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REDDITO MINIMO: COMINCIAMO A PENSARCI E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
16 marzo 2013
reddito minimoIl reddito di cittadinanza torna al centro del dibattito politico. In Europa, il tema è stato di recente ripreso presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. In Italia, con le ultime elezioni si è tornato a parlare di reddito di cittadinanza.
 

Il tema è cruciale perché impone di guardare da una prospettiva radicalmente diversa non solo la disoccupazione endemica, ma anche la deriva del lavoro precario. Assenza di lavoro, discontinuità delle occasioni lavorative, insufficienza dei livelli retributivi minimi potrebbero trovare nel reddito di cittadinanza un argine rispetto ai rischi di una dilagante esclusione sociale (si veda in proposito il rapporto Caritas 2012 su povertà ed esclusione sociale in Italia).

Ma la previsione di un reddito finalizzato a garantire lo ius existentiae, erogato a prescindere dal lavoro che si è svolto o che non si è capaci di svolgere, scardina i pilastri del nostro sistema di welfare, ancora essenzialmente fondato sul lavoro. Il che spiega in parte le resistenze che da più parti si sono manifestate verso forme di reddito di cittadinanza, non solo da destra (ricordate Sacconi? “Non regaleremo mai un euro a chi non lavora”) ma anche da sinistra e da una parte del mondo sindacale, dove si è temuto in un primo momento di incentivare così un indebolimento delle tutele nel rapporto di lavoro (tale reddito è infatti strettamente connesso alle politiche di flexicurity).

Il tema è complesso e va affrontato senza posizioni aprioristiche, per evitare rigetti pregiudiziali o invocazioni utopistiche, che non contribuiscono a prenderlo sul serio e a renderlo concretamente praticabile. Pochi ormai mettono in discussione che sia auspicabile l’approdo del nostro paese a forme di reddito garantito, soprattutto dopo che con la Carta di Nizza la garanzia di un’esistenza dignitosa rientra tra i diritti fondamentali dell’Unione europea, dove l’Italia resta un fanalino di coda (in compagnia di Grecia e Ungheria). Il principio è infatti oggi enunciato all’art. 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Quanto alla praticabilità di questo approdo, è necessario un approccio empirico, per valutare entro quali limiti tali misure possano essere introdotte, e fino a che punto gli ostacoli del nostro sistema si presentino come insormontabili.

Occorre anzitutto distinguere tra reddito di cittadinanza (o basic income) in senso stretto, che implica un’erogazione di reddito a prescindere dall’apposizione di condizioni, e reddito minimo garantito (detto anche reddito minimo di inserimento). Quest’ultimo, che costituisce l’unica vera strada percorribile, è finalizzato a combattere le situazioni di povertà e il rischio di esclusione sociale, mediante erogazioni di reddito spesso condizionate a determinati comportamenti attivi dei percettori, oltre che da una verifica dell’effettivo stato di bisogno. Esso implica pertanto la selezione dei soggetti destinatari e l’accettazione di politiche di condizionalità.

In tempi di tagli alla spesa pubblica è complesso ragionare su queste misure. Al difficile reperimento delle risorse si aggiungono alcune carenze tipiche del sistema italiano: come conciliare il reddito minimo garantito con la presenza massiccia di lavoro nero ed economia sommersa? Come accompagnare tali erogazioni a un efficiente sistema di politiche attive del lavoro? Le strutture burocratiche e amministrative deputate all’erogazione sono in grado di far fronte ai relativi compiti?

Nulla è impossibile. Da una razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali e dai tagli ai costi della politica da più parti preannunciati, si possono recuperare le risorse per un’introduzione iniziale, in via sperimentale, di questa misura. E’ possibile, poi, mettere in campo accorgimenti che prevengano gli abusi, mediante la rilevazione del tenore di vita familiare (esistono sistemi sofisticati di rilevazione, che possono essere ulteriormente perfezionati), oppure affiancando all’erogazione di reddito l’offerta di altre prestazioni sociali (si pensi ai servizi abitativi, sanitari, scolastici).

Per avviare il discorso in concreto, e prendendo esempio dagli esperimenti già avviati a livello territoriale, si potrebbe cominciare dall’erogazione di un reddito minimo a famiglie in condizione di povertà assoluta, o, se occorre restringere ulteriormente il campo, in condizioni di povertà assoluta con figli minori. A partire dai lavori della Commissione Onofri voluta nel 1997 dal Governo Prodi, gli esperimenti avviati in Italia sono stati diversi, e molti hanno visto la luce nell’ambito delle politiche territoriali. La strada è stretta, ma anche il Rapporto Bankitalia di questi giorni sulla ricchezza – o meglio, sulla povertà – delle famiglie italiane segnala l’urgenza di invertire la rotta della lotta all’esclusione sociale.

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