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AUSTERIT└ E CASTA NEL SEGRETO DELL'URNA E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Tamborini
08 marzo 2013
votoLe elezioni del 2013 sanciscono, a dispetto delle previsioni, il fallimento del primo tentativo di fondare una nuova repubblica post-berlusconiana. Cosa è successo, ed era imprevedibile?

I temi centrali della campagna elettorale sono stati due: come trovare una via d'uscita dalla crisi, riformare e bonificare radicalmente il sistema politico cacciando l'indegna "casta" al potere. Tutti i contendenti hanno presentato programmi e promesse sul primo punto. Sono emersi chiaramente due fronti: far qualcosa di più e meglio per dare ossigeno all'economia mantenendo un solido ancoraggio all'Europa (centrosinistra + centro), abbandonare totalmente l'austerità e mollare Europa ed euro se necessario (centrodestra e M5S). Nel fronte pro-Europa Monti ha scelto di rimarcare la sua distanza dalla sinistra del centrosinistra innalzando il vessillo delle riforme strutturali (leggi mercato del lavoro), ossia quel che egli intende per politiche per la crescita (qualcuno ha mai udito il professor Monti usare la parola domanda aggregata?). Bersani ha invece comunicato un (molto) moderato approccio "keynesiano" imperniato su 1) una rinegoziazione concertata in Europa di tempi e modi del consolidamento fiscale mettendo la ripresa economica per prima (n.b. questa è anche la strategia predicata dai "keyensiani" americani e messa in pratica da Ben Bernanke dal ponte di comando della banca centrale), 2) l'impegno a far marciare le riforme istituzionali dell'Unione monetaria che giacciono inerti sul tavolo. Quanto al secondo tema elettorale, la guerra alla casta politica è stata monopolizzata dal M5S, con gli altri partiti o silenti (centrodestra) o vaghi (centro) o con problemi di credibilità (centrosinistra).
    Giova ricordare le posizioni fotografate dai sondaggi fino alla vigilia delle elezioni: centrosinistra stabilmente in testa intorno al 35%, seguito dal centrodestra tra il 25% e il 30%, centro e M5S in lotta per il terzo posto tra il 15% e il 20%. Le previsioni e le dichiarazioni puntavano verso un governo di centrosinistra + centro. I voti veri sono stati molto diversi, rendendo impossibile una maggioranza omogenea tra Camera e Senato

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    In attesa di analisi tecniche dei flussi elettorali, si possono fare alcune considerazioni abbastanza evidenti. Prima di tutto il vero vincitore non è Silvio Berlusconi ma Beppe Grillo, il cui movimento ha nettamente superato i sondaggi. La performance del centrodestra è stata sorprendente, ancora una volta grazie alle magie del suo leader, rispetto alle pessime condizioni di partenza, ma questa volta Berlusconi non è stato capace di andare oltre i sondaggi prendendosi i voti last minute. In realtà il centrodestra ha perso più del 40% dei voti rispetto al 2008, ma è una delle magie preferite di Berlusconi far passare una sconfitta per una vittoria.
    Dunque la vera sorpresa sta nel magro bottino di PD e centro montiano, che si sono fermati ben al di sotto dei pronostici. Il PD ha perso più di 3 milioni di voti sul 2008, ma la fatale perdita del 5% dai sondaggi ai voti veri corrisponde esattamente al 5% in più del M5S. A posteriori si evidenziano tre errori strategici. Primo, il PD ha concepito queste elezioni come il consueto testa a testa con Berlusconi, mentre i suoi contendenti erano due. Secondo, i democratici hanno creduto che il loro popolo fosse immune dallo tsunami grillino, mentre non lo era: il combinato disposto austerità e casta ha pesato molto. Terzo, c'è stata una sopravvalutazione del valore elettorale del marchio Monti e dell'attrazione del Monti-smo sull'elettorato di centrodestra.
    Tutti gli errori che hanno mandato a vuoto questo primo tentativo di far nascere una nuova repubblica post-berlusconiana necessitano di un ripensamento e di una correzione di rotta; tuttavia io metto al primo posto la sopravvalutazione del Monti-smo. Perché è quello più insidioso e che rischia di ripetersi. Si tratta di un errore generalizzato, prodotto da élite politiche ed economiche autoreferenziali, sia in Italia che in Europa, inconsapevoli dei reali problemi e bisogni creati dalla crisi. Sono le stesse élite che per anni hanno cullato sé stesse e un'intera generazione di politici (soprattutto di sinistra) con l'idea illusoria che in Italia esistesse una vasta area "moderata" non disposta a votare a sinistra, ma pronta a lasciare Berlusconi se solo si fosse presentato un serio leader liberale di stile europeo. Dopo vent'anni di tentativi di trasformare la sinistra riformista esistente nella destra moderata inesistente, il messia s'è infine incarnato nella persona di Mario Monti. Monti certamente possiede quelle caratteristiche così lungamente attese, ma è ora ben chiaro, a meno di persistenti vapori ideologici, che era sbagliata la premessa: il popolo eletto è piuttosto esiguo, assai più dello zoccolo duro dei fan di Berlusconi. E il 40% che ha abbandonato Berlusconi e la Lega o non ha votato o ha votato M5S con entusiasmo, trovando una reincarnazione delle stesse pulsioni socio­economiche che Berlusconi e Lega fecero proprie a suo tempo, e che hanno poco o nulla a che spartire con un'offerta politica di stile montiano. Problema cruciale per l'Italia, ma non semplice da sbrogliare per chi verrà dopo Monti e Bersani.
    Per chi vive tra la gente comune il progressivo declino del consenso per Monti era ben visibile. Va notato che ciò non avvenne nel momento dei provvedimenti emergenziali più duri, quando Monti registrava ancora un notevole 60% di gradimento. Il malcontento è cresciuto via via che la gran parte dei ceti più colpiti non ha percepito tangibili benefici: il debto pubblico in continua crescita, voci di altre manovre, pressione fiscale intollerabile, mancanza di credito, fallimenti a catena, disoccupazione crescente, impoverimento del ceto medio. Certo, lo spread è stato domato, ma con pochi o nulli effetti concreti sulla vita reale.
    Il malcontento - ma forse dovremmo dire rabbia - è solo frutto d'irrazionalità, immaturità e propoganda populista? Può darsi, ma Monti è apparso del tutto afasico e incapace di spiegare in maniera chiara e convincente come, e soprattutto quando, la ricetta dell'austerità avrebbe  prodotto i risultati che aveva promesso nel suo programma di governo. In campagna elettorale Monti ha sostenuto che il suo lavoro non era completato, che erano necessarie riforme strutturali più radicali impedite dai veti incrociati della sua maggioranza involontaria. Questa giustificazione è vera solo in parte, ma quel che è peggio, un tale messaggio confligge col fatto comprovato che "l'austerità ostacola le riforme" (W. Munchau F.T. online, 24 febbraio). E' difficile ottenere il consenso per entrambe le cose allo stesso tempo, ancor più se ci si mette ad irritare l'elettorato dei propri futuri, indispensabili, partner di governo. Quindi, per quanto rozza o ingenerosa, si è creata la convinzione che l'austerità non funziona, i sacrifici sono inutili oltre che iniqui, che Monti non ha un piano B, e che il piano B possa essere ancora peggio del piano A. I compagni di coalizione di Monti e i democratici hanno intonato la loro campagna elettorale sul messaggio che essi hanno sostenuto lealmente il governo che ha salvato il paese (in ciò non molto ricambiati dall' ex premier), e che vi sarebbe stata continuità (con piccole correzioni). Temo che questo messaggio sia stato più una zavorra che un volano di consenso.
    Anche il secondo pilastro della campagna di centristi e democratici, l'Europa, è risultato più fragile che in passato. Il dato di fatto è che il 56% dei voti (centrodestra + M5S) è andato a partiti con messaggi più o meno fortemente anti-europei e anti-euro. Tutto considerato, Monti non ha portato a casa gran che dall'Europa. Certo, dopo anni d'irrilevanza italiana, Monti ha portato a Bruxelles il suo prestigio personale e le sue importanti entrature. La sua credibilità ha consentito all' "altro Mario" di superare l'opposizione tedesca alla creazione dello scudo anti-spread della Banca centrale europea - e l'opposizione a Draghi stesso. I leader europei hanno versato  parole di elogio per Monti e hanno apertamente sostenuto la sua candidatura politica. Ma nell'anno di governo di Monti: la (ipotetica) alleanza con la Francia non si è concretizzata, i negoziati per le indispensabili riforme istituzionali dell'Unione monetaria hanno fatto pochi progressi, i molti punti deboli degli strumenti di stabilizzazione finanziaria non sono stati emendati, la strategia di austerità imposta dal blocco tedesco non è stata corretta, il ridicolo bilancio comune europeo è stato tagliato su pressione degli anti-europeisti britannici. I sentimenti anti-taliani in Germania sono ancora ben vivi (come dimostra il vergognoso episodio del candidato cancelliere Steinbrück) ricambiati dal Paese dei Limoni più caldamente che mai. L'idea che le lacrime e il sangue degli italiani fossero il pegno da pagare per avere più forza negoziale non sembra aver funzionato.
    Naturalmente Monti non è l'unico responsabile di tal magra campagna europea. Lui, e il PD, sono solo le ultime tra le illustri vittime della demolizione sistematica di partiti, leader e sentimenti popolari europeisti dovuta al totale vuoto politico europeo che in pochi anni riporterà il nostro continente all'età della pietra. Il M5S di Beppe Grillo è solo l'antipasto.
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