergenerazionali ai dati sulle disuguaglianze ambientali sui quali ho scelto di non soffermarmi nell’assunto che siano più conosciuti.

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