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VOTO DEL SUD: TRA GRILLOECONOMICS E BERLUSCONOMICS E-mail
Politica e Istituzioni
di Mario Centorrino, Pietro David, Margherita Billeri
08 marzo 2013
elezioniNei commenti relativi ai risultati elettorali, scritti, come si dice in gergo giornalistico, a “caldo”, l’attenzione è concentrata sull’aumento considerevole di voti conseguito dal Movimento 5 Stelle.

Dal punto di vista mediatico, usando sempre termini di gergo, il fenomeno Grillo ha “cannibalizzato” un’altra evidenza: le regioni meridionali hanno compiuto precise scelte politiche votando a favore del centro destra, di una coalizione cioè fondata sull’alleanza tra il partito di Berlusconi e la Lega Nord rispetto alle elezioni del 2008 ed aumentando il loro tasso di astensione (-8% Campania 2, -8% Calabria, -10% Sicilia). Dovremo subito trarre una prima considerazione: il Mezzogiorno ritiene le politiche economiche del movimento 5 Stelle e del centro-destra più efficaci per il superamento del divario che lo separa dalle altre regioni italiane. Più volte, nel corso del dibattito, si era auspicato che il voto del Sud premiasse l’offerta politica che sembrasse mostrare maggiore sensibilità al problema della coesione. Tenendo conto di alcuni dati drammatici: tra il 2007 e il 2011, ci ha ricordato in questi giorni la Svimez, il PIL meridionale ha subito una riduzione del 6% a fronte del 4% del Centro Nord. E l’asimmetria si è fatta ancora più drammatica nel 2012 con il PIL del Sud che segue -3,5% rispetto al -1,4% del Centro Nord. Un quadro è bene ricordare, aggravato dall’effetto recessivo delle quattro manovre effettuate nel 2012 e nel 2011 che sul PIL del 2012 è stimabile in -0.8% o del PIL nel Centro-Nord e -2,1% al Sud.
Se così è stato restano di difficile spiegazione –lo diciamo senza alcun intento polemico- due aspetti: quali punti dell’offerta Berlusconi-Grillo siano apparsi più centrati di altri sulla soluzione della questione meridionale?
Forse, può ipotizzarsi la volontà dichiarata di procedere ad una detassazione ed a misure generalizzate di condono, interventi giudicati come capaci di generare occupazione. Anche se, non mirate a determinare soluzioni alle criticità del mercato del lavoro specifiche del Sud (sommerso, precario). In ogni caso attraenti per il popolo degli evasori e degli abusivi (Berlusconi).
Ma quale peso si è attribuito al proposito di una delle componenti principali del centro-destra, la Lega Nord, di costituire una macro-regione che dovrebbe mettere insieme la “polpa” del sistema produttivo italiano (Veneto, Lombardia, Piemonte) e di riservare alla Lombardia (principio che verrebbe esteso poi a tutta la macro-regione) il 75% delle imposte pagate allo Stato? È opportuno aprire una “finestra” su quest’ultimo punto prima di proseguire.
Oggi, come è noto, i territori del Nord ricevono ovviamente assai meno di quanto finanziano ed il contrario accade al Sud. C’è dunque una redistribuzione, che si realizza attraverso il bilancio dello Stato, mirata a sostenere in misura più o meno omogenea, su tutto il territorio, politiche pubbliche nazionali, come la scuola e la sanità. La regola del 75% applicata a tutte le regioni vanifica questa omogeneità. La Lombardia non cederebbe come oggi 24 miliardi allo Stato ma solo 6 miliardi. La Sicilia oggi riceve 17 miliardi, mentre con la regola Lega Nord ne riceverebbe meno di due. In sostanza si verrebbero ad avere regione per regione livelli diversi di sanità e di istruzione scatenando flussi migratori insostenibili, ad esempio, tra la Sicilia e la Lombardia.
Quanto alle simpatie verso la Grilloeconomics potrebbero essere state innescate dalla promessa di un reddito di cittadinanza, ancora più se finanziato con il taglio dei costi della politica. Anche se gli esperti attribuiscono sia alla preferenza per Grillo che a quella di Berlusconi sostanzialmente carattere di “punizione” nei confronti del sistema politico per il primo e viceversa di sostanziale “fiducia” nelle sue potenzialità clientelari per il secondo.
Riprendiamo il filo del discorso. C’erano sul terreno altre offerte politiche per il Mezzogiorno, quella della sinistra, giusto per citarne una. Che evidentemente o non sono state sufficientemente elaborate o sono state comunicate senza efficacia e convinzione. Gli esperti fanno notare a proposito la differenza di platea d’ascolto prescelta dalla sinistra rispetto a quella scelta dal Movimento 5 Stelle: una platea identitaria, la prima, ristretta in contenitori. La piazza informe, la seconda, con ricezione trasversale di messaggi. Con una strana contraddizione e un paradosso che attendono spiegazioni. La contraddizione le perdite di voti più consistenti (in percentuale) il PD le ha subite in Puglia e Calabria, le regioni nelle quali il segretario del PD Bersani aveva ottenuto un notevole successo alle primarie e nelle quali aveva candidato molti componenti del suo “cerchio magico”.
Il paradosso: una volta c’era quanto meno la lotta alla mafia come argomento d’obbligo nelle arringhe alle piazze o nei talk-show, la cui citazione permetteva di “ripescare” il Sud e farne oggetto di attenzione. Ora, la lotta alla mafia è tema da trattare “pattinando” (ad eccezione di un partito, quello di Ingroia) e comunque con riferimento non più a territori specifici ma all’intero Paese (come ha fatto appunto il partito accennato). Mai e poi mai avremmo immaginato al Sud di dover nutrire “nostalgia” per la mafia di un tempo…
Ultima questione. Non abbiamo visto tra i temi d’accordo proposti da Bersani a Grillo nessun specifico riferimento a politiche di coesione salvo un generico accenno al problema del lavoro.
Nella tripolarità che si è ormai costituita (Berlusconi, Bersani, Grillo) ci sarà un sia pur minimo spazio di dialogo per parlare del Sud?
Ricorriamo ad un linguaggio meno accomodante. È come se la “questione meridionale” fosse morta e non si avessero idee precise su come seppellirla. Quasi si fosse realizzata un’ideale Yalta dove si sono decisi già i futuri destini di chi nascerà a Catania e di chi invece, pescando il biglietto giusto della lotteria, nascerà a Milano. Neanche il ricatto del voto è servito a respingere questo tacito assenso ad una silenziosa secessione del paese che non si sa o non si vuole contrastare. Una volta si  diceva che l’origine di questa incapacità stesse nella corruzione della classe dirigente meridionale. Ora che di questa classe si avvia a farne parte un movimento senza legami con la storia neanche questo “mantra” potrà più valere come alibi.
  Commenti (1)
Scritto da Sergio Marotta, il 09-03-2013 11:23
La "questione meridionale" non è morta è solo tornata ad essere una questione politica e non più una questione esclusivamente economica come era stata considerata dopo l’Unità e dopo la Seconda guerra mondiale. 
Nelle classi dirigenti, nel lungo periodo, si è consolidata l'idea di Norberto Bobbio – che all'epoca scandalizzò i benpensanti – che la questione meridionale era una questione "dei meridionali". Mentre si andava affermando l'idea di Miglio secondo cui voler conformare il meridione al modello europeo era un’assurdità e che bisognava partire dal concetto «che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate». 
Le classi dirigenti meridionali, poi, si sono distinte nel passare dalla prevalente attività di "intermediazione impropria" al «trasformismo delle parole» di cui parlava Giovanni Russo nella prefazione al suo «Baroni e contadini». 
Così non stupisce che i meridionali abbiano cercato nelle urne soltanto un modo per continuare ad andare avanti. 
Sergio Marotta

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