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DIMEZZARE IL NUMERO DEI PARLAMENTARI: UN ARGOMENTO RILEVANTE? E-mail
Politica e Istituzioni
di Leonzio Rizzo
16 marzo 2013
dimezzamento parlamentariMercoledì 6 marzo la direzione del PD ha approvato un’agenda di programma articolata in otto punti da sottoporre al Presidente della Repubblica e quindi al Parlamento dopo un eventuale incarico.

Alcuni di questi punti sono condivisibili, altri un po’ meno, altri sembrano proprio inseguire la moda del momento.
Tra questi ultimi spicca quello relativo alla volontà di approvare una norma costituzionale per il dimezzamento dei parlamentari: uno dei temi che ha caratterizzato la recente campagna elettorale assieme all’abolizione o riduzione dell’IMU sull’abitazione  principale.
Il nostro Parlamento rispetto alla media dei Paesi OCSE, guardando al rapporto della popolazione per parlamentare, risulta sovradimensionato, ma non del doppio; il costo pro-capite risulta più alto della media e il costo sul prodotto interno lordo pro-capite risulta il più alto di tutti. Quindi sembra comunque ragionevole pensare, che nel caso in cui la diminuzione del costo del Parlamento sia ritenuta un’importante priorità da perseguire, anziché diminuire il numero dei parlamentari, sarebbe meglio diminuirne gli emolumenti (http://www.lavoce.info/risparmiare-ma-senza-dimezzare-il-parlamento).
Ma un’operazione del genere, oltre a generare consenso tra le maglie del tessuto sociale, che effettivo apporto darebbe alle urgenze del fabbisogno finanziario dello stesso tessuto sociale?
E’ possibile misurare il risparmio ottenibile dal dimezzamento del Parlamento utilizzando i dati disponibili sul sito della Camera dei deputati alla voce “trattamento economico” (http://www.camera.it/383?conoscerelacamera=4) e sul sito del Senato della Repubblica sempre alla voce “trattamento economico” (http://www.senato.it/1075?voce_sommario=61)
Lo stipendio lordo del senatore è di 10.385,31 euro mensili e quello del deputato è di 10.435 euro. Poi vi sono altre voci, sommando le quali si arriva ad  un costo totale di 17.795,371 euro per un deputato e di 16.462,15 euro per un senatore. Poiché i senatori sono 319 e i deputati 630 (http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede_v3/Statistiche/Composizione/SenatoriPerEta.html), il costo annuo totale del Parlamento imputabile al numero di parlamentari è di 197.550.115 euro.
Se si dimezza il numero dei parlamentari come il PD nel punto (della proposta elaborata mercoledì 6 marzo) relativo ai costi della politica propone, si risparmiano 98 milioni di euro. Questa cifra corrisponde a poco più un millesimo degli interessi sul debito pubblico dell’Italia nel 2012, che secondo il dato provvisorio fornito dall’ISTAT sono circa 86 miliardi (http://www.istat.it/it/archivio/73036).
Forse sarebbe opportuno dare priorità a problemi più finanziariamente consistenti e di pari dignità etica. Basterebbe solo guardare con un po’ di attenzione i conti pubblici. Ecco due esempi.
Perché le uscite correnti della sanità dal 2000 al 2011 (http://www.istat.it/it/archivio/78376)
sono aumentate del 65% per un valore pari a quasi 42 miliardi di euro, al cui interno spicca la voce consumi intermedi che con un aumento di quasi 16 miliardi, ha fatto segnare nello stesso arco temporale un incremento del 125%? Che responsabilità ha la politica su questi numeri? Come si intende riparare, o meglio quanti denari si pensa di recuperare da questa situazione?
Nello stesso arco temporale i trasferimenti dallo stato centrale agli enti di previdenza (http://www.istat.it/it/archivio/78376) sono aumentati del 75% per un valore di poco superiore a 42 miliardi. Come si intende gestire la continua crescita della voce prestazioni sociali (in gran parte dovuta al trend della spesa pensionistica)? Qual è il costo che la politica genera sulle future (e presenti) giovani generazioni cronicizzando questi trend finanziariamente insostenibili?
  Commenti (2)
Non solo risorse
Scritto da Vincenzo Carrieri, il 25-03-2013 21:46
Condivido l'analisi, tuttavia non vanno trascurati potenziali effetti positivi della riduzione degli emolumenti (e non della diminuzione dei parlamentari) che vanno ben oltre il recupero di risorse pubbliche. Innanzitutto, stipendi così più alti della media rischiano di attrarre politici di professione ed incentivare pratiche clientelari per la ricerca del consenso. Al contrario, stipendi più in linea con quelli di altre occupazioni, potrebbero contribuire a selezionare effettivamente coloro che vedono la politica come servizio o al massimo come passione ma non come professione. Inoltre, probabilmente, stipendi più bassi renderebbero più credibili politiche di austerità e sacrifici per gli elettori. In estrema sintesi, penso che le proposte di riduzione dei costi della politica siano molto più che un mero tentativo di risparmiare risorse pubbliche.
Conseguenze
Scritto da Vincenzo Cusolito, il 17-03-2013 16:16
Dal punto di vista quantitativo le spese delle Camere penso siano collegate al numero dei rappresentanti, ovvero un numero dimezzato di deputati e senatori porterebbe alla riduzione di spese di gestione, affitti, rimborsi, spese postali, ebanisti, barbieri, presidio medico con pronto soccorso coronarico e via di seguito, senza citare i mancati contributi dei parlamentari alle spese per treni, aerei, telefoniche e chissà cos'altro, che vengono ripagati dagli altri utenti. 
La spesa 2011 di camera e senato fu appena superiore a 1,5€ milioni, a cui Fini e Schifani hanno appena applicato un congelamento (http://www.liberoquotidiano.it/news/904156/Camera-Senato-e-Quirinale-costano-il-triplo-rispetto-agli-altri-paesi-Ue.html). 
Dal punto di vista qualitativo, la riduzione del numero dei parlamentari andrebbe valutata anche in base alla presenza efficace in aula e in commissione, ovvero se la presenza media (http://espresso.repubblica.it/dal_parlamento/presenze/senato) di metà dei rappresentanti permetterebbe un funzionamento adeguato anche nel caso che si tornasse ad una legge elettorale basata sulle preferenze e che quindi richiede maggior presenza sul territorio.  
In tutti i casi è rilevante l'effetto sulle altre amministrazioni in particolare quelle regionali sia come numero sia come emolumenti.

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