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UNA DIVERSA LETTURA DELL’ORIGINE DELL’EVASIONE FISCALE IN ITALIA: I RAPPORTI SOCI/SOCIETÀ DI CAPITAL E-mail
Fisco
di Giuseppe Marino
01 marzo 2013
evasione fiscaleIl punto di partenza delle presenti riflessioni è ciò che nel diritto tributario anglosassone si definirebbe “separation of ownership and control”, che in Italia si propone come una prospettiva innovativa dalla quale osservare l’identità delle società di capitali in una lettura a specchio per il tramite del loro rapporto con i soci, con l’obiettivo di evidenziare quanto sia difficile realizzare in Italia quella tassazione attraverso le aziende di grandi dimensioni, che si ritiene essere la migliore risposta alla nostra patologica evasione fiscale, che neanche i provvedimenti più invasivi finora posti in essere sono riusciti significativamente a scalfire.

Questa indagine diventa ancora più pionieristica se la si arricchisce di una prospettiva sociologica che affianchi quella istituzionale giuridico tributaria, perché questa forse potrebbe consentire di comprendere meglio le scelte compiute finora e le eventuali correzioni su cui riflettere per il futuro. E per comprendere quanto siano peculiari i rapporti tra socio e società in Italia, da un lato si farà riferimento all’esperienza di altri ordinamenti di Paesi cui noi siamo culturalmente legati, e dall’altro si presenteranno le riflessioni, da leggersi quasi come in una matrice, con i seguenti punti cardinali: 1) il reddito; 2) il potere; e 3) la politica.
Per ciò che riguarda il reddito, la chiave di lettura è a sua volta rappresentata dalla doppia imposizione economica che in alcuni modelli, sociologici prima ancora che tributari, è vista come un problema da risolvere, ed in altri meno o non lo è affatto. Ad esempio, chi ha osservato la storia tributaria delle corporation inglesi ed americane (Steven Bank) ne ha dedotto che in Inghilterra le imposte sul reddito delle persone fisiche hanno preceduto lo sviluppo delle corporation, rendendo pertanto necessario risolvere il fenomeno della doppia imposizione economica altrimenti vissuto come un prelievo usurpatorio o confiscatorio, mentre negli USA sono  stati i gruppi di persone fisiche contrattualizzati in corporation il driver economico da cui si sono poi generate le imposte personali (tendenzialmente sui redditi di lavoro dipendente) senza che queste fossero associabili in alcun modo a quanto già prelevato a livello societario. Dunque la distinzione tra sistema classico (piena doppia imposizione economica), tipico dell’opacità, ed il sistema dell’imputazione dell’imposta pagata a valle dalla società (con l’eliminazione della doppia imposizione economica), tipico della trasparenza, contraddistingue i due versanti dell’oceano atlantico. Certo non mancano le contraddizioni, tipiche di tutti gli scenari complessi, come ad esempio un attenuazione negli USA della doppia imposizione economica in epoca Bush jr., incentivando le distribuzioni di utili (effettivamente realizzati) invece che la realizzazione di plusvalenze (basate su proiezioni di fatturato taroccate), per contrastare la bolla speculativa di internet all’inizio del nuovo millennio, oppure lo smantellamento del sistema dell’imputazione in favore dell’esenzione in molti Paesi UE, tra cui l’Italia, più per la difficoltà di gestire altrimenti l’eliminazione della doppia imposizione economica nei rapporti internazionali, dentro e fuori la UE, che per baricentrare la tassazione dalle persone fisiche alle cose, come pure proposto nella riforma del sistema tributario statale del 2003 da Tremonti. Per poi convergere, di qua e di la dell’atlantico, nuovamente verso la trasparenza, dunque, verso un sistema di imputazione, attraverso la normativa di contrasto all’uso dei paradisi fiscali attraverso la normativa sulle società estere controllate che, almeno in Italia, è di applicazione generalizzata.
Per ciò che riguarda il potere, la pietra miliare è sempre rappresentata dagli studi americani degli anni 30 di Berle & Means e di Chandler sulla separazione tra proprietà e controllo da cui si identificano i due principali modelli di capitalismo, quello familiare, tipico dell’Europa continentale, e quello manageriale, tipico del sistema americano. E’ evidente che queste osservazioni empiriche vadano riflesse in osmosi nei sistemi di eliminazione o meno della doppia imposizione economica del reddito. Gli assetti proprietari, e quindi la governance, dipendono sostanzialmente da due fattori, uno di matrice strutturale, ovvero le condizioni di contesto in cui si sviluppa il processo di industrializzazione, che selezionano e rinforzano determinate forme degli assetti proprietari, l’altro di matrice legale (cioè le regole che influenzano le strutture proprietarie) e fiscale (le imposte che gravano sulle attività di impresa). In un contesto di capitalismo familiare, gli shareholder, cioè i soci azionisti con diritto di voto, sono più interessati all’eliminazione della doppia imposizione economica e guardano all’imposta sulle loro società come una ritenuta in acconto rispetto alla loro imposta personale; laddove invece, nel capitalismo manageriale, i manager sono più interessanti a massimizzare le performance della società da cui dipendono i propri compensi e gli utili dei propri soci investitori, detti anche stakeholder, le cui imposte personali sono anni luce distanti da quelle della corporation. Da questo angolo di prospettiva, il quadro italiano, efficacemente descritto da chi ne ha tracciato la storia della corporate governance e degli assetti proprietari (Andrea Colli), è rimasto indietro rispetto non solo agli USA ma soprattutto agli altri paesi europei. Tanto in Inghilterra, quanto in Francia ed in Germania, ad esempio, se pure secondo dinamiche diverse tutte riconducibili dopo la seconda guerra mondiale, si può senza dubbi parlare dell’affermazione di un modello di grande impresa a noi sconosciuta. In Inghilterra per via dell’espansione degli investitori finanziari istituzionali che trasformano gli shareholder familiari al più in blockholder, in Francia per via della nazionalizzazione di alcune delle più importanti imprese rette da manager provenienti dalle grandi scuole d’amministrazione pubblica e di una successiva ondata di privatizzazioni guidate verso investitori istituzionali, in Germania, infine, per via della affermazione dell’economia sociale di mercato, il cui principio di fondo è sintetizzabile nell’accettazione dei principi dell’economia capitalistica corretti da una regolazione che tende a preservare l’equilibrio e la coesione sociale, nella convinzione di una preminenza del bene collettivo sull’utilità individuale, che porta la stessa Costituzione a sancire la tutela del bene privato sin quando esso non si trova a collidere con quello della comunità.    
Infine, la politica, declinata in chiave squisitamente italiana, che significa da un lato individuare i gruppi di interesse, e dall’altro combinarli con i policy maker. Quanto ai gruppi di interesse, per la prospettica che qui interessa essi devono essere soppesati tra i lavoratori indipendenti (imprenditori, lavoratori in proprio come commercianti e artigiani, e professionisti) ed i lavoratori dipendenti (manager di imprese industriali e di istituzioni finanziarie e lavoratori subordinati). Nel recente studio del sociologo economico Costanzo Ranci sul mondo delle partite Iva, è evidenziato come a differenza di tutte le altre potenze economiche mondiali in cui il ceto medio è formato in grande maggioranza da lavoratori dipendenti (manager, quadri tecnici e professionisti a elevata specializzazione, che operano all’interno di imprese a aziende di dimensioni ragguardevoli), nel grande calderone del ceto medio italiano sono stati a lungo compresenti due grandi contratti sociali, sottoposti a molteplici variazioni e frammentazioni interne e trasversali, ma anche per certi aspetti collegati tra loro: da un lato quello dei lavoratori subordinati, che si è fondato su una forte base di garanzie occupazionali a fronte dell’esclusione di una quota della stessa forza lavoro dipendente dal sistema delle garanzie, e dall’altro quello dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori che si è basato su un regime di tolleranza fiscale in un contesto tuttavia di debole tutela sociale e di modesti sostegni alle capacità produttive dei lavoratori indipendenti. La crisi degli ultimi anni ha rotto l’equilibrio di questi due contratti dando spazio ad un contesto dai tratti molto più concorrenziali che nel passato, fondato sulla flessibilità, sulla frammentazione produttiva e sulla competizione internazionale, ma non ha ancora consentito ai vecchi contrattisti di acquisire una nuova identità, e di intercettare gli occhi dei policy maker, secondo asse portante di queste considerazioni sulla politica. Perché tra i policy maker (partiti politici o movimenti, accademici ed Amministrazione finanziaria) sembra essere stata proprio la Amministrazione finanziaria a prendere il sopravvento per tutelare i propri interessi, in nome dunque del gettito erariale, prima di ogni altra analisi sociologica. Così io leggo, a titolo esemplificativo e per rimanere in tema: (i) il passaggio dal meccanismo del credito di imposta al meccanismo dell’esenzione, unico idoneo ad evitare che si riconoscesse un credito parametrato all’imposta italiano a fronte di imposte estere anche più basse, se non addirittura mai pagate, (ii) il metodo dell’esenzione giustificato con la necessità di allineare il sistema tributario italiano a quello dei Paesi UE che per tutti gli anni novanta avevano attratto le nostre holding, (iii)  l’introduzione della trasparenza fiscale sulle società estere controllate e la sua sempre più barocca applicazione piena di lacci e lacciuoli, (iv) il consolidato mondiale sterilizzata in norma da collezione. Senza alcuna analisi sistematica di medio lungo periodo sulla struttura e sulla crescita dimensionale nel nostro sistema produttivo.        
Quale scenario per il futuro ? Certamente si possono osservare delle convergenze e delle divergenze tra i sistemi tributari. Delle convergenze dei sistemi sul fronte della lotta contro l’evasione fiscale internazionale e della pianificazione fiscale aggressiva, in tal senso si inseriscono i progetti UE sulla Good Governance in Tax Matters versus Tax havens e OCSE sulla Base Erosion Profit Shifting, in cui non ci sono modelli di capitalismo familiare o manageriale, di eliminazione o meno della doppia imposizione economica che tengano, in cui l’Italia assume più la parte di paese offeso, come quelli in via di sviluppo. Le divergenze invece sono tutte sul fronte di come affrontare il tema della competitività e della globalizzazione. Negli USA gli studiosi americani Robert Reich e Laura D’Andrea Tyson hanno recentemente affermato su Harvard Business Review che la proprietà americana delle corporation è profondamente meno influente nel determinare il futuro dell’economia americana, rispetto alle capacità (skill), al praticantato (training) ed alla formazione richiesta ai lavoratori americani che sono sempre di più assunti negli USA da società americane ma di proprietà straniera, secondo la logica “american work force, american people, but no no longer American Corporation”, che dunque insiste sulla netta separazione tra ownership and control, e della relativa doppia imposizione economica. In Italia invece tutti i recenti provvedimenti sul rilancio dello sviluppo continuano a strizzare l’occhio alle piccole e medie imprese (a titolo esemplificativo, il fondo start up per l’internazionalizzazione extra UE con uno stanziamento iniziale di 4 milioni di euro (!), e le start up innovative con le detrazioni valide ai fini dell’Irpef del socio azionista). Dunque ancora ben lontani dal risolvere quanto si è sostenuto in premessa e cioè che l’evasione non è un problema fiscale, ma una conseguenza della struttura pulviscolare del nostro apparato produttivo. 
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